Dialetto di Fidenza

 

Claretta Ferrarini vernacolista di Fidenza dal 2015 rappresenta il dialetto parmigiano in Regione

La fidentina Claretta Ferrarini è stata nominata membro del Comitato scientifico per la salvaguardia, la valorizzazione e la trasmissione dei dialetti dell’Emilia-Romagna. Ferrarini è nota nel parmense per essere tra i protagonisti della cultura dialettale.
Claretta Ferrarini è scrittrice vernacolista, da sempre cultrice del dialetto ma anche in generale di usi, costumi, folklore e cucina tradizionale di Fidenza. Ha scritto cinque libri in dialetto, compresa la traduzione delle Sacre Scritture, allo scopo di dare dignità letteraria al dialetto parmigiano. Madre di quattro figli e nonna di tre nipoti, da quasi 20 anni fa attività doi divulgazione gratuitamente attraverso le radio locali, lezioni a scuola, conferenze e recital.

Il Comitato – al quale Ferrarini è stata candidata dal Comune di Fidenza – è un organismo previsto dalla legge regionale numero 16 del 2014, composto da 11 membri di comprovata competenza, rappresentanti tutto il territorio e scelti dalla Giunta emiliano-romagnola tra le candidature arrivate attraverso un avviso pubblico.

(Da PARMA QUOTIDIANO.INFO)

CLARETTA FERRARINI (file PDF)

INTERVISTA – Il 24 febbraio 2017 – Giuseppe Mezzadri e Andrea Mondini, amico di vecchia data della signora Claretta, hanno realizzato, per la Consulta del dialetto parmigiano, questa intervista in cui la signora ci ha gentilmente spiegato le motivazioni che sono state alla base del suo interesse e del suo straordinario impegno per il dialetto che, tra l’altro, l’hanno portata a produrre diverse importanti pubblicazioni. In questa registrazione Claretta racconta la sua esperienza nel mondo della scuola 

In quest’altra spiega perché ha scelto di tradurre i Vangeli “LA BON’NA NÖVA”

Claretta e la traduzione dei Vangelo

Claretta nelle scuole

 

L PENSIERO DI CLARETTA FERRARINI

Nel libro “LA BON’NA NÖVA”, traduzione nel dialetto borghigiano dei quattro Vangeli, Claretta Ferrarini ha dato ragione del suo impegno nella traduzione dei testi sacri

Scopo

Con la traduzione in vernacolo borghigiano dei quattro Vangeli e degli Atti degli Apostoli intendo:

-Ridare al nostro agonizzante dialetto la dignità che gli spetta, quale lingua vera e propria;

  • Ribadire, ancora una volta, che il “vernacolo” non è un giullare col quale far ridere o lanciare colorate bestemmie, poiché in dialetto si può anche pregare. Forte e tremenda era l’invocazione di mia nonna: «Sgnur! Jutm a l’ingrossa, parché a la m’nuda at fè pò in tèmp»;
  • Dare ai miei concittadini il “LORO VANGELO” quale prezioso dono alla mia amatissima città;

– Trasmettere la forte sensazione che ho provato quando una notte, non riuscendo a dormire, ho preso a leggere “Luca” e le parole mi venivano in dialetto. Mi sono detta: «Sì, “Cristo si è fermato” anche “a Borgo”». Mi sono alzata, ho afferrato un pezzo di matita e, sul retro di un foglio sul quale i miei nipotini mi avevano dedicato un loro disegno ho scritto: «Cara èl me Teofilo…».

Non c’è più stato verso di fermarmi. Claretto Ferrarmi

RIFLESSIONE SUL DIALETTO

Il dialetto non è il giullare delle lingue, né la lingua dei giullari. Non serve solo per far ridere, raccontando barzellette o recitando farse e commedie; esso è una lingua dotta, con la quale si può pregare, piangere, scrivere romanzi, trattati e quant’altro.

Indagare, studiare, valorizzare, parlare e scrivere il proprio dial. non deve essere una forma di nostalgia e di rimpianto del passato, ma dev’essere “cura della parola e della scienza del linguaggio”. Diventiamo insopportabili e un pò stupidotti, quando vogliamo convincere noi e gli altri che “una volta” era tutto più bello, più buono, che c’era più amore e che si andava d’accordo etc. È una forma di esagerato e, spesso, ipocrita cordoglio che non condivido. Non deve essere così per il proprio dial.: esso non appartiene ad un nostalgico “passato”, nel quale ha solo le radici, ma è un presente vivo e palpitante.

Il dialetto non è una lingua morta, è molto più languente l’Italiano, soffocato dai neologismi, dalle storpiature e dall’anglosassone imperante. È languente all’ultimo soffio il latino (che non è ancora morto stecchito), ma non il dialetto. Questo è solo malato e ci sono pochi medici e poche medicine per curalo, ma ha dentro di sè, una forza tanto potente da permettergli di tenersi in vita da solo. Se non lo si bastona continuamente, però.

Chi teme che il rinvigorirsi dei dialetti, sia un pericolo per l’Unità Nazionale è in errore. Il dialetto è una forma di identificazione e di appartenenza, come può esserlo il proprio cognome, o il cognome della madre, cioè le due famiglie dalle quali ognuno proviene.

L’uomo ha bisogno di “appartenere”.

Per chi insiste in un’arcaica e scolorita dialettofobia ritenendo il vernacolo la lingua degli ignoranti, dichiaro: io, ancor piccola, sentivo il già vecchissimo dr. Tridenti del 1880 circa, parlare un bellissimo dialetto e così sentivo parlare tutti i cosidetti “ricchi” e acculturati di Borgo quando interloquivano in Piazza o davanti le caffetterie più eleganti. Altresì, non ritengo giusto lasciarsi trasportare da correnti dialettomaniacaliperchè tütt i tròpp i stan par nöžar modus in rebus. Dobbiamo dare il giusto senso ad ogni cosa: la lingua italiana ha unito e deve continuare a farlo, una nazione che era sparpagliata; la lingua vernacola deve tenere unita una città prima che si sparpagli. Via dalla mente anche l’idea che il dial. sia proletario e l’italiano capitalista o che sia di sinistra in contrapposizione al fascismo che aveva dichiarato guerra ai dialetti.

Grandi menti come Benedetto Croce, Antonio Gramsci, Giacomo Devoto, Francesco De Sanctis, Di Mauro, P. Paolo Pasolini, hanno lottato a favore dei dialetti, ritenendo la loro soppressione una “barbarie” che avrebbe procurato sterilità alla cultura linguistica. Satriano Lombardi, ritiene che, l’Italiano, non sia un riscatto culturale, ma un suicidio della cultura tradizionale espressa dai dialetti. Il Di Mauroafferma che “l’aggressività antidialettale della Scuola, non ha né basi storico-linguistiche, né ragioni sociologiche positive, né giustificazioni psicopedagogiche”.

Viene da sorridere se ci si rende conto che molte parole che riteniamo italiane di ultima/penultima/terzultima generazione, sono invece prese da diversi dialetti e non ce ne accorgiamo. Per es.: ciào (Ven.,) grissino (Piem.), cotechino (Lomb. Ven. Emil.), pizza, mozzarella (Campania), zafferano (arabo), abbacchio (Lazio, Toscana), camorra (Campania), mafia (Sic.), persona, mondo, satellite (etrusco), bùfalo (osco-umbro), parabola, martire (Bibbia Vulgata) etc.

Per parlare e scrivere bene in dialettosi deve pensare in dialetto, perchè esso è una forma mentis che bisogna assolutamente possedere. Per volgere l’Italiano in dialetto, non si deve tradurre letteralmente la frase! Bisogna stravolgerla! Le si deve dare la sua gramm., la sua sintassi, e la sua giusta costruzione. Ecco perchè diventa rischioso (come ho già detto) tradurre opere ital. in rima: o tradisci il testo originale o tradisci il dialetto.

Nel Concilio di Tours, voluto da Carlo Magno nell’813 d.c., si stabilì che i vescovi dovessero tenere l’Omelìa nella lingua “rustica”, al fine di farsi capire dai fedeli la cui disobbedienza alle leggi della Chiesa, poteva essere causata dall’incomprensione del latino. L’Atto Ufficiale di quel Concilio dà il via alla nascita delle Lingue Romanze, mentre nel Giuramento di Strasburgo (842) viene sancita la 1ª lingua romanza: il francese.

Di recente ho esaminato un vocab. (non etim.) di dialetti emiliani, redatto da un’unica persona, la quale mette in bocca ai Parmigiani di Parma, parole piacentine, così ribadisco la mia teoria: ogni vernacolista deve occuparsi del dialetto del proprio campanile, quello che Dante chiamava “municipalismo”, diversamente si crea confusione e si diffondono notizie inesatte.

Molti dialetti, cosiddetti moderni, definiti dopo il 1500, posseggono una vasta letteratura e tanti documenti, redatti nei secoli scorsi, sono firmati: Conte Tal dei Tali; Eccellenza Signor Vescovo Tal dei Tali; Dottor o Professor Tal dei Tali; Canonico Tale; Avvocato Talaltro; Arcipreti; Marchesi, dunque persone colte. Quindi, ripeto, non è vero che il dialetto era una lingua solo parlata, come non è vero che fosse la “lingua degli ignoranti”. In proposito, posso garantire che, trattati agrari, economici, bandi, anche statuti, non venivano scritti nella lingua dei conquistatori, ma nel diverso lat. di ogni epoca, misto al dial. del luogo.

Dopo la caduta dell’Impero Romano 476 d.C. con la deposizione di Romolo Augustolo da parte di Odoacre, gli idiomi locali, ripresero vigore (ma il fenomeno era cominciato anche prima) e divennero addirittura segno di grande prestigio nelle corti, tanto da essere parlati da tutti. Li chiamavano Il Volgare che ha dato una significativa impronta ai dialetti “moderni”.

I LIBRI DI CLARETTA FERRARINI

Claretta è autore prolifico ed instancabile di libri dove il dialetto è sempre protagonista. I suoi temi, che spaziano dal “sacro” al “profano,” vengono sempre trattati  in modo corretto.  Di seguito le copertine di alcun i di essi – cliccare per le copertine 

LIBRI DI CLARETTA FERRARINI 

 

 

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