Bruno Lanfranchi

Bruno Lanfranchi, il miglior attore dialettale vivente è nato a Parma, in via San Giacomo, attualmente via Rodolfo Tanzi nel 1917. Il padre, anch’esso attore fin dal lontano 1915, aveva una compagnia Filodrammatica, che dalla fine della prima guerra mondiale, prese il nome di «Filippo Corridoni» e della quale fece parte anche Guido Picelli. 

La madre, Anita Zerbini, sorella del poeta Alfredo, gestiva un’osteria, in Borgo San Giacomo al n. 12, chiamata affettuosamente « Giamaica ». In quest’osteria non si faceva cucina ed era frequentata oltre che da molti giovani, anche da anziani. I vecchi andavano per gustare il buon lambrusco che ogni anno veniva pigiato con i piedi, come si usava allora, ed i giovani per fare partite a briscola durante la sera e a giocare alla « Rana » durante il giorno nell’attigua corte. Il gioco della rana, che era montata su di un mobile, consisteva nel gettare da una certa distanza dei gettoni di bronzo nella bocca spalancata della suddetta « rana ». I gettoni che non entravano nella bocca, cadevano sul ripiano del mobile stesso nel quale vi erano dei buchi e dei mulinelli che, se infilati, contribuivano a dare un certo punteggio al giocatore che lanciava. La « Rana » era il « Flipper » di quella epoca. Ormai anche il gioco della « rana » sta scomparendo.

Bruno Lanfranchi

na tutt’ora funzionante, in perfetto stato di conservazione si può vedere presso il circolo « Indomita » di via Toscana. Ma torniamo al nostro Bruno Lanfranchi; egli dice che durante la sua fanciullezza, la nonna gli parlava spesso di fatti avvenuti molti anni prima; per esempio gli aveva parlato anche dal « Dseved ». Al Dseved era una maschera con dei vestiti rabberciati alla meno peggio, ma senza una logica. Forse per questo veniva chiamato « Dseved » in tono dispregiativo. Il suo compito, durante il periodo di Maria Luigia, era quello di tenere lontani dal corso carnevalesco i bambini perchè non disturbassero. Il « Dseved », aveeva l’incarico di trascinare, nelle strade parallele a quella in cui c’era il corso un carretto con un bigoncio colmo di lattemiele nel quale affondava un lungo bastone che finiva con lunghe strisce di stoffa e che lui, al Dseved, schiaffeggiava in faccia a tutti i ragazzi che, in verità, non vedevano l’ora che lo facesse.

Nell’osteria, Bruno era chiamato il «Bersaglier» perchè era svelto. Qualche vecchietto, ne approfittava per mandarlo a la « palta » per comprare sigarette o qualche toscano. « Veh bersaglier, corra a comprar un toscan. M’arcmand ch’ai sia bel biond, dritt, senza buz e ch’ai sapia äd bon! ». Lui andava di corsa e guadagnava un soldino. Uno dei frequentatori più assidui era « Spaca Madonni », campanaro della chiesa di Santa Teresa. Era questi forse il miglior campanaro di Parma ed era chiamato a suonare le campane in Duomo quando c’era qualche funzione speciale. Loja, così si chiamava il campanaro, si recava sempre nell’osteria con il suo fagottino e, dopo aver comandato un bicchiere, consumava il suo frugale pasto. I giovanotti che frequentavano il locale gli avevano affibbiato, sempre scherzosamente, una fidanzata, una vecchietta anch’essa frequentatrice della « Giamaica » che avevano soprannominato la ’Pevron- sen’na’ si pensa per il suo nasino sempre rosso. Quando erano tutt’e due nel locale, c’era sempre qualcuno che li stuzzicava bonariamente: « Veh, Pevronsen’na, at ricordet quand al t’a incantonè e ’l t’a fat chili proposti? ». Immancabilmente, la Prevonsen’na, abboccava e rispondeva: «Am ricord äd sicur, mo l’ò anca miss a post! a l’ò infiorè con un mass d’ortighi».Del gruppo facevano parte: Iolanda Armenzoni, Cilien, il non dimenticato Giulio Clerici, Nera Clerici, Mario Clerici, Giulio Mainardi, Miriam Rocchi, Mirella Alfieri, Galletti, Silva e lo stesso Bruno Lanfranchi; il maestro era Nando Caleffi. La commedia venne rappresentata con grande successo. Ne seguì un’altra « Lo zio Bernardo » per la regia della quale venne chiamato Enzo Gainotti.

Parlare dei Fratelli Clerici ci sembra quasi inutile tanto è noto il loro successo in campo artistico, ma, per i meno informati, ricordiamo che iniziarono con piccole farse, sketchs, fin dal lontano 1921 così, tanto per divertirsi, per parssare il tempo. Ben presto con la loro verve, il loro spirito di comicità, la loro comunicabilità e soprattutto il loro buon umore, seppero crearsi una cerchia di appassionati che li seguivano in ogni dove. In cantine, in granai, in soffitte etc. Un dentista, prevedendo il successo che avrebbero ottenuto in avvenire i due fratelli, scrisse per loro commediole in dialetto, inizialmente basate su un personaggio che si rivelò subito di grande simpatia: « l» cioè ’al cibac’ il calzolaio impersonificato da Italo Clerici. Allora le donne erano piuttosto restie ad entrare in una compagnia dialettale, per cui, le donne, erano impersonate da uomini vestiti da donna. Uno di questi fu appunto Giulio Clerici. La volontà dei Fratelli Clerici, venne premiata, non senza difficoltà, perchè i proprietari dei teatri, non erano molto propensi a concedere il loro locale a dei dilettanti che non avevano ancora un nome noto. Dopo molte insistenze, i fratelli Clerici, ottennero dall’allora proprietario del teatro San Giovnni (poi Petrarca, poi Ariston) il permesso per una rappresentazione. Ebbene, il successo fu tale che il proprietario, Avv. Bagatti aperse loro le porte per sempre. Il dentista nominato prima, era Mario Massa di Fidenza che, oltre a molte commedie, in dialetto, scrisse anche molte riviste come Metropolitania, Lucia, La parodia ’d l’Aida, Va al limbo, Mille gusti, etc. Poco tempo dopo, visto il successo ottenuto dai fratelli Clerici, un’altra compagnia sorse, e non meno brillante, quella di Montacchini e Lanfranchi, il padre di Bruno, che abbandonando la compagnia filodrammatica di cui era Direttore, si dedicò, anima e corpo a questo nuovo genere. Sorsero naturalmente anche altri scrittori per dare nuova linfa al crescente fabbisogno di nuovi lavori. Dopo commedie in un atto come: La dmanda ad matrimoni, La popolara d’l’Aida. Sposemma anca la nona, Crispén calsolär, Crispén dotor, I guai äd Crispén ed altre, cominciarono äd aversi le commedie in due, ed in seguito, anche di tre atti. Bruno Lanfranchi parla dei fratelli Clerici come di persone che facevano parte della sua famiglia. Era molto affezionato a loro e si commuove al solo parlarne.

Il piccolo Lanfranchi, figlio d’arte, ereditò dal padre la verve e la passione per il teatro. Fin da bambino, da quando faceva le scuole elementari, la sua voglia di esternare le sue innate qualità comiche, lo portò a fare il burattinaio. Cominciò a otto anni a dare spettacolo con i burattini nelle scuole elementari. Usava i burattini di scarto, che gli passava il grande Italo Ferrari e che lui stesso vestiva. Si costruiva da solo anche le scene. Diventato più grandicello venne scelto come, attore comico, per interpretare operette musicali come: « Il canto delle sirene » e « Cianilea », al Teatro Regio. Renato Simoni, critico d’arte d’allora lo chiamò il piccolo « Trucchi », che era il comico più in voga a quei tempi. Queste “operette venivano, a grande richiesta, fatte per il pubblico e per le scuole e non mancarono naturalmente le serate d’onore dedicate al piccolo Lanfranchi e alla Bice Bertoli, sua compagna d’arte e soubrette che prendeva parte alle stesse operette. Nelle serate d’onore, durante gli intervalli, il giovane Lanfranchi si esibiva in fuori programma. Faceva delle macchiette in napoletano o in italiano. Nella loro preparazione, molto fu aiutato dall’allora cantante « chansonnier » Schenoni, il barbiere che aveva il negozio in via Carducci. A quindici anni, recitò in operetta all’Istituto degli Stimatini ne: « il voto di jefte », la « pianella sperduta nella neve » etc. Recitò anche nel retro della chiesa di Santa Maria ove si era costruito un palcoscencio e sul quale fece diverse commedie come: « La classe degli asini », « l’Omonimo », « l’Offerta suprema », « Al limón». « Al limón», era una farsa nella quale un gobbo si reca dal medico perchè gli faccia scomparire la gobba. Il medico gli consiglia di adoperare dei limoni. Dopo un po’ di tempo, il gobbo ritorna dal medico con una gobba di proporzioni enormi e si va a lamentare dal medico il quale gli domanda che limoni aveva adoperato al che egli rispose che aveva strofinato agrumi in forti quantità. Allora il medico, dopo una sonora risata, rispose: « Mo mi a m’intendeva di limon da fr». A questo punto il sipario avrebbe dovuto chiudersi a grande velocità, ma l’incaricato, « Tàto », che si era addormentato non si decideva a chiuderlo; allora Lanfranchi, che faceva la parte del dottore e che aveva ancora in mano un mezzo limone, lo lanciò con tutta la sua forza a «Tàto» gridando: «Allora, a tiret o no?!. « Tàto », colpito in pieno viso, si svegliò di soprassalto e fece il suo dovere.

In quel periodo, suo padre, si oppose alla richiesta dei fratelli Clerici di avere nella loro compagnia il giovane Bruno del quale avevano intuito le possibilità. Egli pensava che fosse meglio che il figlio continuasse a recitare in italiano. Solamente nel 1938, Bruno Lanfranchi aderì all’invito di Giulio Clerici. Venne allestita una commedia musicale, « Il gallo della Checca », che fu rappresentata al Regio.  Nel 1940 Bruno venne chiamato sotto le armi dove venne incaricato di allestire spettacoli per le truppe combattenti. Venne fatto prigioniero a Marsa Matruk e condotto in Sud Africa dove trascorse cinque lunghi anni in un campo di concentramento. Anche nel campo fece del teatro: commedie, riviste e macchiette. Bruno è un attore nato e non diventato. Con la sua mimica e le sue espressioni egli riusciva ad interessare anche gli inglesi che, quando c’era spettacolo al campo, vi portavano le famiglie e sebbene non capissero una parola, ridevano moltissimo. Bruno sostiene che questa è una dimostrazione che il linguaggio del teatro è universale. Bruno è nato per fare l’attore ma non se ne fa un vanto. Pensa che la sua sia una dote naturale e per la quale egli non ha merito alcuno se non quello di averla coltivata. Finalmente tornò in Italia e i fratelli Clerici gli spalancarono le braccia. Approfittando della sua ecletticità gli fecero interpretare le parti più disparate. Bruno racconta che Italo e Giulio, quando arrivavano in un paese per una recita, si premuravano di conoscere i nomi più in vista e se, per caso, fosse capitata loro qualche disavventura, « par derogh ’na mochetta ». Se riuscivano a trovare qualcosa, verso la fine della commedia, quando cioè avevano già intascato i soldi, trovavano il modo di inserire qualche battura allusiva nel copione provocando sempre ilarità nel pubblico ma anche il disappunto delle persone interessate. In questi casi, l’uscita dal teatro non era sempre agevole. Una volta, ad esempio, Giulio venne raggiunto mentre stava sgattaiolando dalla porta sul retro e «incoronato » con una mezza cocomera che gli venne infilata fino alle spalle. Tutta la compagnia dovette lasciare il paese attraverso i campi. Nella compagnia dei Fratelli Clerici l’attività era molto intensa. C’erano recite tutte le sere escluso il venerdì, giorno in cui venivano provati i nuovi lavori. Il trasporto nelle piazze dove si recitava avveniva con la corriera del famoso « Scapuzz ».Durante il viaggio gli attori cantavano e scherzavano in buona armonia. Anche in teatro, dietro le quinte, non mancavano mai gli scherzi. C’era la Clelia Gazza ad esempio che si addormentava sovente dietro le quinte vicino alla porta del palcoscenico, in attesa che toccasse a lei. A volte, qualcuno, le batteva un colpetto su di una spalla dicendole: « Clelia, dai, tocca a ti! ». La buonissima Clelia, svegliata di sopprassalto, si precipitava in scena.

Italo o Giulio, le chiedevano: « E ti co’ vót ». « Gnent », rispondeva la Gazza, che nel frattempo si rendeva conto dello scherzo, e usciva di scena dicendo, all’indirizzo del colpevole: « stupid! ». Oltre allo scherzo della mandata in scena in anticipo, c’era anche quello dello sgambetto, per cui l’attore che si accingeva ad entrare in scena, veniva sgambettato e vi entrava ruzzolando, così si sentiva dire: « Co’ gh’àt acsì d’important da direm ch’a t’sì gnu denter tant in fagotton? ». Bruno, quando era libero da impegni con i fratelli Clerici, prendeva parte alle commedie che venivano rappresentante da suo padre, da Alberto Montacchini e dalla Magnanini. In alcune di queste commedie recitò anche l’allora giovanissima Lidia Alfonsi. La Compagnia Dialettale Parmense, Montacchini, Lanfranchi, Magnanini in « Bel cime ’l sol »; da sinistra a destra: Lalla Montacchini. Bruno Lanfranchi, Emilia Magnanini, Adriana Cella, Carmen Antonietti, Alberto Montacchini, Giacomo Grulla, Cesare Ghezzi, Mirco Bonati e Paride Lanfranchi. A Bruno piaceva lavorare con il papà perchè era un valentissimo attore e, da lui, aveva modo di imparare i trucchi del mestiere. Alberto Montacchini, pur essendo bravissimo e padrone della scena come pochi, era meno professionista di Paride Lanfranchi. Montacchini recitava per divertirsi, era brillantissimo in scena e ancor di più fuori dalla scena.  Bruno è orgogliosissimo di suo zio, il poeta dialettale Alfredo Zerbini che era fratello di sua madre.

Alfredo Zerbini autore di numerose bellissime poesie era un autodidatta. Molte delle sue conoscenze le aveva ricavate andando a scavare con pazienza e passione negli archivi della Biblioteca Palatina presso la quale era impiegato. Si era studiato con pazienza il « dialetto vivo » del Bocchialini e numerose altre opere ancora. La passione per la poesia e per il dialetto lo assorbiva completamente. Egli però non si limitava a scrivere le sue poesie ma si dava da fare per organizzare serate culturali sia in città che in provincia, durante le quali, esse venivano lette. Voleva che il pubblico si avvicinasse alla poesia ed inoltre egli voleva combattere contro la convinzione che il dialetto si prestasse solo a dire cose buffe. Lui invece riteneva che il dialetto parmigiano fosse addirittura più adatto dell’italiano ad esprimere sentimenti umani molto profondi. Bruno ricorda che spesso lo zio gli diceva: « Al dialett l’è pù bel veh che l’italian ». Ricorda che lo zio lo incitava a leggere le poesie in dialetto: « Bruno, lesa il poesij in dialett e at vedrè ch’an t’in pentirè miga ». Il primo a leggere poesie in dialetto fu il padre e lui lo seguì a ruota. La prima stampa della poesia « la gossa », che porta la data del 1947, è stata dedicata dal poeta Zerbini a Paride Lanfranchi. In effetti se oggi la poesia dialettale ha preso piede un grossa fetta di merito va a Bruno e a suo papà. Lo zio Alfredo invitava spesso il nipote al bar « San Marco » in via Massimo d’Azeglio e, mentre si fabbricava una sigaretta, gli spiegava come avrebbe dovuto recitare le sue poesie. Il poeta era molto esigente. Voleva che ci fossero lunghe pause ma, soprattutto, che venissero lette con sentimento. Dello zio, Bruno, conserva due bellissime commedie: « La ricostrussion » e « La Madonna dal Pramzanen ». Le tiene gelosamente custodite per consegnarle a qualche compagnia purché vengano rappresentate decorosamente. Le poesie che egli maggiormente apprezza tra quelle di suo zio, sono: « La nona a l’ospedalen’ » e « Davanti a la barcassa ». « La nona a l’ospedalen » gli ricorda molto lo zio, perchè fu proprio a « POspedalen » che il poeta morì. Nell’anno 1960, venuti a mancare quelli che erano stati i pilastri del nostro teatro dialettale, cioè i fratelli Clerici, Montacchinì e suo padre Paride, Bruno Lanfranchi decise di formare una sua compagnia con dei giovani di buona volontà. Dico « sua » perchè Bruno ci sovrastava per esperienza, bravura e popolarità ed era su di lui che poggiava tutta l’operazione. Della compagnia facevano parte altri attori di varia esperienza.  C’erano i veterani Varesi ed Azzi, due vecchie volpi che riuscivano sempre a cavarsela con dignità. C’era Ettorina Cacciani che era alla sua prima esperienza ma che cominciò ad essere brava da subito. Oggi Ettorina Cacciani, come attrice dialettale non è seconda a nessuno. Bruno, agli inizi, corresse la sua pronuncia che tradiva un tantino la sua origine Felinese. La Cacciani è anche un’ottima lettrice di poesie dialettali. Anche l’Elvira Balestrazzi era una brava macchiettista e il suo ottimo dialetto non lasciava trasparire che era un’impiegata di banca abitante dalle parti di Via Solferino. Gigi Frigeri era un po’ il Gasman della situazione. Di carattere estroverso e sicuro di sè egli è un perfetto « bagolon dal luster ». Gigi, se continuerà ad impegnarsi, potrà dare molto al Teatro dialettale. Molto bravo anche Lodi Agostino che ha saputo distinguersi nelle parti del travestito de « La colpa l’é ’d Paganini » e nell’asmatico del « Bagolon dal Luster ». Entrò a far parte della Compagnia, ma un po’ più tardi, la bravissima e modesta Giordana Pagliani, proprietaria di una « erre » favolosa che da al suo dialetto di Strada Nuova una rara efficacia. Giordana si appassionò subito moltissimo tanto che non mancò mai ad una prova. Andrea Bellanova veniva da esperienza di recitazione in « San Benedetto ». Ha sempre recitato con passione e talento ma anche con la più totale mancanza di ambizione. Questo suo carattere privo di presunzione faceva sì che diventasse facilmente amico con tutti e che egli si trovasse più a suo agio con i facchini, che a volte riusciva a battere al «  Braccio di ferro », che non tra i colletti bianchi che, il suo diploma di ragioniere, lo costringeva a frequentare. Era un arrivista soltanto a tavola.

Braccio era il simpaticissimo suggeritore. Aveva una voce molto profonda e i suoi suggerimenti, a bassa frequenza, venivano uditi meglio dal pubblico in sala che dagli attori. Lanfranchi si lamentava spesso per questo ma Braccio ci rideva su. A dir la verità egli cercava di cambiare tonalità ma dopo poche battute sembrava di nuovo Nicola Rossi Lemeni. Il bravo Francesco Maiola era un insuperabile «campagnolo».

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MAIOLA E BRUNO    

 

Fecero parte della compagnia anche: Baldini Paola, Brianti Lina, Adorni Angela, Attila, Del Poggetto Saltegna ecc. Io avevo per la recitazione una discreta passione ma nessun talento. Fortunatamente facevo sempre le parti da « moroso » per cui, me la cavavo sempre con poche battute e poi, via dalla scena. Le parti da « moroso » infatti, sono sempre di riempimento e mai di risalto. Mi piaceva l’ambiente e la compagnia. Ricordo che ci si divertiva più noi del pubblico. Il fatto che il mio contributo al successo della compagnia fosse modesto non deve fare pensare che, in un qualche modo, io fossi discriminato, tutt’altro. A tavola poi succedeva il contrario. Per una specie di legge del contrapasso, ad esempio, Bruno Lanfranchi mangiava pochissimo mentre mangiavo come un bue. Anche Bellanova non era da meno a dire la verità. Dopo le recite c’era infatti la simpatica abitudine di andare a mangiare qualcosa, grazie anche al « permesso dei teatranti » in forza del quale è lecito, ai locali che ospitano gente che ha recitato, di tenere aperto anche oltre l’orario di chiusura normale. Recitare in una compagnia però comporta anche dei sacrifici. Infatti, la preparazione di una commedia, richiedeva alcuni mesi di lavoro e, le prove, venivano fatte due sere la settimana. Di solito, alla compagnia, mancava la possibilità di fare le ultime prove generali in teatro. Per questo motivo si accettava ben volentieri di fare, prima del debutto, un paio di recite in due istituti cittadini: Il Rasori e l’Istituto « Pro Juventute » dei Mutilatini. Gli ospiti dei due istituti gradivano molto queste rappresentazioni per cui il vantaggio era reciproco. Naturalmente non c’era compenso per la compagnia ma, solitamente veniva allestito, dopo la recita, un simpatico rinfresco. Una sera, il direttore della Pro Juventute, aveva preparato una tavola piena di affettato, panini, tartine, torta e vino buono. Io e Bellanova quella sera eravamo in forma smagliante ed inoltre, il nostro esempio, trascinò un poco anche gli altri per cui, quando lasciammo la tavola, praticamente non c’era rimasto più niente. Quando, l’anno seguente, la compagnia si presentò con un’altra commedia, il direttore si sentì in dovere di fare preparare un rinfresco con il doppio di cose. La roba era di qualità ma ci rimase praticamente, tutta. direttore era perplesso e non riusciva a spiegarsi la faccenda. Poi, parve ricordarsi di qualcosa e chiese a Lanfranchi « Ma… quei due dell’anno scorso non sono venuti? ». « Quei due » eravamo io e Bellanova che non figuravano nel cast della commedia e non avevamo potuto seguire la compagnia perchè avevamo altri impegni.

Bruno quando c’erano le prove era molto esigente ma, tutto sommato, anche molto paziente. Si arrabbiava soltanto quando, chi non era di scena, chiacchierava disturbando. Allora sbottava « A vriv tasir? Sandron! ». Ma non faceva soggezione a nessuno. Egli riuscì a travasare sulla compagnia una parte della sua grande esperienza così, questa, ottenne delle belle soddisfazioni. Con Bruno abbiamo rappresentato molte commedie come: La colpa l’é ’d Paganini, Bagolon dal Luster, La lottaria ’d Tripoli, La popolara ’d l’Aida, La mazurka ’d Migliavacca, Insomma lù, chi él?, Peppino Verdi, Un gioren Tortorella e L’ultimo atto dal « Marches Popò » etc. Bruno può dare ancora molto al teatro dialettale e speriamo che non si faccia da parte. Egli è convinto comunque che il teatro dialettale continuerà perchè ci sono molti giovani appassionati che hanno le carte in regola per continuare il lavoro iniziato dai Clerici, dai Montacchini e dai Lanfranchi.

Egli, gentilmente, mi ha permesso di inserire, in questa « Arme’s ciansen’na », i suoi « paragoni impossibili » e alcune sue poesie che mettono in evidenza il suo spirito gioioso e la sua sensibilità di artista completo perchè, tra l’altro è anche pittore.

PARAGONI IMBOSSIBILI

  1. L’era ’n om tant magor che s’al s’metteva un pigjama a righi, a se vdeva una riga soltsmt.
  2. L’era ’n om tant alt, mo tant alt che par mettress al cappel, bisognava ch’a’l’s’cucciss.
  3. L’era ’n om tant grass, mo tant grass che par bottonar’s al zachett bisognava ch’ai fiss un pass a l’indré.
  4. L’era ’n om tant sord, mo tant sord ch’al ne sentiva gnanca s’al sciamava da lù!
  5. L’era ’n om tant piccen, mo tant piccen che par né perdress al s’é tgneva par man!
  6. L’era un om tant debol e tant deperì, che da la paura ad cascar, al portava sempor l’arloj scarog.
  7. L’èra l’om pù alt dal mond, tant alt che quand al s’cucceva al la doveva far a ripresi pr’abituar al corp aj cambiament äd temperadura.
  8. L’èra imbarieg marz; Pera tant pien ’d ven ch’j’emma dovù mettrel in fresch, pr’evitar che par la pression agh saltiss via la testa cme ’n stopaj.
  9. Al gh’àva la testa tanta grossa mo tanta grossa, che d’ogni tant pr’arposross il gambi, l’andava a la turca.
  10. L’era tant timid e impressionabil ch’agh gneva mal soltant a vedder un binari mort.
  11. L’era ’na cambra tanta fredda che anca la dintera ch’era int al casset dal sifon la batteva i dent.
  12. L’era ’na donna ch’a cicciarava tant a l’infuria che il paroli i gneven fora incavaledi.
  13. L’era un can tant piccen, mo tant piccen, che ogni volta ch’ai fava: Bau!… Bau!… pr’al spostament d’aria l’arculava cme ’n gambor.
  14. L’era ’na donna tanta grassa, mo tanta grassa, che quand l’incrosava i brass la pareva in palch.
  15. L’era tant tire, mo tant tiré che sa t’gh’é dmandav l’orari al t’é dzeva dez minud äd meno.
  16. Al gh’ava’na testa äd cavì tant fiss e ingarbujè che quand al péton al la vdeva al sarava la bocca.
  17. L’era tant sporch, tant pien ’d rud che quand l’é andà dentr’int al bagn, al savon, povren, al s’é fatt al sign äd la croza.
  18. L’era ’n om tant piccen, mo tant piccen, che s’al s’metteva j’occiaj al pareva in bicicletta.
  19. Al gh’àva il gambi tanti curti, mo tanti curti, che al sò sartor int il braghi, al post dal caval, al gh’a miss ’n asen!
  20. Al gh’àva al fià tant cativ, mo tant cativ ch’a n’é s’resistava gnanca a parlerog par telefono.
  21. L’era tant gross e tant alt che quand l’é andà int i soldà, inveci äd la divisa i gh’àn dovù dar ’na moltiplica.
  22. L’era tant gobb, che quand l’à miss la fotografia int la carta d’identità al ne gh’la cavava più a sarerla.
  23. L’era ’na cicciaron’na ch’la gh’àva semper la bocca ‘verta, mo tant averta che quand l’é andada al mar l’à ciapà un colp d sol int il tonsilli.
  24. L’era ’na donna tanta falsa ch’la n’dzeva la vrità gnanca al dottor.
  25. Al gh’ava do’orecci tanti grandi che s’al s’voltava a la svelta al s’dava do’ s’ciafi da lù.
  26. Al gh’ava du’ brass tant long, mo tant long ch’ai s’é sbrus’ciava il scarpi sensa cucciaress.
  27. La gh’ava ’na bocca tanta granda, mo tanta granda che quand la l’arviva a s’gh’é vdeva al brumol.
  28. L’era tant debol e deperì che quando al vreva far un girett al s’fava inamidar.
  29. L’era nassù tant strach, tant fiach, tant moll, che quand l’à decis äd formaress ’na famija, l’à sposà ’na ragassa incinta.
  30. L’era ’na donna tanta cativa, mo tanta cativa che quand l’é morta, sò mari, insimma a la bottega al gh’à scritt: « Chiuso per gioia di famiglia ».
  31. L’era ’na donna tanta brutta, mo tanta brutta, che sò mari l’à miss al sò ritratt int al granar par smarir i scarafass.

Bruno Lanfranchi

 

RICORD !

Jersira pr’al me amor a j’ò robà ’n tesor.

Stì miga diri anson…

A j’ò robà ’na stela par darla a la me bela!

(Bruno Lanfranchi – 1979)

 

« GNENTA »

Cosa vot mai ch’la sia la vosa d’un putten…?

Gnenta!

L’é… cmé… un vol ’d rondanen’ni

ca scoriata pr’al cel…

l’é… cmé la blessa… la musica…

la teneressa…

la virtù…

la sapiensa.!

L’é cmé ’n vent äd primavera… un ragg äd sol… un ciaror -^d lon’na… una poesia.!!

Ecco co’ l’é la vosa d’un putten…

Gnenta!

(Bruno Lanfranchi 31-12-1976)