Giuseppe Clerici (Pepén)

GIUSEPPE CLERICI, DETTO “PEPÉN” NEL RICORDO DEL FIGLIO LUIGI

 Nell’estate del lontano ’52, passai le vacanze estive, tra la prima e la seconda media, presso il fotografo Caggiati che aveva il laboratorio in borgo Sant’Ambrogio, proprio di fronte a Pepén. Vedevo tutti i giorni lui e la moglie e i loro collaboratori ma non entrai mai. All’epoca, a 12 anni, non si usava comprare panini nei bar. Pepén era, per me, una figura familiare ma di cui non sapevo nulla. Non avrei mai immaginato che, a distanza di 58 anni, avrei avuto l’occasione di approfondire la sua conoscenza seppure postuma. Tramite il comune amico, Antonio Guerci, ho conosciuto Luigi Clerici, figlio di Pepén, e ho avuto l’opportunità farmi raccontare del papà e del suo mitico locale.

Luigi parla volentieri di quel periodo anche per contribuire a ricordare, a due anni dalla morte, il papà che è stato un personaggio caro ai parmigiani e che ha amato molto la sua città alla quale ha dato molto, non solo panini.

Le origini

Racconta Luigi che a Parma, in borgo Sant’Ambrogio, esisteva già il bar Clerici tenuto dallo zio Italo e dalla zia Emilia. Era una vera osteria. Il papà entrò e cambiò subito il nome che diventò: “Un franco” perché dava, per un franco, il panino e un bicchiere di vino. (Questa informazione viene dalla memoria di Antonio Guerci, all’epoca giovane studente nonchè il           “bello” e “giovane amatore” nelle commedie dello zio Italo Clerici.) All’inizio era vino e salume, poi si aggiunsero le tartine e una pizza che non era come quella di Napoli. Vennero poi i wurstel con la senape, noti come “Volkwagen”. Si aggiunsero in seguito tre primi; cappelletti, gnocchi e tortelli e poi due o tre secondi piatti. La “carciofa” arrivò nella fase in cui si cominciava a cucinare non soltanto le cose parmigiane. Da ultimo si arrivò al grande catering per matrimoni importanti e altri eventi. Due volte l’anno si faceva la vera spalla cotta. La vera rezdóra era la mamma. Pepén era quello che la sapeva contare, che aveva le idee ma era la moglie colei che dava loro corpo anche perché, alle spalle, c’era la nonna Dirce. La nonna, avendo lavorato a servizio di famiglie nobili,  aveva imparato a fare piatti che a casa sua mai avrebbe

I fratelli Clerici erano sette, cinque maschi e due femmine, ma soltanto Giulio e Italo erano attori. Altri loro parenti ebbero partecipazioni ma minori. Pepén no. L’idea di vivere di teatro non gli andava. Lo riteneva rischioso e, oltretutto era per carattere contrario ad apparire in pubblico. In compagnia era diverso. Era un affabulatore e non era facile togliergli la parola.

Uomo di relazioni, aveva capacità di amicizia che teneva in gran conto. Non era raro che invitasse persone alla sua tavola, per cenare con la sua famiglia. Più volte fu ospite di Renata Tebaldi che ospitò lui e la sua famiglia a New York e, in quei giorni, annullava gli impegni in agenda. Non era il giullare colto. Sapeva dare e ricevere amicizia vera.

 

Il “Brodén”

La clientela di Pepèn era la più varia e comprendeva persone che, al mattino, volentieri avrebbero mangiato un panino accompagnato con un bicchiere di bianco se non fosse stato, all’epoca,  un po’ imbarazzante. Pepén ebbe l’idea di togliere loro l’imbarazzo facendo produrre alla Montresor, per il proprio locale soltanto, una bottiglietta di vino bianco corretto vermouth, che veniva chiamato “Brodén”.

 

Perché è andato in Liguria:

Il trasferimento dell’attività attività, nell’ottobre del ’62, da Parma a Leivi, è dovuto ad un malore, “Tirabación”, che lo aveva spaventato parecchio. Aveva capito che non poteva continuare con uno ritmo di vita così intenso. Alle 14 ore al giorno di lavoro si aggiungevano vari altri interessi. Teatro studentesco, “Famija Pramzana”, il circolo Rapid ecc.

 

Ebbe mai nostalgia di Parma?

Quella di trasferirsi, fu una scelta felice perché Pepén è campato fino a 93 anni. A Leivi, il sabato e la domenica, il lavoro era tantissimo ma durante la settimana poteva tirare il fiato. Nei giorni feriali, spiega, veniva poca gente e spesso erano amici di Parma che gli portavano notizie e novità della città e si mangiava tutti assieme con una simpatica baraccata.

 

 

Perché è andato in Liguria:

Ho chiesto a Luigi il motivo del trasferimento di una attività di successo addirittura in un’altra regione. Tutto ha origine da un malore (“Tirabación”) che lo aveva spaventato parecchio. Prese la sua decisione e annunciò alla famiglia: “Vendèmma tutt e ‘ndèmma in Liguria”. Aveva capito che non poteva continuare con uno ritmo di vita così intenso. Il locale apriva alle sei e mezza del mattino e non chiudeva prima delle due o tre di notte. Anche se al mattino apriva la nonna che arrivava in bicicletta, erano comunque 14 e talvolta 15 ore al giorno di lavoro. Se si aggiunge che mio padre si interessava anche di altre cose; del teatro studentesco, della “Famija Pramzana” di cui è stato uno dei fondatori, di mostre di pittura, del Rapid perché c’entrava lo zio e altre ancora si capisce quanto fosse pesante quel ritmo.

Vendette il locale ai dipendenti, che difesero bene il nome, e nell’ottobre del ’62 aprì il ristorante a Leivi.

 

Ebbe mai nostalgia di Parma?

Luigi osserva che, quella di trasferirsi, fu una scelta felice perché suo padre è campato fino a 93 anni. A Leivi, il sabato e la domenica, il lavoro era tantissimo ma durante la settimana poteva tirare il fiato. Nei giorni feriali, spiega, veniva poca gente e spesso erano amici di Parma che gli portavano notizie e novità della città nonché, ad esempio, la torta al limone del “Torino”, la zuppa inglese del cav. Castagnetti ecc. si mangiava tutti assieme con una simpatica baraccata.

Il papà, fino agli 80 anni, ha sempre pensato di tornare a Parma. Poi non lo diceva più e commentava:  “Da véc, co’ vaghia a fär a Pärma?”. Anche molti amici erano andati. Ricorda il rituale di guardare, ogni mattina, l’ultima pagina della Gazzetta di Parma. Ogni volta che moriva un amico era per lui un motivo in meno per tornare.

 

Premio simpatia

Pepén seppe inserirsi molto bene anche a Chiavari. Dapprima aveva stupito i liguri che facevano fatica a spiegarsi come, in un locale aperto da poco, fosse necessario prenotarsi con un certo anticipo. Poi li conquistò, tra l’altro, con la creazione dell’annuale “Premio simpatia” che prevedeva la premiazione di un parmigiano e di un ligure. La premiazione avveniva in una serata di gala che si svolgeva in grande albergo con alcune centinaia di invitati. Fra i premiati parmigiani ricorda  Luca Goldoni e i fratelli Mossini. Tra i liguri il regista Montaldo.

Con i fratelli Mossini esisteva una particolare amicizia. Pepén li considerava parte dal “Cór äd Pärma”.

 

La moglie

La moglie, senza lamentele o rimpianti, passò la vita all’ombra del marito. Le stava bene così. Ma quando fu ceduto il ristorante a Leivi, prese lei l’iniziativa. Come dire; nell’ultimo pezzo di strada guido io. Da schiva com’era diventò presidente delle dame di San Vincenzo e presidente della Croce Rossa di Chiavari. Una presidenza non banale se la Sala delle feste della Croce Rossa è stata intitolata a lei, Lidia Del Monte.

 

Don Nando

A Chiavari, don Nando Negri, aveva fondato “Il villaggio del ragazzo”, una importante istituzione, tuttora esistente, che si era specializzata soprattutto nella difesa e promozione dei bambini tramite scuole di tutti i tipi, ospitalità alle ragazze madri ecc. Pepén, gli era molto amico e lo aiutò concretamente.

 

Stopaj

Luigi ricorda due episodi simpatici legati a Stopaj, personaggio comunque caro ai parmigiani. Stopaj non era gradito come non lo sono in genere, nei locali, le persone che a motivo del troppo bere possono creare situazioni di imbarazzo per la clientela. Un giorno passando davanti al locale,  Stopaj vide che all’interno c’erano il prefetto e il questore. Astutamente pensò che Pepén, pur di liberarsi in fretta di lui, gli avrebbe dato da bere. Chiese educatamente permesso e, arrivato al banco, disse:

“Am dal un bianch, Pepén?”. Pepén gli versò un bicchiere di cedrata. Stopaj l’assaggiò poi, rivolto ai clienti, in italiano per rispetto alle autorità, disse:

“Signori, qui i panini li fanno bene ma se volete il bianco andate a berlo da un’altra parte”.

 

In un’altra occasione mise dentro la testa in paninoteca guardando interrogativamente Pepén che gli fece segno di andare più avanti. In effetti, più avanti, c’era la gelateria Manna di Fontana che vendeva i semifreddi e che a volte qualcosa gli dava. Evidentemente non in quella occasione perché Stopaj tornò subito indietro, si fermò di nuovo davanti alla paninoteca, e disse:

“Veh Pepén, là gh’é i semi-freddi e chi i cojón-bojént”.