Modi di dire (a cura di G. Mezzadri)

 

I “modi di dire”, o “detti”, e i proverbi sono un’eredità preziosa dei nostri vecchi. Sono, di norma, frutto d’esperienza, osservazioni, saggezza, senso dell’umorismo. È bene però non confondere i “ditt” che sono i “detti” con “j àn ditt”, cioè con i “hanno detto” che spesso sono soltanto pettegolezzi. A metterci in guardia in questo senso c’è un detto ad hoc:

“Al ditt al va par la strada e i cojón j al tozón su”.

Le eta’ dell’uomo

“Bräga bojuda”, si diceva ai bimbi molto piccoli. Era molto calzante, quando non c’erano i pannolini e, per i neonati, venivano usati i “ciripàn”. Avevano forma triangolare e servivano a formare una “braga” e che, per motivi igienici, erano fatti bollire, dopo ogni utilizzo.

“Pista pòcci”, letteralmente “pesta pozzanghere”, si diceva dei bambini già più grandicelli che, com’è noto, amano pestare le pozzanghere.

“Gamba äd sènnor La gamba del sedano è lunga e fragile e l’epiteto era affibbiato ai ragazzini che, nell’età dello sviluppo, aumentano rapidamente in altezza e hanno spesso gambe lunghe e magre. Se il ragazzo diventava particolarmente alto poteva sentirsi dire:

“Sta ‘tént a dvintär acsì ält ch’a t’ ve a fnir in sménsa”. (Vai in semente – come fa l’erba che, se non viene tagliata diventa alta e produce la semente). Oppure:

“Vät a alvär i nì?” (vai a prendere i piccoli dai nidi?).

“Spumarén” e “spumarén’na”, i ragazzi e le ragazze lo diventano quando cominciano a guardarsi insistentemente allo specchio.

“Bacucch” o “Véc’ cme ‘l cucch” sono titoli meno ambiti e per conquistarli servono anni. Molti anni.

“Vec’ da insucär”.

Erba

L’impiego della parola “erba” nei proverbi è noto soprattutto grazie al detto “L’erba del vicino è sempre più verde”. Ma anche i nostri vecchi la utilizzavano, ad esempio, in due simpatici detti:

– “L’erba la conòssa al zgädor sénsa bärba” che sta a significare che per tagliare bene l’erba con la falce occorre esperienza e perizia. Il senso vale anche, più in generale, per ogni mestiere.

– “Va là ch ‘al conòssa l’erba ch’ fa ’l gràn!’’ Si diceva di persona furba che capisce bene ciò che gli conviene oppure no.

 

Al spussa cme ‘n endes. Endes, che deriva dal latino index, era l’uovo che veniva lasciato a lungo, nel fienile ad esempio, per indicare alle galline dove depositare. Ovviamente alla lunga marciva e se per caso si rompeva aveva una puzza nauseabonda.

Polenta sorda: Era la polenta scondita. L’aggettivo deriva dal latino “sordidum” che significa povero, squallido.

Barachér da sinalcol

Si dice per indicare uno che vuol fare il brillante ma in realtà non lo è. I “sinalcol” (cioè senza alcol) erano i tappi corona con cui venivano sigillate le bibite analcoliche.

Stär in spicncolón: Essere appesi in modo precario come i frutti che sono appesi al picciuolo.

Co’ dirala la génta!?

Una vecchia massaia diceva alla figlia che alle nove di mattina stava ancora dormendo: – A t’gh’è ancòrra il fnéstri sarädi? Co’ dirala la génta!?

Era l’epoca in cui si diceva: – La bräva donlén’na la fa ‘l lét ala matén’na. La donna acsì acsì, la fa ‘1 lét a mezdì e la donlasa la fa lét quand la s’zaqua.

Al caldén di linsój

E anche: – Al caldén di linsój al ne fa miga bòjjor la brónza. Quando non c’erano i termosifoni l’inverno era una cosa seria. Si diceva: – A vén l’inväron, a vén l’infäron. Come pure che: – La speransa di mäl vestì l’é ch’a faga un bón inväron. Questo detto ora ha soltanto un significato figurato ma un tempo lo aveva letterale.

Morire

Una perifrasi eufemistica per il verbo, non troppo simpatico, “morire” la si trova in un almanacco del 1859: A gnirà an par vuater col fur-fur ch ’el toeus su tut insem siori e povret el j’a porta pu inà del molinet.

 

Morire altra variante

Andär zo p ’r al blizgón.

Andare giù per lo scivolone. Blizgón pare fosse una via in discesa che presso l’Ospedale Vecchio conducesse direttamente alla camera mortuaria, da qui il senso di morire.

Quanta lèggna st’an’!!! (Si dicevano preoccupati i poveri quando nevicava in abbondanza)

Pit a ca’ ch’a gh’è i muradór

(I muratori, che d’inverno lavoravano poco o niente, erano considerati soggetti “pericolosi” e le massaie si preoccupavano che la polleria stazionasse vicino alla casa dove era possibile controllare meglio).

 

Per dire ai tempi antichi

Al témp äd Maria Chéca                   Maria Luigia

Al témp äd Maria Tondén’na           Maria Amalia

Al témp ‘dla Gigiasa                         Luisa Maria

Al témp äd Carlén Tri                       Carlo III di Borbone

 

Chiedere l’elemosina

Sercär la mdaja ‘dla colonica

“Colonica” è corruzione di “Cucine Economiche”, istituzione benefica patrocinata dal Comune di Parma, che distribuiva pasti per ottenere i quali occorreva esibire un gettone del valore di dieci centesimi

Se zlónga la giornäda, se scurta la gociäda.

Era il motto delle filatrici all’uscita dell’inverno quando iniziavano i lavori dei campi.

Cartelli

Non era raro che gli artigiani esponessero cartelli spiritosi che, in un qualche modo, ne evidenziavano il carattere. E’ noto quello dell’orologiaio “Cilién” che recitava: “Non entri chi ha fretta” Un altro cartello esposto da un calzolaio dell’Oltretorrente diceva: “Spàplot e zmìnciot”.

Significava apri gli occhi e fatti furbo. (Non essere minchione) Ad un tale che gli chiedeva cosa voleva dire, il calzolaio rispose:

“A vól dir che s’a ne t’sè miga co’ vól dir, a vól dir ch’a ‘n t’ si miga äd Pärma”

Sono prove…

A un tale che si lamentava dei suoi molti problemi, qualcuno disse:

“Sono prove, a s’ vèdda che ‘l Sgnór al te vól bén –

“A gh’ò piazer che ‘l Sgnór al me voja bén mo miga ch’al m’sia mat adrè!”

 

Reputasjón

In un paese viveva un tale che era malvisto perché rinomato per essere pidocchio e taccagno. La moglie, che se ne vergognava, era morta improvvisamente. I maligni commentarono: “L’é morta da la reputasjón”

Banalita’

«Co’ dizol al giornäl?» «Che chi gh’n’à, magna e chi ne gh’n’à badacia» Oppure: «Che incó la bén aj sjori, adman la va mäl aj povrètt»

Erano risposte usate per dire che non c’erano novità e anche che non c’era da aspettare.

Criteri di giudizio

Galantòmm e bón ‘d lavorär, al rispéta la mojéra, noe l’ à tirè su i fjó a l’ onór dal mónd.

Quando di una persona si poteva dare questo giudizio voleva dire era veramente a posto e il massimo della moralità.

 

Reciprocità

Mia mamma per insegnarci che esiste una reciprocità nei comportamenti usava un modo di dire che è un po’ un equivalente dell’italiano “chi la fa l’aspetti”.

Il detto era: “Gh’é tant da l’aqua al pont, cme dal pont a l’aqua “(c’è la medesima distanza dall’acqua al ponte che dal ponte all’acqua).

Non stupire perciò se vi sono zone dell’Africa in cui, per spaventare i bambini, non dicono, come noi, “attento che c’è l’uomo nero” ma, e con più ragione se guardiamo alla Storia, “Attento che c’è l’uomo bianco”.

 

Poca brigata vita beata

Angela è una volontaria, mia amica, che insegna lingua italiana in un corso per extracomunitari. Quando, nella classe più avanzata, insegna i modi di dire, chiede se esiste un equivalente nella loro lingua. Alla richiesta di quale fosse l’equivalente di “Poca brigata, vita beata” un cubano ha risposto:

“Poche scimmie, molte banane”.

Mentre il nostro vecchio detto:

 

Coll zógh antigh

L’amore umano è stato descritto in mille modi; volgari, scientifici, gentili ecc. Questa che segue è una definizione simpatica posta quasi sotto forma di indovinello e recita:

“Coll zógh antigh indo’ vón pu vón fa tri”. (Quel gioco antico dove uno più uno fa tre). Se non risulta chiaro si può aggiungere “cme fa i gat insimma ji copp”.

 

Andär par pampòggni

È un modo di dire che si usava, come alternativa, quando si voleva mandare qualcuno “a färos frizzor” o “a spasi”. Alla voce pampogna, il vocabolario Pariset recita: “Metolonta. Scarabeo stridulo, o ronzante. Sorta di insetto nocivissimo all’agricoltura”. Leggendo questo, azzardo una spiegazione su come possa essere nato questo modo di dire. Al tempo in cui non erano disponibili gli anticrittogamici e in compenso, nelle famiglie, c’erano molti bambini, questi ultimi venivano invitati ad “andär par pampòggni“ cioè ad uccidere questi insetti nocivi.

 

Suggeriemento per le massaie

Nel nome dell’anno,

nel nome del mese,

secondo le entrate

si fanno le spese.

 

Zlubbi

Da alcuni amici sono considerato uno “esperto del dialetto” e spesso mi chiedano “come si dice” e “cosa significa” un termine o un modo di dire. Quando le richieste sono di questo, normalmente, riesco a difendermi abbastanza bene ma quando si vuole risalire all’origine di una certa parola facilmente mi trovo in difficoltà come mi è capitato quando Alberto Michelotti voleva sapere da dove deriva la parola “zlubbi”. Sapevo che “un zlubbi” significa in “gran quantità” ma non ero in grado di dare la spiegazione richiesta per cui ho risposto: “Alberto non ti so rispondere ma mi documenterò”. Il suo divertente commento è stato: “Beh, alóra Giuzép, dagh adrè parchè a n’ vój miga restär ignorant par bombén”. In effetti mi sono documentato e Luciano Bertozzi mi ha confermato che deviza da diluvio, “dilùvvi”,

 

Le cose più inutili

In occasione della recente nevicata parlavo con un barista del famoso obbligo, risalente ai tempi di Maria Luigia, che obbligava i frontisti a pulire strade e marciapiedi.

Egli mi rispose che la cosa non lo preoccupava perché lui la neve non la spalava ma aspettava l’aiuto dei suoi due fratelli. Gli ho chiesto chi fossero i suoi fratelli e la risposta è stata. “Luj e agòsst”. Aggiunse poi che anche gli antichi insegnavano che le due azioni più inutili che si possano fare sono:

“Masär la genta parchè za tant i móron da ló e fär la rótta perché za tant la néva la va via da lè ’’

BÉVA ‘D J ÓVLe suocere, un tempo, per fare osservazione alle nuore quando vedevano delle ragnatele al soffitto utilizzavano il detto “Béva äd j óv!”. La giovane sposa, bevendo le uova, avrebbe alzato lo sguardo verso l’alto e così avrebbe visto le ragnatele da togliere.
Problemi al cervello

Il segno della croce, che in latino comincia con In nomine Patris un tempo era molto usato e universalmente conosciuto. Per questo, per dire a una persona che aveva qualcosa che non andava nel cervello, al posto di toccarsi la fronte, a volte si diceva anche:

Sit malè in-t-al nomine Patris?
Un rimprovero scherzoso era:

…ti e ‘l to prét! Oppure: …ti e ‘l to prét ch’a t’à batzè!In entrambi i casi si imputava al prete di avere, a suo tempo, fatto economia di sale in occasione del battesimo

 

Dóls ‘d picaja

La picaja è una parte del bovino che, quando ben cucinata e con tanto di ripieno nella tasca appositamente ricavata, risulta un ottimo piatto da sempre amato dai parmigiani. Siccome si ricava dalla pancia, per collegamento, quando di una donna si diceva: L’é dólsa äd picaja”, significava che era di facili costumi.

 

Al väz äd la méla

Stavo dicendo ad una anziana signora che ero stupito perché una persona di mia conoscenza, schivo e molto timido, dopo di essere stato solo per tutta la vita e non avere mai frequentato donne, aveva deciso di sposarsi ormai in tarda età, oltretutto con una donna molto più giovane. Il suo commento è stato: La gh’arà fat sintir al väz äd la méla”. (In questo caso la méla non è né il miele né il frutto del melo).

 

I MODI DI DIRE

Ónt äd sas, péla ‘d bissa, chi nasa cojón, mäi pu ‘l guarissa. È di Giovanni Mori la spiegazione dell’origine di questo antico modo di dire. (Unto di sasso, pelle di biscia, chi nasce coglione mai più guarisce). Ónt äd sas (unto di sasso olio di pietra) è il petrolio, che affiora anche in alcuni punti del Parmense. Il petrolio veniva usato anche nella farmacopea fino a fine ottocento, ad esempio contro i vermi intestinali (Vedi Galaverna). La péla ‘d bissa, la pelle di biscia, è considerato un potente amuleto.  Si veda Pederzani in “Proverbi e modi di dire di Parma”: “al gh’à la péla ‘d bissa in sacosa” si dice giocando a carte quando l’avversario è molto fortunato. Morale: né la medicina (ónt äd sas), né la magia (péla ‘d bissa) possono giovare a chi nasce coglione.

 

Detti vari

– “Dio nin defénda d’un guärdabas e d’un curt äd pas”.

– “Chi è lóngh a magnär, è lóngh a lavorär”.

– “Sach vód al ne sta miga in pe”.

– “Méj dal bodgär che dal spesjär”.

– “Chi gh’n’à, magna e chi ne gh’n’à badacia”.

– “Pu j én sjor, pu j én tirè”.

– “Pu j én povrètt, pu j én cativ”.

– “Chi casca in povertè, pèrda amigh e parintè”.

– “‘Na man läva ch’l’ältra e tutt il do i lävn al muz”.

– “J ost, gram anca a ròst”.

– “Bruzär al pajón”(mancare ad un impegno o ad un appuntamento).

– “Tutt i zbutón i päron inans un pas”.