Fratelli Clerici

Appunti sul teatro dialettale parmense di Italo Clerici, Parma 9 aprile 1938

Per quante ricerche storiche si siano fatte, non risulta che esistesse prima d’oggi un teatro dialettale. Soltanto nell’ex Teatro dei Nobili di tanto in tanto venivano rappresentati dei bozzetti in vernacolo, in forma privatissima. Ma nulla esiste di cote’sti bozzetti.

L’idea di creare un teatro dialettale parmense (sia pur con nessuna fiducia di riuscire) nacque al sottoscritto, dopo aver partecipato nel 1923 ad una rivista intitolata “Metropolitania” che ottenne successo, e nella quale in modo speciale le scenette parmigiane piacquero moltissimo.

L’idea non attecchì mancando per prima cosa la volontà di molti, ed in secondo luogo i lavori da rappresentarsi.

Nel 1925 l’allora “Club della Risata” veniva chiamato da un istituto cittadino a collaborare ad una serata benefica, ed in quell’occasione venne racimolato in qualche modo un vadeuville in un atto intitolato “La sagra ed Colecc”, che malgrado non avesse nè capo nè coda ottenne successo.

Nel 1927 la compagnia, formata esclusivamente da elementi maschili, debutto unitamente a numeri di varietà con una commedia in un atto scritta da Italo e Giulio Clerici, dal titolo “La bottega ed Crispen”. Visto il successo morale e materiale essa fu allungata da uno a tre atti, e portata in vari teatri di provincia. La compagnia non si azzardava a debuttare in città, convinta che questa forma di teatro non piacesse ai cittadini.

Fu alle scuole “Pietro Cocconi” in un teatrino improvvisato nella palestra, che si assaggiò il pubblico parmense. Il successo oltrepassò le previsioni, tanto da far pensare sul serio a qualcosa di più concreto. Allora la “Bottega ed Crispen” venne ancora ristretta ad un atto. Mario Massa dopo molte insistenze cede un atto in italiano, che da me ridotto assunse il titolo di “Crispen dottor” scrissi inoltre un altro atto a cui diedi il nome di “L’onorevole Crispen”, macchietta di un calzolaio parmigiano, che era piaciuta moltissimo, creata dal sottoscritto.

Fu per merito della signorina Rosetta Fabbi se la compagnia potè diventare promiscua essa assieme a Giulio Clerici formò il “ruolo femminile“.

Venne dato l’assalto all’impresa del Teatro Petrarca, che dopo molte preghiere accettò di assistere ad una prova, e finalmente concesse il Teatro Il programma, se non ottenne, giustamente, successo di critica (forse non valendone la pena) ottenne clamoroso successo di cassetta, tanto da esser replicato molte volte.

Il seme del teatro dialettale era gettato. Poteva continuare o morire? Mancavano e mancano tutt’oggi i lavori da rappresentare, per questo si ricorse a riduzioni, a raffazzonamenti più a meno riusciti, si creo qualche farsetta senza allontanarsi da due atti. Si continuò per qualche anno in questo modo cercando sempre di migliorare, sforzi che approdarono a sensibili migliorie artistiche.

Si noti che in questo periodo si dovettero creare le commedie, gli attori, ed anche il pubblico, nuovo a queste manifestazioni} senza l’aiuto di direttori o di insegnanti, che disdegnavano questa volgare forma di teatro. Nacquero allora negli ambienti filodrammatici molte discussioni per fissare se la nostra dovesse ritenersi arte o meno. Si tirò innanzi convinti che per vincere bisognava lavorare e convincere.

Furono valido aiuto Giulio Clerici, Mario De Marchi, che oltre agli attori con il sottoscritto si improvvisarono autori. Nel 1932 sorse la compagnia di Alberto Montacchini

Che debuttò al Reinach con una riduzione di A. Testoni ”Il dilemma del marito” che assunse il titolo “Cola lì… saltemmla”; che contribuì al miglioramento artistico del teatro dialettale orientandolo verso una forma più concreta. Nell’autunno dello stesso anno nacque ad opera di Giulio Clerici e Mario De Marchi la prima commedia parmigiana in tre atti “La roseda ed S. Zvan”. allora sorse fra le due compagnie una gara che servì a migliorare tutto: attori e commedie e pubblico, male avvezzato quest’ultimo dalle sguaiate farse dei primi tempi. Si dovè nostro malgrado ricorrere a riduzioni più o meno ambientali anche per soddisfare le esigenze della massa che non guardava troppo per il sottile, pur di divertirsi, scopo questo raggiunto pienamente. Nel 1935 venne l’ordine di osteggiare le formazioni dialettali di tutta Italia, e nostro malgrado negli anni 1936-1937 non si potè riunire la compagnia per mancanza di nulla-osta.

Ora le due compagnie parmensi sono munite di regolare nulla-osta rilasciato dalla Federazione dello Spettacolo, ed agiscono saltuariamente nei teatri cittadini, provinciali ed interprovinciali. In qualità di professionisti. A nostro avviso il teatro dialettale può continuare vivere sempreché gli intellettuali di Parma entrino nello spirito del nostro teatro, considerino la nostra arte e scrivano commedie che abbiano una ragione d’essere rappresentate, e che rispecchino le vicende del nostro popolo che ha nel suo presente» e nella sua storia gli argomenti migliori per formare un vero teatro dialettale spiritoso, frizzante ed anche armonioso.

Consideriamo soltanto commedie dialettali le seguenti:

  1. “Al pramzan cmè le” di Giulio Clerici
  2. “La popolera d’ l’Aida” di Saturnino Giampepe
  3. “I cresmant” di Italo Clerici
  4. “Pepino Verdi” di Italo Clerici e R. Preti
  5. “Robi ed l’etor mond” di Italo Clerici
  6.  “La Roseda ed San Zvan” di Giulio Clerici e Mario De Marchi, e poche altre di cui mi sfugge il titolo.
  7. Può essere esportato il nostro teatro?

Negli esperimenti fatti a Milano, Torino, Genova, Bologna, Aosta, Cuneo, alessandria, Como, Varese, Lecco, Verona, Spezia, Rovigo, Venezia , Mantova, Reggio, Piacenza, Formia, Cremona e paesi del Mantovano, ci risulta che il teatro nostro modificato in parte, raffinato e ben recitato, ha in se i requisiti per piacere in molte regioni d’Italia. Quando le compagnie avranno un buon repertorio, ed avranno raggiunto un più alto grado di maturità artistica, l’esportazione sarà resa più facile.

Si prenda come esempio il tesoro genovese, che non è certo uno dei più comprensibile d’Italia, e si concluderà che fu solo per merito delle eccezionali doti artistiche del grande Gilberto Govi se questo dialetto è entrato nelle grazie degli italiani.

da “APPUNTI SUL TEATRO DIALETTALE PARMENSE”, di ITALO CLERICI, Parma 9 aprile 1938

(documento fornito dal signor Ziveri)