Bruno Campanini

 

 

A la mé tera  –  introduzione di Gino Marchi

Terra umana questa, che Bruno Campanini fa rivivere nella sua raccolta. L’Autore appartiene a quella leva della popolazione dei campi che, nei paesi padani di trenta, quarant’anni fa, ancora si collocava, per la povertà e la precarietà della sua situazione, al livello più basso e faticoso d’una società contadina. Ma nell’esperienza di Campanini, il rapporto tra la terra e l’uomo era umana: di qui nasce A la mé tera– . Non, dunque, sospiro arcadico d’una terra mai esistita né evasione verso un eden di sogno: cose, invece, ben definite, con esattezza di nomi, rilievi di gesti e di fatiche, segni di stagioni e di attese, movenze di mani sul farsi degli oggetti e sul miracolo della creazione: quel lessico che ripropone la vita delle cose più che farle pensare, linguaggio per sua natura poetico. Può bastare un testo, Inveren int la stala, uno dei migliori:

 

Ilj ori j eren longhi da passär

e la genta p’r al fredd la stäva muccia

dentr a la stala, cälda cme ‘na cuccia,

par tutti gh’era semper quél da fär.

 

Ed ecco il scrani da quatar, le sporte con du cordon tortiè, un ross e un giäld, quel mettere a posto al let ed la carètta, sui resti d’un copertone di bicicletta quel ricavare una povra sola p’r i soclon, e poi bsontär i finiment ed la cavala, fär i mansaren…; fino a quel magnifico primo piano sul nonno che prepara il materiale per le scope (l’era un lavor tutt sò e lu al ghe tgnèva), due strofe che sanno di georgiche virgiliane e si muovono nel nitore trasparente di immagini famose (Amarcord L’albero degli zoccoli):

 

il salghi beli longhi e pu seguenti

s’ciapädi a du o a trì col s’ciaparol,

lissädi e pò bojudi int al parol

par färja pu manèvli e resistenti.

 

I manegh za miss via da l’an primma,

stagionè a l’ombra par ch’i sien pu tgniss,

lissè con la ronchètta e con la limma

fin a färja dvintär tond e ben liss.

 

Tutta la raccolta, nelle sue motivazioni liriche, svolge un incessante richiamo alle cose concrete dei campi, del paese, della gente, della casa, così come ci hanno abituati i fratelli maggiori della poesia italiana contemporanea, da Pascoli a Montale; per il nostro poeta vernacolo, particolarmente nella prima parte della raccolta e nei Sonett, sono quelle cose d’ogni giorno che i m’àn parlè quand j era sol da mi. E le pagine di Campanini salvano dall’oblio (e non è ultimo dei suoi meriti) un vivacissimo lessico dei campi che il bravo Malaspina (cresciuto tra il gergo dei facchini di Piazza Grande e la lingua italiana dei libri) non ebbe sempre a registrare e che l’odierna coiné vernacola, da sola, non è in grado di portare a salvamento.

In questo intenerito indugiare sulla fatica dei campi, in questo pacato umanesimo contadino sta un arricchimento della nostra tradizione letteraria dialettale, che riservò finora il palco d’onore alla città e ai suoi borghi, alla passione sanguigna dell’Oltretorrente, a personaggi e avvenimenti «dentro le mura». Le pagine di Ala mé tera non consegnano al lettore nessuna grande frase né pretendono a un lirismo di misteriose corrispondenze: eppure creano una sorpresa e il desiderio di ripercorrerle a lento passo.

Rapporti segreti tra l’uomo e la terra: l’é tutt un invid a sintir, a ciamär. Se la malinconia (ma contenuta e discreta) è quella d’una età avanzata che stempera nella memoria fatiche, gioie e privazioni, l’occhio e il cuore ancora guardano con tenerezza alle figure umane, agli oggetti del lavoro, alle stagioni, alle piante, ai sentieri d’ogni giorno, come se fossero in ascolto d’una voce; come il suo November, la vita la t’metta adòss una malinconia / fata ed penser pighè con la bambäza / ch’i nassen da lontan e i venen via / pianen pianen, fora da l’alma räsa. Ma non vi troviamo cedimenti al tenerume sentimentale né alla gestualità di maniera: la sensibilità di Campanini intreccia le sue corrispondenze affettive sulle reali stagioni del vecchio mondo contadino e su di una religiosità popolare di paziente e generoso sacrificio. Quello che piace è che il tempo contadino filtra attraverso segni trasparenti e tersi in delicatissimi intrecci: come nei migliori dei sonetti (Setember, Avton, La cà, Piova,…) che s’accostano a un classico equilibrio di cose e sentimento (alla maniera dell’Astichello di G. Zanella); come in questa strofa di Primavera, ariosa e tenera:

 

Di morosen ch’a và con l’alma int j oc

ravojè su int na nuvla ed poesia,

alzer cme chi piumen ch’a vola via

al primm bòff d’aria ch’a dindola i broch.

 

Può essere un vanto delle Collane dialettali, che gli editori sostengono senza miraggi di guadagno, il constatare come uomini e donne oscuri, che fino a trent’anni fa sarebbero stati ignorati o relegati nell’impersonalità del folclore, siano oggi riconosciuti come serio documento d’una terra umana.

 

Gino Marchi

LUIGI BATTEI -PARMA 1984