dialetto di Carpi

Alcuni anni fa, io e Giovanni Mori abbiamo conosciuto un gruppo di tre appassionati del dialetto e delle tradizioni di Carpi. Ci siamo incontrati un paio di volte. Ci siamo scambiate le opinioni su questi e temi e devo dire che ci siamo “trovati” subito perché abbiamo condiviso un’idea di difesa del dialetto e delle tradizioni aperto ed inclusivo come bene si evince dalla premessa, inserita più sotto, che compare sul loro sito.

 

Scrivono i nostri amici:

“Siamo un  Gruppo di appassionati per la tutela della “carpigianità” nel mondo, il suo dialetto, i suoi prodotti locali e tutto ciò che provenga da Carpi e dalle zone limitrofe. Operiamo dal 2008. Non siamo stupidi campanilisti o fanatici localisti, anzi, siamo aperti al confronto con gli amici delle zone vicine per conoscere e scambiarci varianti e differenze. Ci preme che la cultura, le tradizioni, il dialetto ed i modi di dire delle nostre zone NON scompaiano, ma vengano raccolti e tramandati. Nessuno ha la verità in tasca e il confronto nelle diversità (anche piccole) aiuta ad approfondire i temi delle nostre parlate e della nostra cultura. Ci si diverte, si socializza, talora anche fisicamente, e ci si scambiano tante cose (foto, ricordi, aneddoti, modi di dire, parole), molte delle quali forse andrebbero perdute. Siamo qui per stare bene, con una punta di nostalgia, ma lo sguardo rivolto in avanti, tutto sommato con speranza.”

 

 

GARZONI

 Tra vari argomenti ci siamo scambiati anche alcuni episodi sull’usanza di un tempo relativamente all’addestramento bonario e sciocco che nel mondo dell’artigianato soprattutto veniva utilizzato per “scantare“ i garzoni.

Più sotto inserisco gli esempi di Carpi e di seguito i nostri presi dal libro “Riz e Vérzi. Risulta evidente l’analogia tra le due “scuole”.

 

CARPI

Un classico:

“Ragasóol paasa in farmacìa e faa t dèer déeṡ fraanch èd svilupiina.”

Passa in farmacia e fatti dare dieci lire di sviluppino.

Oppure anche: “Vaa m a cumprèer dèeṡ fraanch èd ṡvilupiina dal drughéer.”

Anche dal droghiere.

 

Il fornaio al garzone:

Va dal fraap e faa t prestèer un ṡlèerga fóoren, che incóo a gh òmm dimònndi paan da cóoṡer! “ Vai dal fabbro e fatti prestare uno dei suoi slarga forno, perché oggi abbiamo molto pane da cuocere.  Quello, d’accordo e con malvagio piacere, gli consegnava un pesante sacco pieno pietre che il povero giovane, ignaro, trasportava con grande fatica fino alla bottega.

Il Barista

nfine a gh éera Ghèele al Bar Corso coi ragazzini del lavoro estivo a gh giiva:

Sughèe m un pòo d giàas, ch a gh ò da fèer un cocktail sècch!”

Asciugami un po’ di ghiaccio, che devo preparare un cocktail secco!

 

Il falegname

“Saìi v indùa i vènnden un squèeder tònnd e un martèel èd pàaia cun i ciòold èd véeder? “

La risposta dell’interpellato:

Sicùur! Indù i gh aan aanch i paranchìin èd gòmma! I elèetrod da lèggn e al puunti da véeder… Ad ogni modo te i caat in vìa Scaapa V’a, nummer curr gh adrée. S te sòun al campanèin a t riiva in tèesta un bucalèin.“

“Gentile signore sapete dirmi gentilmente dove vendono uno squadro tondo e un martello di paglia con dei chiodi da vetro?”

“Certo, caro ragazzo! Nello stesso posto dove hanno anche i paranchini di gomma, gli elettrodi per legno e le punte da trapano da vetro…

Li trovi in Via Scappa Via, numero corrici dietro. Se suoni il campanello, ti arriva in testa un vaso da notte!”

 

Definizione

Al braghèer è persona che si imbarazza spesso in modo inopportuno, infilandosi in situazione non sue, non di rado procurando anche danno ad altrui; in italiano con varie sfumature: ficcanaso, impiccione, pettegolo, curioso, indiscreto, invadente e intrigante. Attilio Sacchetti (carpigiano doc scomparso nel 2016 e fonte autorevolissima) mi confidò, con la raccomandazione di divulgare la cosa al pubblico amante del dialetto, la rivelazione che la parola deriva da antiche pezze per mestrui, che si usavano nei secoli passati a mo’ di braga nei momenti di perdita allo scopo di tamponare. Situazioni imbarazzanti anche perché spesso non si usavano mutande. Da ciò si dice che passò a indicare in maniera efficace appunto delle persone che si mettono “in mezzo” a faccende non di loro pertinenza.

 

Il contributo degli amici di Carpi richiama la similitudine con  le esperienze dei nostri garzoni e cioè dei tempi in cui gli apprendisti venivano chiamati garzo’n

 

Ricavo del mio libro Apén’a da biaser alcune righe sull’argomento

Quand’ero ragazzo, negli anni ’50 non erano molti quelli che potevano permettersi di fare le superiori. Erano gli anni in cui gli imprenditori non erano datori di lavoro, ma padroni e i ragazzi che iniziavano a lavorare, non erano apprendisti, ma garzoni.

Per i garzoni non c’erano corsi di addestramento.

L’apprendimento avveniva attraverso un lento e naturale travaso di esperienza dai lavoratori più anziani a quelli più giovani.

Il garzone nella vecchia officina aveva molti doveri e pochi diritti, se poi veniva dalla campagna ne aveva ancora meno, perché normalmente

era meno smaliziato dei suoi coetanei di città e doveva superare l’handicap di essere un «paisanett».

Spesso, il primo giorno che si presentava in officina, il garzone, dopo essere stato soppesato, riceveva un soprannome che si portava addosso per parecchio tempo.

Il garzone non prendeva niente o quasi di paga e raramente veniva messo a libretto, inoltre era anche costretto a lavorare, senza limite d’ora­rio, a discrezione del padrone. Tutti i lavori più umili e più sporchi erano appannaggio suo e la sera, inoltre, doveva anche fermarsi a lungo per pulire «le macchine», scopare l’officina e controllare che tutta l’attrez­zatura fosse a posto.

Il garzone era sottoposto a tutta una serie di scherzi che oggi non sono più di moda, ma che anni fa, quando i ragazzi cominciavano a lavorare in giovane età ed avevano più soggezione, erano in gran voga.

Al garzone poteva capitare di sentirsi ordinare: «vam a tör al squäder rotónd».

Il ragazzo partiva di corsa alla ricerca dell’attrezzo, ma non trovan­dolo, lo chiedeva a qualcuno che, per una legge non scritta, si sentiva in dovere di rispondere dicendo di averla data ad un altro, il quale a sua volta lo mandava da un altro ancora e così via fino a quando il garzone non avesse mangiato la foglia.

Un altro utensile un pò strano che al garzone veniva ordinato di rin­tracciare era la «lima di piombo». C’erano anche poi, il «filo di ferro di alluminio», «l’olio di pescecane» per filettare e «l’olio in polvere ».

Se il garzone era particolarmente ingenuo in caso di interruzione del­l’energia elettrica poteva anche sentirsi dire: «Lòmmo, fà un sält a l’Emi­liana e và tòr un scatlon äd corénta ».

Più raramente c’era anche chi oltrepassava i limiti verbali in questa specie di addestramento bonario e sciocco. Succedeva, ad esempio, quando al garzone veniva ordinato di andare da qualcuno a prendere la «plata forta». Questo, alla richiesta del ragazzo, gli mollava uno scapaccione.

Non parliamo, poi, dello scherzo idiota per la verità abbastanza raro, che consisteva nel far raccogliere al garzone un pezzo di ferro scaldato in precedenza. Dopo che il ragazzo si era scottato qualcuno gli diceva: «Indo an gh’e miga äd moschi bisogna semper stär atenti a metregh su il man».

(Da “Apén’na da biasär” di Giuseppe Mezzadri)