Ettore Guatelli

Come custode delle nostre tradizioni Ettore Guatelli, autore della importante raccolta del Museo contadino di Ozzano Taro, non è stato secondo a nessuno. C’era stima ed amicizia tra lui e noi di Parma Nostra, tanto che in occasione di alcune presentazioni del Lunario sono stati esposti alcuni dei suoi oggetti più significativi.

Quella di fare il maestro, per Ettore, il creatore del “Museo Guatelli”, è stata una necessità. Era un ragazzotto quando il medico esortò suo padre:

“Coll ragàs lì al ne pól  miga fär al paizàn, mandil a scóla putost.” E così Ettore divenne maestro elementare, fatto su in un qualche modo, basta ch’ sìa “, (da poco) dice lui, perché studiò come potè, da privatista. Ebbe come maestro anche il poeta Attilio Bertolucci che influì non poco sulla sua formazione e con il quale rimase in amicizia. Ettore faceva ai suoi ragazzi un tipo di scuola in anticipo sui tempi cercando, fra l’altro, di valorizzare le tradizioni popolari e specialmente il dialetto che la scuola era impegnata a sradicare. Non era tutta intuizione: gli veniva naturale, anche con i genitori dei ragazzi, parlare in dialetto per metterli a loro agio. Forse avrà esagerato un tantino se alcuni di questi si erano convinti che parlasse in dialetto perché non conosceva altro. Un giorno accostandosi ad un capannello di mamme che parlavano con la bidella fece in tempo ad udire quest’ultima che diceva loro:

“Mi l’ò sintì, al méster Guatél al sa anca l’italiàn.” Ettore ritenne utile intervenire e disse loro:

“Donne, se vi dico che siete “ipodotate”, voi cosa ne pensate?” Nessuna aveva capito cosa volesse dire e stettero zitte.

“A v’ ò ditt ch’ an capì njént. Vedete cosa può succedere se parlo in italiano?”

Scriveva Guatelli: “Una delle verità di cui credo aver scritto in un’altra occasione è che, sicuramente, le cose si possono raccogliere solamente amandole molto, anche senza aver subito chiaro quei perché che vengono fuori ad accumularle, a capirne valori e possibilità. E di dare al tutto un significato, viene poi logico e necessario. La mia può e deve considerarsi la raccolta delle cose ovvie assieme a quelle eccezionali o “dalla festa”: documenta la vita di tutti i giorni della maggior parte della gente, con qualche riguardo a quella più povera”. Un esempio di come “racconta” gli attrezzi come, ad esempio la falce.

“Quando c’era “d’andäralasgäda”, cioè alla grande falciatura che tra vicini di solito si faceva reciprocamente a turno, ognuno portava la sua falce immanicata (“ingambläda”) a misura propria, da venir bene alla mano. E occorreva batterla sulla “pianta” (o martladóra o incudinetta) con il martello apposito, bombato, e buono solo per quello. Magari lo facevi fare, la sera prima, da chi sapevi bravissimo per non esser costretto ad “ammazzarti” a “strappare” l’erba nel tener dietro agli altri che spesso erano il meglio fra i “falciatori” a cui ti premeva di stare alla pari. E la falce, loro, la sapevano tenere bene, con una “rola” che di solito durava fino all’ora di stacco. La “rola”, che forse corrisponde alla parola italiana “bisella”, è poi la parte assottigliata a martello e diventata tagliente che però, ad ogni volta che riaffili con la cote (där la preda, in dialetto) si “mangia” fino a sparire. I vecchi dicevano — ne ho sentito parlare più volte — che per fare una rola il più larga possibile (ma non troppo da “rivoltarsi”) bisognava batter la falce in modo da ricavarci un fossetto. E fare la prova con un grano di veccia che doveva poter scorrere nel “canalino” della “bisella“, dall’inizio alla fine senza cadere dalla lama.

Il maestro Guatelli ha avuto numerosi e importanti estimatori del suo lavoro. Alcuni vennero dall’estero a fargli visita. A questo proposito raccontava di un contadino tedesco che non sapeva una parola d’italiano. A chi gli chiedeva come facevano a capirsi rispondeva: – “Tra nueter paizàn a s’ capimma”.

Uno di questi estimatori è stato Giorgio Torelli che, nell’81 scriveva sul Giornale:
«Mi dispiace dire “museo”, parola stanca e tessuta di penombre. Quel che il maestro ossuto ha operato è stato un autentico ed amorosissimo salvataggio dei più umili e grandi simboli, tutti, della cultura contadina che non è seconda a nessuna. Pezzo dopo pezzo, reperto dopo reperto, oggi l’imponente collezione del maestro Guatelli è in grado di rivelare ai giovani di un’altra area della Padania, in quale storia affondino le loro radici. Trovo l’intento così onorevole che mi ci levo il cappello.»