Modi di dire di Capacchi

Guglielmo Capacchi è nato in Borgo Torto nel 1931. Il padre Erminio che aveva bottega di barbiere in via Cavour gli trasmise la passione per i libri e voleva che imparasse sia il dialetto che l’italiano. Studia al Romagnosi e lingue a Bologna dove diventa professore di Lingua e Letteratura Ungherese. Parla correntemente ungherese, inglese, spagnolo e esperanto, di cui fu anche insegnante e grande sostenitore. Muore a Parma il 7 ottobre 2005. Io l’ho conosciuto il oltre 50 anni fa quando frequentavo i suoi corsi di esperanto. In seguito l’ho perso di vista per parecchi anni per poi incontrarlo di nuovo, circa 30 anni fa da quando cioè con gli amici di Parma Nostra abbiamo dato vita al Lunario Parmigiano. Ricordo che mi aveva sorpreso che uno studioso con un’apertura al nuovo come lui trovasse meritevole e degno lo studio il nostro dialetto al punto da dedicargli parecchio del suo tempo. Tutto questo in un periodo in cui gli insegnanti, con tutta la comprensione per la loro buona fede, erano impegnati a combattere o ad ignorare il dialetto, egli faceva parte di quella minoranza di studiosi e docenti che avevano capito il suo valore e quello delle nostre tradizioni.

Dal suo libro “Oh, l’é chì al formàj bón” abbiamo tratto varie spiegazioni di alcuni modi dire. Eccone alcuni:

 

PLÄR L’ OCA SÉNSA FÄRLA SIGÄR

Plär l’oca sénsa färla sigär (“Pelar l’oca senza farla strillare”) si diceva soprattutto quando per le aie giravano j ocär o ilj ocäri (“pela-oche”, uomini o donne che fossero) che le oche le spumavano davvero, anche vive. Oggi l’espressione vale per lo più in senso figurato per “fare i propri comodi e non suscitare lamentele”, “approfittare di un altro senza che questi se ne renda conto e protesti”…L’oca fa la sua comparsa in diverse espressioni del dialetto parmigiano pjan pjan a s’péla l’oca (“Pian piano si pela l’oca”), cioè “Con pazienza e tenacia si ottengono i risultati desiderati, non con la fretta”; Ecco fat al bècch a l’oca! (Ecco fatto il becco all’oca”: cioè: “ecco finito il lavoro!”….)

(Da:Oh, l’é chì al formàj bón – di G.Capacchi)

 

FÄRGON TANT CME TRICCH E BARLICCH

È curiosa la sorte toccata, in territorio parmigiano, ad un gruppo di diavoli: nomi di molti di essi sono comuni anche ad altre regioni italiane (“Bergnicche”, “Bergniffe”, “Berlicche”); altri (come “Calcabrina” o “Farfarello”) che addirittura figurano nell’Inferno dantesco, qui da noi hanno condotto vita grama. O si sono estinti del tutto, o hanno preso un diverso significato e differenti connotazioni. Farfarél nel senso di “Satana” viveva ancora in Galaverna. Invece il povero Barlìcch quello che in Toscana fa coppia con Berlocche – da noi fa lega con un Tricch, e tutt’e due, più che paura fanno pena, visto che qualunque cosa organizzino essa non riesce, va miseramente sprecata o manca di dare il benché minimo risultato, al gh’ nin fa tant cme Tricch e Barlicch (“Ha la stessa efficacia di Tricche e Berlicche”, cioè proprio niente).

(Da:Oh, l’é chì al formàj bón – di G.Capacchi)

 

És’r ordinäri cme i stras nigor

E ancora di largo uso il modo di dire ordinäri cme i stras nigor (“ordinario, o di nessun valore come gli stracci neri”), detto anche di cose vili, di roba di scarto oppure, altrettanto spesso, di persona rozza, volgare negli atteggiamenti e nel parlare. Chi ha assistito a qualche trattativa tra chi vendeva stracci o indumenti usati e chi li comprava per rivenderli, ricorderà bene i motivi che stanno all’origine del modo di dire. A Parma era frequente il grido: “Donni, a gh’é ’l strasär” (“Donne, c’è lo stracciaio!”). A poco a poco arrivavano le donne del vicinato, con le braccia cariche di roba. La prima raccomandazione dello stracciaio era: “Donni, i stras nigor a ja bzèmma da lór!” (“Donne, gli stracci neri li pesiamo da parte!”), perché il loro prezzo era il più modesto; alle cartiere interessavano soprattutto stracci o comunque tessuti di lino o di canapa. Era fatale che i cenci di quel colore diventassero sinonimo di rozzezza.

(Da:Oh, l’é chì al formàj bón – di G.Capacchi)

 

ÉSOR POVRETT CME SAN VJOLÉN

Ésor povrett (o: trid) cme San Vjolén, ch ’ al sonäva la messa con un copp (“esser scalcinato come San Violino, che suonava la messa con una tegola”), tutti lo sanno, significa “esser povero in canna”, “mancare di ogni cosa”, anche quando si vuole largheggiare e si dice che di tegole il Santo ne aveva non una, ma due. È chiaro che nessun San Violino figura, con questo nome, in alcuna edizione degli Acta Sanctorum; si tratta in realtà di un nomignolo popolare che sta ad indicare San Genesio di Roma. Questi, che in vita fu mimo, attore comico e suonatore girovago, una volta convertitosi al cristianesimo fu decapitato sotto Diocleziano e andò ad ingrossare le fila dei martiri, divenendo in seguito patrono della gente di spettacolo e, in particolare, dei guitti di piazza e dei suonatori ambulanti. Poiché normalmente lo si rappresenta con un violino in mano, l’immaginazione popolare ha associato la sua iconografia con la miseria fatta persona. Quando, come ad Albazzano, di cui è patrono, viene visto anche come protettore dei malati di epilessia (i malè dal mäl cadù), si torna a chiamarlo con il suo vero nome di San Znéz (San Genesio), quasi che la sua funzione di taumaturgo, di protettore di una categoria di infermi, gli conferisca maggiore dignità.

(da “che lavór sjor Gibartén!” di G.Capacchi)

 

“Chi gh’é la bala e la mostra”.

Significa che è il momento della verità e se c’è un inganno salta fuori. Tempo fa chiesi al prof. Guglielmo Capacchi da dove derivasse il detto ed egli mi diede questa interessante spiegazione.

Un tempo i negozi d’abbigliamento vendevano la stoffa in “tagli” dai quali poi si ricavavano i vestiti su misura. Il negoziante, di norma, teneva nel retro la “Bala” cioè la stoffa, in metratura, arrotolata e, in vetrina, ne metteva solamente una pezza, la “mostra”. Il cliente poteva pensare che la stoffa in vetrina fosse di qualità superiore rispetto quella in magazzino. Il commerciante, per fugare questo dubbio, prendeva dalla vetrina la “mostra” e, tenendola vicino alla “bala”, dalla quale avrebbe tagliato il pezzo da vendere e diceva:

“Chi gh’é la bala e chi gh’é la mostra”. Cioè non ti ho imbrogliato.