Due poesie gastronomiche: la conserva e al salam pramzan

DUE POESEIE “GASTRONOMICHE

Di seguito due “poesie gastronomiche” di Renzo Pezzani pubblicate dalla casa editrice Luigi Battei in: “Ricette parmigiane vecchie e nuove. Con poesie gastronomiche di Renzo Pezzani” per il “Cibus” 1985; ripubblicate, sempre dalla stessa casa editrice, in “A tavola con Renzo Pezzani” in occasione del “Parma Poesia Festival” 2006.

La conserva pramzana

S’a gniss al mond la serva
Ch’la fäva la consèrva,
quand mi j èra un putén,
coi parój e i dgamén,
cosa dirèla a vèdder
col sugh ross,  acsì tèner
ch’a s’cata int il laten’ni
dil qualitè pu fen’ni?
E che profum i gh’dàn !
La s’mangia con al pan
cmé s’la fuss na marmläda.
Na volta a l’ò scordäda
int la cardensa, averta,
sensa mètregh na cärta,
sensa mètregh su gnent,
e ’l me putén, content,
al m’à lassè voltär,
po ’l s’è miss a pescär
colsanfén, cmé lagata…
Al gh’à lassè la lata!
S’ a gniss al mond la sèrva
ch’a s’fäva la conserva,
al sìv cò la dirè?
“Costa l e civiltè!”

Al salam pramzan

Där a von dal “salam”, als’volta indrè
e se ‘l ne t’dà querèla al t’lässa andär
na slèpa ch’at vè ‘drè n’ora a pirlär.
Se invèci l’è stè a Pärma e l’à tastè
na ften’na ad col salam ben stagionè
che int al tajär ’l alfa na läghermen’na,
con la pèla sutila un po verdèn’na
cmè un bagarón da mill catè in un prè,
dols e pastos, nè dsèved nè salè,
ross int al mägher, rosa indò l’è grass;
al s’voltarè e ‘1 ve diriss: “Ragass,
grassia dal compliment. L ’è una bontè!”

I vini delle nostre colline

Il vino bevuto in compagnia dà allegria mentre bevuto in solitudine facilmente procura tristezza. Con questa poesia però Bertozzi ci dice che, con moderazione, non solo si può bere anche da soli ma che addirittura, nel suo caso, aiuta il poeta bloccato davanti al foglio bianco. Vari anni fa, dopo aver accompagnato Fausto Bertozzi a visitare, ad Ozzano, la cantina di Andrea Ferrari, tornato a casa ha scritto di getto questa bella poesia. (G. Mezzadri)

IL MONTE DELLE VIGNE

D’un grap che in-t l’azurr tra il foji là ‘l splénda
pién ‘d gran ch’j àn fat scorta dal sól äd l’istè
a péns che la vida, s’al spicch, la s’ofénda.
Mo no. L’é ‘na mama ch’l’é pu che conténta
äd därot al lat ch’la dà al so putén.
‘Na róza ch’dà al vréspi al dóls äd la sménta.
Al sól ch’al s’fa succor t’al sént ch’al s’desfà.
D’in bocca pianén al s’mes’cia in-t-al sangov
e al ciama un fradél: al vól un p’cón ‘d pan.
Che Dio al bendìissa ‘stà béla “colén’na”
ch’la crida in-t-la nébia, ch’la ridda cól sól,
vestida d’avton cme gnan ‘na regén’na.
E at god al profumm dal most in-t-la tén’na,
t’al sént barbojär….e at vèdd al capél
ch’al s’léva a dmandär chi révon la spén’na.

Mo al “Vén” l’é un miracol, l’é dols, l’é sincér,
l’é fat con al cór ch’al scälda la téra.
Po’ guärdol cól sól quand brilla al bicér:
Gh’é ‘l “Dols”, a gh’é ‘l “Brusch”, al “Scur e gh’é ‘l “Ciär”
nasù cme fradè sul “Mónt, là, dill Viggni”
bazè, da mill sécol, da l’aria dal Tär.

E se, cme stasira, in ca chi da mi,
ataca a un fój bianch, la pènna a gh’ò in man
cme un povor anvél l’àn s’móva dal nì,
a m’juta un bicér, bél pién äd “Malvasia”,
ch’la frizza, ch’la s’ciumma, coll bolli ch’a spriccia.
Alora partiss….La me fantazia
la vóla lontàn cme fa ‘na farfala
da un frut sóra a un fiór. La scapa in-t-i prè
cme ‘l mat d’un poledor chi gh’ révon la stala.

Almeno par n’ora a m’ són arsorè
a j ò pozè in téra al sach äd la vitta…
Par n’ora, e n’ò basta, a j ò tirè ‘l fiè.

E intant che pian pian a vud al bicér
A m’ sént an’ pu bón, pu bräv e pu san.
Po’ a m’ carogh al sach….e al pär pu alzer.

Fausto Bertozzi

 

Eccellenze del territorio

 Scuola Internazionale di Cucina Italiana AL.MA  di Colorno

L’assegnazione del premio Sant’Ilario si Parma Nostra 2015 ad Albino Ivardi Ganapini ha dato modo di conoscere dai protagonisti i percorsi che hanno portato alla fondazione Scuola Internazionale di Cucina Italiana AL.MA che sforna 1300 professionisti della ristorazione all’anno, sta sul mercato della formazione e compete con altre strutture…cliccare per il testo   Scuola di cucina AL.MA. 

Musei del cibo

Le benemerenze di Ganapini non si esauriscono con la fondazione della scuola di cucina AL.MA. perché egli ha avuto un ruolo importante anche nella fondazione dei cinque Musei del cibo: della Pasta, del Pomodoro, del Salame, del Formaggio, del Prosciutto. Nessun altro territorio italiano può vantare una cosa simile.. cliccare per testo completo e foto MUSEI DEL CIBO

 

La Consulta ringrazia l’associazione Parma Nostra per avere permesso di inserire le effmeridi pubblicate nel libro “Il meglio di 35 anni di Lunario Parmigiano”

Ranuccio Farnese, quarto Duca di Parma e Piacenza (1569-1622), nonostante il controverso carattere, fece di Parma una capitale culturale alla stregua, se non superiore per quei tempi a Londra e Parigi. Alla città diede monumenti unici come la Cittadella, la Pilotta e il Teatro Farnese, oltre ad editti amministrativi innovativi, che ne fecero un centro all’avanguardia nello stile di vita e come modello architettonico.

Ranuccio I morì improvvisamente a Parma colpito di apoplessia, non giunto al cinquantatreesimo anno e dopo un regno di 30. Fu principe valoroso e lo dimostrò nell’assedio di Roano, nella spedizione di Algeri e nel guidare le Armi pontificie contro i Veneziani. Protettore munifico degli studi, aprì qui scuole di giurisprudenza, di medicina e chirurgia nell’anno 1599, e nel 1601 il celebre Collegio de’ Nobili, chiamato anche di Santa Caterina che costò 20 anni di lavori. Ornò Parma di quell’ enorme complesso di edifici chiamati Pilotta e del magnifico teatro Farnese. (L:Poncini)

La politica culturale

Ranuccio I si valse largamente dei monaci dell’ Ordine dei Gesuiti che, oltre all’ insegnamento universitario si occupavano anche di quello impartito nei Collegi che per volere di Ranuccio vennero eretti nelle città di Parma e Piacenza. Tra questi i più prestigiosi erano il collegio di San Rocco, che pure era destinato alla istruzione dei gesuiti, e quello “dei Nobili” istituito nel 1601, che ebbe lunga vita e nel quale, come in analoghi Istituti d’istruzione anche posteriori, si formavano i giovani destinati per appartenenza di ceto a formare i quadri di una classe dirigente. Sempre frutto della vocazione giuridica di Ranuccio nacque e prosperò durante gli anni del suo ducato la formazione dell’Archivio Farnesiano, la cui direzione fu affidata nel 1593 a Pietro Zangrandi. I documenti, gli atti vari delle magistrature dello stato trovavano qui la loro collocazione, ma vi furono depositate anche le relazioni dei collaboratori ducali accreditati presso le corti straniere, nonché gli atti dei processi criminali. Fu senza dubbio una iniziativatra le più meritorie di Ranuccio e del suo trasferimento a Napoli voluto da Carlo di Borbone nel 1734 ebbe motivo ben valido di dolersene il ministro Du Tillot venendo a lui ed al ducato mancare quel prezioso archivio.

(L. Poncini, Effemeridi storiche di Parma, Edit PPS.)

Anno Domini 1479

Il Governatore di Parma Bonarelli, molto amato e benvoluto da tutta la cittadinanza, colpito da malattia, chiese insistentemente di venire sollevato dall’incarico e di ritornare in Ancona. Tale petizione non venne accolta e quale testimonianza di riconoscenza gli vennero donate venti braccia di panno dorato ”pro una veste” e cinquanta ducati d’oro “pro suffultura”. Così se fosse morto aveva l’abito di gala e i soldi per il funerale.

(Marco Pellegri, Un feudatario sotto l’insegna del leone rampante, Silva Editore)

La grande alluvione

“Al 21 di settembre 1414 – era venerdì – incominciò in Parma dirottissima pioggia e nell’ora in cui la notte già toccava la vigilia del giorno tale scoppiò dalle squarciate nubi un fragore di tuono che più persone fuggenti per lo spavento si smarrirono e molte donne sconciaronsi. Alle ore dieci del sabato così grosso ribolliva ed impetuoso infuriava il torrente rotolando sassi e legname che ruppe con ispaventevole fragore il muro della città contro a S. Caterina per la lunghezza di oltre 120 braccia, entrò per quella breccia e rovesciò molte case, affogò una suora e molte altre persone e scorrendo sino a S. Maria Nuova per buona sorte atterrò le mura e dilagò ne’ circostanti campi. Senza di che sarebbe stato sommerso tutto il capo di Ponte – Oltretorrente Anche questa volta rovinò la muraglia da contro la chiesa del Carmelo; ed eziandio quella di essa chiesa ed entrò l’acqua in tutte le case da S. Marcellino, S. Brigida, S. Tiburzio, S. Pietro, S. Bartolomeo e S. Alessandro ed in quelle della piazza rovesciò le botti nelle cantine, guastò l’olio e gran quantità di mercanzia nelle botteghe. L’acqua erasi alzata in città da entrare nei forni di Porta Nuova e di Porta S. Croce e tanto ancora erasi ingrossato l’allagamento sulla strada maestra da S. Siro a S. Michele dall’Arco che niuno poteva uscir dalle case non solo a piedi ma ne manco a cavallo. Rovesciò anche il muro di Porta a Bologna e tutte le case e le molina di Ferrapecora e ne menò via il grano, il bestiame grosso e minuto e le masserizie. Uguali danni patirono le case del territorio lunghesso l’infuriato torrente”.

(Abate Giuseppe Pezzana)