La prima auto a Parma

Ecco come viene ricordato da Guido Battelli l’avvenimento su Crisopoli, rivista del Comune, nel 1935: “dev’essere stata una mattina del 1889 o del 1890, che i buoni parmigiani lessero sulle cantonate il manifesto annunciante per le due pomeridiane di quel giorno l’arrivo della prima carrozza-automobile. Si raccomandava alla gente di lasciar sgombro il cammino da porta S. Michele a porta S. Croce e di tenere per mano i ragazzi, perché la carrozza-automobile avrebbe attraversato la città con la velocità spaventevole di quindici chilometri all’ora”.

(da 35 anni, il meglio del Lunario parmigiano)

Coltivazione del riso a Parma

Si legge dal verbale della riunione della Giunta comunale di San Pancrazio del 27 maggio 1877:
“Il Sindaco presenta e dà lettura alla Giunta della nota prefettizia in data 17 maggio n.4769 Div-1° nella quale, nel comunicare il provvedimento dato dal Consiglio provinciale sanitario in ordine alla reclamata abolizione per parte di alcuni proprietari abitanti in questo comune delle risaie esistenti nelle ville di Fraore, Eia, Roncopascolo, invita detto Sindaco a disporre, tra l’altro, perché sia praticata una rigorosa visita a tutte le risaie esistenti nelle ville suddette per constatare se esistono le condizioni o meno volute dalla legge e regolamento vigente sulla coltivazione del riso. Udita la lettura, la Giunta dà incarico all’ingegnere civile di Parma Sig.Terzi Prof. Dott. Angelo a praticare una rigorosa visita a tutte le risaie esistenti nelle ville di Fraore, Eia e Roncopascolo se si trovano o meno nelle condizioni previste dalla legge sulla coltivazione del riso. Firmato il sindaco Orlandi, l’Assessore Anziano Oppici e il Segretario Ferrari.

(Ricerca di Carlo Montali)

Beata Eugenia Picco

Nella Parma di fine Ottocento, Eugenia Picco – che recentemente venne proclamata Beata in San Pietro da Papa Giovanni Paolo II – profonde tesori di carità evangelica con l’esempio austero di una specchiatissima esistenza tutta spesa nella carità. Suor Eugenia arriva a Parma quando vi operano e spiccano per pietà e azione Andrea Ferrari, Guido Maria Conforti, Agostino Chieppi, Anna Maria Adorni, Lucrezia Zileri, Lino Maupas, Carlo Maria Baratta. Diresse per oltre 10 anni la congregazione delle Piccole Figlie.

(tratto da 35 anni, il meglio del Lunario parmigiano)

Iniziative della Consulta per il dialetto

È il libro dei sogni della Consulta…. clicca qui INIZIATIVE

I° incontro del Progetto “Lingua e cultura di Parma” – Parma Nostra, presso la sede della Croce Rossa di Parma, il 7 giugno scorso, ha organizzato il primo incontro del progetto “Lingua e cultura di Parma”. Il progetto è nato da una intuizione/suggerimento del prof. Giovanni Mori, e si pensa possa essere il primo di una serie, si prefigge lo scopo di dimostrare che è bello parlare in dialetto e che anche persone di cultura elevata non si vergognano di parlarlo….cliccare per il testo completo PROGETTO LINGUA E CULTURA DI PARMA

Francesco Soncini

Francesco Soncini e don Sergio Nadotti parroco di San Tommaso, un prete che amava il dialetto e l’arte, scomparso di recente

Sono molto in debito con Francesco Soncini perché mi ha sempre usato la gentilezza di eseguire bellissime vignette a corredo dei miei pezzi per la rubrica “Tuttaparma” della Gazzetta. Ha illustrato il miei libri “Pärma e Brazil” e “La nostra Parma” di cui  ha disegnato la bella copertina. Francesco, sempre con le sue preziose vignette, mi ha supportato anche nel sito “giuseppemezzadri.com.” che ormai è chiuso ma in compenso siccome sto lavorando al sito della Consulta per il dialetto parmigiano continuerò ad utilizzare le sue fantastiche vignette. Francesco è molto noto a Parma ma per chi ancora non lo conoscesse allego la sua autopresentazione che ha scritto per il sito.

Francesco nasce nel ‘35 a Parma. Uno degli ultimi “pramzàn dal sas”. Elementari, medie, Istituto Tecnico per ragionieri (per evitare il latino). Dopo quattro anni di sofferenze scolastiche si accorge che c’era incompatibilità fra lui e la burocrazia contabile. Passa all’Istituto d’Arte Paolo Toschi dove si diploma in scenotecnica in un anno, tre mesi e venti giorni. Lavora come cartografo e come disegnatore pubblicitario, meccanico ed edile sino ad arrivare, quasi per caso, all’abilitazione all’insegnamento. Insegnerà in scuole di ogni ordine e grado sempre facendo contemporaneamente il pittore e lo scrittore. Frequenta a Cinecittà un corso per aiuto regista diretto da “Luchino Visconti”. Lavora al “Il Vittorioso” dove conosce “Jacovitti”, “Landolfi” e “Caesar”. Tra le sue numerose iniziative per la scuola, i bambini, lo sport e la città, spicca la Presidenza del”Palio di Parma”. Per una decina d’anni ha dipinto i drappi per i premi, creato il manifesto, i simboli delle cinque porte; il gioco della Dama in costume; la Cena dei Capitani e la benedizione in Cattedrale dei Palii dipinti. Collabora con diversi giornali con illustrazioni, novelle e saggistica varia in special modo con la Gazzetta di Parma. Ha fatto diverse mostre e pubblicato libri di varie tematiche. Sposato con la pittrice Gianna Monti, ha due figlie e due nipoti.

 A questa stringata biografia voglio aggiungere uno stralcio del gennaio 2011 tratto dalla Gazzetta di Parma a firma (T.M.) credo si trattasse di Tiziano Marcheselli.

Francesco Soncini, noto come Soncio, gravita solitamente in strada Aurelio Saffi, tra l’Istituto «Don Gnocchi» e via Dalmazia: un piccolissimo mondo, nel quale l’estroso pittore e umorista si trova perfettamente a proprio agio anche perché è certamente una simpatica persona, così come sono simpatici e gradevoli i suoi disegni. Abbiamo un passato in comune, sia per quanto riguarda le mostre (gliene ho organizzata una, molto raffinata e coerente,  tanti anni fa alla galleria Giordani di strada Cairoli sul tema di Don Chisciotte, già inserita nel surrealismo, che Soncini ama moltissimo) sia per quanto concerne le storie a fumetti (gli avevo scritto i testi per uno strano personaggio, «Il ragioniere», che, quando portava fuori il gatto, sognava di essere fra le tigri del Borneo, ma aveva sempre una moglie concreta che lo riportava alla realtà. Poi, sulla Gazzetta, abbiamo pubblicato una rubrica di oroscopi, con personaggi conosciuti sempre ironici e semplici da capire. Insomma, una storia lunga una vita, anche se. l Soncio non ha fatto molte mostre, forse per pigrizia, forse perché ha bisogno di qualcuno che gli assegni i temi e che lo sostenga moralmente nell’organizzazione….

Aggiungo anche quanto nel 2011 scriveva Francesco Rossini: Soncini è componente attivo del comitato direttivo di Parma della società Dante Alighieri. Le illustrazioni dei volumetti annuali, contenenti i testi delle liriche inedite premiate nel concorso da noi realizzato a maggio di ogni anno, in occasione della “Giornata della Dante“, sono opere sue. Le spiritose vignette, tutte legate ai temi ogni volta da noi fissati, sono sempre ben centrate. Tutti noi del Comitato provinciale conosciamo il prof. Soncini e l’eccezionale qualità dell’insegnamento rivolto a numerosi alunni nelle scuole della nostra città, la riservatezza dei sentimenti familiari, l’opera di aiuto e di generosità, a livello di volontariato, svolta presso gli ospiti dell’istituto “Don Gnocchi“ di Parma, nonché l’appoggio dato a manifestazioni folcloristiche cittadine, quali “Il palio di Parma”.

 

Soncini è un grande disegnatore ma chi ha la fortuna di frequentarlo come è capitato a me, magari per il caffè del mattino,  ha il piacere di scambiare due parole con un gentiluomo che ha il potere di farti cominciare bene la giornata gustando l’ironia delle sue battute mai volgari e sempre positive.

Ne riporto alcune:

Qualche giorno fa, incontrandolo nel solito bar per il caffè del mattino, gli dissi: “Soncio, gh’ò bizzògna äd parlärot”. Rispose: “Tutti mi vogliono parlare e nisón che mi voglia ascoltare. E meno äd tutti me mojèRa ch’la pärla sémpor le”.

La battuta mi piacque e volendo segnarla nella mia agenda gli chiesi se avesse una penna. “Mi dispiace, sono implume”.

 Il suo matrimonio venne celebrato da don Dagnino. Il sacerdote, che aveva in confidenza i due giovani, commentò: “ A si do nózi in-t-un sach. Mo si tant cojón ch’a gh’é anca al cäz ch’a vaga tutt bén”. E, in effetti, così è stato.

Il fratello, attualmente parroco di San Secondo, da giovane correva in bici. Quando entrò in seminario organizzò una gita in bici. Nel ritorno presero un grande acquazzone. Arrivarono bagnati come pulcini. Facevano pena. Francesco che ha un’ironia che punge, li saluto con un “Sia lodato Gesù Cristo”. Il fratello lo guardò malissimo e disse: “Di ancòrra do paroli ch’a t’ dróv la pompa äd la biciclètta”.

La sposa

L’amico “Soncio”, artista dotato anche di gradevole ironia, si lamentava con il fratello sacerdote del ferreo controllo che subiva da parte della propria moglie. Questi gli disse che anche lui non era poi tanto libero perché, diceva: “Io ho sposato la Chiesa”“E’ vero che tu hai sposato la Chiesa”, ribattè il mio amico, “mo s’a t’ vè a ca tärdi la ne t’ bräva miga!”.

Quaresima

Soncio, come organizzatore del carnevale dei bambini, ricorda di avere chiesto a mons. Colli se poteva rimandare il carnevale alla domenica successiva, che era già quaresima, perché stava piovendo. Il vescovo lo guardò un attimo e poi disse: “Per te sarà quaresima, per i bambini no!”

 Soncini ha disegnato, per l’AVIS, varie e divertenti vignette con testi in dialetto allo scopo di incentivare  la donazione del sangue. Ne pubblichiamo una.

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La battute di Bertozzi – il Bertozzi come autore di poesie molto belle è molto conosciuto ma io, avendo avuto nella mia vita lavorativa la fortuna di lavorare in Barilla e la fortuna di avere come capo proprio lui, ho avuto la possibilità di apprezzarne il non comune senso dell’umorismo. Bertozzi è stato uno dei principali artefici dello stabilimento di Pedrignano che, ancora oggi, a distanza di 40 anni, ha linee di produzione ed impianti all’avanguardia. Con lui, ingegnere intelligente, autorevole e non autoritario, era possibile lavorare bene e con serenità anche perché aveva la singolare abilità di sdrammatizzare le situazioni critiche con battute brillanti ed ironiche. Un esempio di ironia disarmante. Aveva ottenuto, con fatica, di visitare un’azienda molto gelosa dei suoi impianti. Portò con se quattro colleghi. Al direttore che li ricevette parvero un po’ troppi e chiese: “Come mai siete venuti in cinque?”. Risposta: “Perché gli altri non avevano tempo”. Risero tutti….

cliccare per le battute su:   BATTUTE

 

 

 

Dialetto di Sala Baganza

CENTRO STUDI DELLA VALBAGANZA

Il Centro Studi della Val Baganza è stato istituito nel 1976 e ufficializzato poi con atto notarile nel 1985, per opera di don Antonio Moroni che ha pescato alcuni ingenui “esperti” di cose valbaganzesi o valbaganzane (da Sala Baganza, Felino, Calestano, Berceto, Terenzo e con frazioni e delegazioni di Parma) e li ha caricati della voglia di sanare i mali antichi della Valle, prima di tutto mettendone in pulita luce le peculiarità qualificanti. Lo strumento è stato Per la Val Baganza, il cui primo numero di 56 pagine ha visto la luce nell’estate 1977 ma che, poi, di anno in anno ha aumentato la consistenza fino a toccare le 664 pagine nel 1992 con il suo decimo numero. Dopo un’interruzione di tre anni, ha ripreso ad uscire nel 1996 e si presenta ora come È una corposa pubblicazione annuale che tratta di temi storici, artistici e di tutela ambientale valbaganzesi  (da Sala Baganza, Felino, Calestano, Berceto, Terenzo e con frazioni e delegazioni di Parma).  Quello del 2017 è il 32° numero e quello del 2018 è già in allestimento. Sono da tempo un estimatore di questa interessante pubblicazione perché da vari anni è oggetto di scambio tra me e l’amico Pietro Bonardi. Lui me ne dà una copia e io ricambio con una copia del Lunario parmigiano di Parma Nostra di cui sono uno degli autori. Quelle che seguono sono due pagine (allegate in PDF) estratte dalla pubblicazione del 2002 che parlano della Compagnia dialettale salese.

Accanto al “numero unico” si è andata sviluppando la catena dei cosiddetti “Quaderni” che sono per il momento fermi a quota 26, mentre, fuori collana, sono la monografia sul pittore Giovanni Gaspare Lanfranco, frutto della infinita sagacia e cultura artistica di Giovanni-Pietro Bernini, il tomo miscellaneo di Vittor Ugo Canetti su Felino: Capitoli dal passato e la monografia di autori vari Selva del Bocchetto – Zolle di storia.

Il Centro Studi ha inoltre promosso nel 1981 un riuscitissimo (nell’immediato) Convegno, a Calestano, sulla situazione idrica della Valle, a cui ne sono seguiti altri di minore risonanza immediata. E siccome i mediatori più efficaci della cultura rimangono pur sempre gli insegnanti, ecco la nascita dei Duepomeriggi: una proposta di aggiornamento loro rivolta (ma nessun altro è escluso) per due pomeriggi nel mese di settembre (nel 2016 è stata la 34ª edizione). Per dare continuità di presenza nelle case degli abitanti della Valle, dal 1995 va in onda il Valbaganzario o della Val Baganza il calendario che segnala (con sempre insicura sicurezza profetica) avvenimenti o iniziative (festaiole e culturali) che si dovrebbero concretizzare nei singoli centri della Valle nel corso dell’anno, rievoca fatti di cronaca di cent’anni prima, esibisce accattivanti reperti fotografici o pittorici e, a volte, ricettari scovati nella secolare sapienza gastronomica di stagionate massaie.

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COMPAGNIA-DIALETTALE-SALESE

 Quaderni

Altre pubblicazioni interessanti sono i “Quaderni” ad oggi arrivati al numero 26. Per gentile concessione del Centro Studi, pubblichiamo, dal quaderno n. 4, stampato nel  1985 dalla Tipolitotecnica  di Sala Baganza e avente per titolo VOCI E SORRISI DI POPOLO, varie pagine con proverbi, modi di dire, filastrocche e preghiere in dialetto illustrate dal bravissimo Francesco Soncini (Soncio).

La pubblicazione si apre con la seguente interessante premessa dal titolo “VECCHIE NOVITÀ” dopo di che abbiamo inserito la scansione (in PDF) di alcune pagine che permettono di ammirare, in particolare, i disegni di Soncio.

“Vecchie novità”

«Mo có dìt al sonèt?»: così la voce del popolo sorride mentre stacca la corrente al luminare che inizia il ballo delle parole nebbiose e grosse per dipingere di meriti e di destini il dialetto. Chi lo parla, il dialetto, non lo considera un mistero da rovistare colle lenti e col bisturi di scienze complicate: lo mastica semplicemente, come il pane; o lo respira, come l’aria: perché confondergli la vita con bordate di interrogativi o con gragnuole di ragionamenti infilati nel buio di ipotetiche certezze? Il magro ventaglio di penne sparse, strappate alla variopinta e mo­bile parlata dialettale, che rinfresca le pagine seguenti, osa pre­tendere di non contenere novità, ma solo di ripresentare voci già note nelle molte raccolte e nei forbiti studi sui dialetti del Parmense, colla schietta nudità della immediatezza, appena corretta e velata/svelata dal disegno innocentemente malizioso di Francesco Soncini. La fonte diretta di quasi tutti i testi qui illustrati, è l’inedito (esi­ste solo dattiloscritto) Vocabolario Salese-Italiano, compilato in due successive «edizioni», da alunni della Scuola Media «Ferdinando Maestri» di Sala Baganza, durante gli anni scolastici 1965-66 e 1966-67 (lumi più limpidi e vasti in Per la Val Baganza 77, pp. 24-25).

L’occasione per comporre i petali di questo ventaglio ha le radici nei «Duepomeriggi» (11 e 13 settembre 1985) che il Centro Studi della Val Baganza, a bordo delle iniziative del Comitato «Sala Baganza invita», offre agli Insegnanti per una piacevole e seria riflessione su «Dialetto: lingua morta e straniera?», e poi nel contributo da inventare per lo stand dedicato a «Lèggere la montagna», nei padiglioni di «Quota 600» (26-29 settembre 1985). Sono pochi esempi visualizzati di voci partite dal mondo frescamente espressivo della civiltà quasi priva di immagini, per un invito ad ascoltare, senza rimpianti, ma con onesto rispetto e qualche vantaggio (ognuno vi peschi quel che lo stuzzica), il «sale» sempre nuovo di esperienza (è troppo dire «saggezza»?) antica. Settembre 1985        II Centro Studi della Val Baganza

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Valbaganziario

È il Lunario che viene pubblicato ogni anno e contiene varie informazioni ma, in particolare per quest’anno, notizie ed episodi accaduti 100 anni fa. Il lunario del 2017, come si può vedere nell’esempio che segue, riporta fatti del 1917 quando ancora c’era una vita da guerra.

DAL VALBAGANZIARIO 2017 – 

Stranomario salese e Grammatica descrittiva

Tra le iniziative più significative svolte da Centro vi è la compilazione, per ora soltanto dattiloscritta, di uno Stranomario salese e di una grammatica descrittiva del dialetto salese. È stato un lavoro molto impegnativo che viene da lontano e che ha visto coinvolti anche i giovani studenti.

Luigi Sturma

Ho conosciuto Luigi Sturma in occasione di un incontro in circolo di anziani dove ha letto alcune belle poesie. E’ sempre disponibile (molto più di me) per attività di questo tipo che la dicono lunga sulla sua sensibilità e disponibilità al volontariato che svolto in vari ambiti. Luigi, come altri poeti nostrani, ha cominciato quasi per gioco scrivendo rime per i colleghi in occasioni particolari. Ormai ha al suo attivo molte poesie che cantano Parma, la famiglia, gli amici e personaggi vari. Notevoli sono anche, a mio giudizio, le riduzioni in dialetto di commedie di autori classici; Luigi  Pirandello, Eduardo De Filippo, Giovannino Guareschi e Molière. Di quest’ultimo ha tradotto “Il malato immaginario” riscuotendo un grande successo. La seconda guerra mondiale ha sconquassato la famiglia di Luigi, nato nel 1938, a cominciare dall’infanzia. Al termine del conflitto la sua situazione non migliorò di molto perché il padre non era ancora rientrato ed egli venne sistemato in collegio. Conoscendo queste sue vicende non stupisce che uno dei temi dominanti della sua poesia sia la famiglia e il valore. Con il suo permesso abbiamo inserito questa poesia dedicata alla moglie.

NOSI D’OR dedicata alla moglie

ALTRE POESIE DI LUIGI  La me Sposa  – Un prét divers – Il Coro di Fognano – Al me Nadèl – Al mandolén – Al Cavalier Castagètt – Pasqua – Penser  – Primavera

 

Dialetto di Fontanellato

 

 

Mario Scaramuzza dopo una vita intensa sia a motivo del suo lavoro sia per i suoi interessi extra lavoro importanti come ad esempio l’impegno come direttore del coro Monte Orsaro, da quando è in pensione, si è particolarmente impegnato sul fronte del dialetto e delle tradizioni di Fontanellato in particolare ma non soltanto. Una delle sue preoccupazioni è quella di tramandare alle future generazioni poesie, proverbi e detti scritti in modo da tale da rendere non equivoca la pronuncia. Per questo ha messo a punto un “alfabeto fonetico”  mirato allo scopo.

Dice Scaramuzza: l’unico modo per tramandare il nostro dialetto è quello di “adottare” un alfabeto fonetico “fatto in casa”, distinguendo suono e flessione di voce (apertura e durata delle vocali), trasformando la scrittura tradizionale in un sistema di simboli inequivoci, eliminando così la principale fonte di malintesi ed errori. Utilizzando il computer, dobbiamo prendere in considerazione: nove segni da usare per le vocali semplici, nove segni per le vocali accentate e nove segni, soprassegnandole con una barra, per prolungare la dizione delle vocali stesse, flessione così diffusa nel nostro linguaggio, nel nostro parlare quotidiano; anche le poche consonanti doppie, sono state “personalizzate”. Lo schema seguente, vuole essere solamente propositivo perciò è modificabile e migliorabile; così pure, nei casi dubbi, nella pronuncia dei vocaboli e delle frasi idiomatiche, si sono riportate le diverse interpretazioni suggerite dai “vċ” del paese.

La critica di Scaramuzza a queste regole e i suoi limiti.

Per capire come leggere correttamente i lemmi degli esempi sopra citati è indispensabile conoscere alcune regole. Se questo non è, quando non vi siano più parlanti, vi sono parole delle quali non si è certi di come si debbano pronunciare. Scaramuzza propone di utilizzare un alfabeto fonetico che permette di scrivere i lemmi in modo tale da aver al suo interno le informazioni circa la corretta pronuncia. In altri termini mentre con la grafia Bocchialini-Capacchi, per leggere correttamente, è indispensabile conoscere alcune regole. Utilizzando l’alfabeto fonetico di Scaramuzza è necessario conoscere il suono reso da ciascun simbolo. In questo caso ognuno può leggere in modo corretto le parole anche di dialetti che non sono i suoi. È un modo per tramandare lemmi con la pronuncia corretta anche quando i parlanti saranno sempre meno.

Il progetto di Scaramuzza, una rete dei dialetti o una famiglia dei dialetti

Con il coinvolgimento delle Amministrazioni comunali della Provincia di Parma (senza con questo voler escludere le zone viciniori, anzi!), perché si impegnino ad organizzare gruppi di lavoro in ogni Comune, si potrebbero sviluppare dei collegamenti per uniformare la scrittura dei diversi dialetti in modo da creare una rete dei dialetti. Presupposto che ritengo determinante, considerata la sua grande importanza e la sua diffusione nel contesto provinciale, che si riesca a formare un gruppo di lavoro costituito da parmigiani “del sasso” desiderosi di tramandare alle future generazioni il Dialetto della Città di Parma. Se questa proposta sarà condivisa dal Comitato di Coordinamento della Consulta, si dovranno costituire due gruppi:

  • uno dedicato ai cittadini che ancora si esprimono o, perlomeno capiscono il dialetto, che si interesserà di sviluppare iniziative atte a diffonderlo nelle sue diverse estrinsecazioni: teatro, letture, pubblicazioni, scuola, incontri di intrattenimento specifici;
  • un altro, costituito da un ristretto numero di appassionati che affronteranno un lavoro di ricerca ed elaborazione, finalizzato ai posteri che vorranno sentire e rivivere la nostra parlata, in tutte le sue emozionanti pagine, per commuoversi e divertirsi o solo per immergersi nostalgicamente nel passato.

A tal proposito, come ho già fatto presente, sono disponibile a collaborare per impostare il programma, mettendo anche a disposizione tutto il mio materiale costituito da:

  • due Vocabolari di oltre 93.000 righe “dialetto-italiano e “italiano-dialetto” (nel dialetto di Fontanellato), utilizzabili per predisporne uno specifico per la città corredati con voce;
  • una raccolta di 4.300 Detti e Proverbi, corredati con voce, sempre estensibile;
  • una Paginetta per come si dovrebbe scrivere in alfabeto fonetico e un Font (MS REFERENCE TINO PRO) che consente di elaborarlo senza difficoltà.

A disposizione per tutto ciò che potrò fare per collaborare fattivamente, porgo i miei più cordiali saluti.

MODI DI DIRE FONTANELLATESI

POESIE A CURA DI MARIO SCARAMUZZA- cliccare per i seguenti testi di alcune poesie tratte dalla vasta raccolta di Mario Scaramuzza, scritte nel dialetto di Fontanellato e complete di traduzione in italiano. Le prime due, Il mio dialetto e L’amico sono sue. Seguono, di Aimi Annamaria, Ai miei amici veneziani e di Erminia Brianti A Sant’Antonio. Di Gandini Margherita è la poesia  marzo 1903 e di Bruno campanini A Fontanellato.

Due poesie parmigiane tradotte in dialetto fontanellatese da Mario Scaramuzza:  cliccare su: LA MUSICA IN PIASA  di Renzo Pezzani e AL BAR DLA FAMIJA  di Fausto BertozziI 

 

Corso di dialetto parmigiano 2018

Il corso di dialetto 2016-2017 articolato in 9 lezioni, è superato dal corso 2018 articolato in 10 lezioni che verranno inserite di mano in mano Ogni lezione, appena possibile,  sarà corredata di un audio che permetterà di rendere la corretta pronuncia delle parti dialettali. Il corso comprende nozioni di storia del dialetto, personaggi, modi di dire, proverbi, esercizi di lettura, glossari, poeti e poesie.

CORSO DI DIALETTO PARMIGIANO 2018 cliccare per le lezioniLEZIONE N 1 – LEZIONE N 2 – LEZIONE N 3  -LEZIONE n 4

lezioni  corso 2016-2017 LINK ALLE LEZIONI (da 1 a 9)

PROGETTO LINGUA E CULTURA DI PARMA 2016  –DICIAMOLO IN DIALETTO

DISPENSA cliccare per testo  DISPENSA PER PROGETTO -DICIAMOLO IN DIALETTO –

Guglielmo Capacchi

Guglielmo Capacchi

 

Di recente, alla camera di Commercio di Parma, si è tenuto, a cura della Comunità delle Valli dei Cavalieri, un convegno per ricordare vita e opere del  professor Guglielmo Capacchi, una persona speciale, come scriveva Pier Paolo Mendogni, che ha dato molto alla nostra città coltivando, parallelamente alla sua attività di docente universitario, con rara intelligenza e con grande serietà, il dialetto e, nel senso più ampio, la storia di Parma e non soltanto, diventando l’esperto più qualificato in questa materia che ha nutrito le nostre radici.

Ognuno dei vari interventi ha evidenziato un aspetto particolare dei tanti ambiti di interesse del professore. Giuseppe Marchetti, che ha condotto il pomeriggio, da vecchio amico del professore, ha esordito dicendo che Capacchi va studiato da diversi punti di vista: professore, libraio, profondo conoscitore del dialetto e delle tradizioni popolari e amico delle persone appassionate come lui che accoglieva nella bottega della moglie in borgo Giacomo Tommasini. Bottega che era, ed è tutt’ora, ritrovo per chi ama l’idea dei libri. Una sorta di caffè letterario come quelli di un tempo.

La vita

Guglielmo Capacchi è nato in Borgo Torto nel 1931. Il padre Erminio che aveva bottega di barbiere in via Cavour gli trasmise la passione per i libri  e voleva che imparasse sia il dialetto che l’italiano. Finita la guerra Guglielmo, che era sfollato a Giarale di Marzolara, torna in città, studia al Romagnosi e lingue a Bologna dove diventa professore di Lingua e Letteratura Ungherese.  A Bologna dà avvio all’insegnamento di Filologia Ugro-finnica e getta le basi per quella che diventerà la Scuola Permanente di Studi sullo Sciamanismo. Parla correntemente ungherese, inglese, spagnolo e esperanto, di cui fu anche insegnante e grande sostenitore, e se la cava anche con lo swahili. Diventa ungarologo per una combinazione fortuita ma poi vi si dedica senza risparmiarsi. Per questo, Matteo Montan, nel suo libro La città a parole, con felice espressione, lo definisce “un ungherese del sasso”. Muore a Parma il 7 ottobre 2005.

Docente universitario

Carla Corradi Musi, sua excollega, ha trattato la docenza e le opere di Guglielmo Capacchi ungarologo che si prodigò per far conoscere la cultura ungherese e ugrofinnica in generale, pubblicando una grammatica e numerosi saggi letterari e linguistico-antropologici. Fu anche ottimo traduttore di poesie e di testi teatrali.

Scrittore ed editore

Maurizio Silva ha raccontato della lunga collaborazione che ebbero. I principali titoli di argomento locale rendono l’idea della mole di studi e di ricerche che egli ha fatto su storia, arte, dialetto e tradizioni. È del ’68 la pubblicazione di Proverbi e modi di dire parmigiani cui seguì Sapa e badil. Altri proverbi e modi di dire parmigiani .Vengono poi I Castelli parmigiani, La cucina popolare parmigiana, Che lavór, sjor Gibartén. Piccole storie di modi di dire parmigiani, Oh, l’è chì al formaj bón! Altre piccole storie di modi di dire parmigiani. Come storico e consulente editoriale curò la pubblicazione di testi come L’arte dell’incisione a Parma, Viaggio ai monti di Parma, La féra ‘d San Giuzép, La Zecca di Parma, La storia di Bardi, Il declino di un Ducato, Le osterie parmigiane, Feste e spettacoli alla corte dei Farnese.

Il Dizionario Italiano-Parmigiano

Silva, parlando del famoso e atteso dizionario Italiano-Parmigiano, ha spiegato che fu molto impegnativa per entrambi perché Capacchi lavorava con schede che continuamente aggiornava. Purtroppo, non avendo ottenuto nessun aiuto dalle Istituzioni, egli chiese al professore di attendere prima di dare alle stampe il dizionario Parmigiano-Italiano. Quando risultò chiaro che si poteva procedere era troppo tardi. Seri problemi familiari lo fecero desistere.

A proposito del dizionario, posso dire  che, quando nel 1992 uscì, per noi di “Parma Nostra” diventò subito il Vangelo e veniva, e viene tutt’ora, sempre consultato. Il dizionario, a mio giudizio, è anche qualcosa di più talmente è ricco di citazioni. Infatti non si limita ad indicare i termini dialettali più comuni corrispondenti alla voce italiana ma elenca, in molti casi, tantissimi e curiosi sinonimi che, ai meno giovani, spesso suonano ancora familiari. Riporta anche parecchie espressioni idiomatiche che essendo scritte in modo completo e per esteso contengono preziose indicazioni su come si costruiscono le frasi con relative congiunzioni, apostrofi, accenti ed elisioni. Dal punto di vista della grafia, quello che ho imparato, l’ho imparato soprattutto sfogliando gli esempi del dizionario. In seguito, quando nel 2000 ho pubblicato il mio terzo libro, Pärma e Brazil, non ho più disturbato il professore che mi aveva usato la gentilezza di correggere la parte dialettale del mio secondo, Riz e Vérzi, ma ho potuto fare da solo con il solo sussidio del suo dizionario. Il professore aveva  una grande disponibilità, ad aiutare chi scrive in dialetto. Lo ha fatto per Fausto Bertozzi, Gianpiero Caffarra, Enrico Maletti e sicuramente altri ancora.

Uomo di cultura

Marzio Dall’Acqua, ex direttore del nostro Archivio di Stato, ha raccontato che arrivato a Parma, provenendo da Mantova, della nostra città non conosceva molto per cui gli fu molto preziosa la collaborazione con Capacchi che diventò per lui un punto di riferimento. La sua vasta cultura gli fu preziosa in diverse occasioni. Li univa il comune interesse per la cultura popolare. Secondo Dall’Acqua il problema vero era, all’epoca, quello di salvare la cultura popolare intanto che era possibile. La cultura orale di un mondo che sarebbe scomparso con i parlanti. Ha spiegato che un resto archeologico sotterrato, se lo è stato per  1000 anni, lo può stare ancora, ma il dialetto, la parola che sfugge, che muore con la persona che la pronuncia, questo no. Il lavoro sul dialetto, sulle tradizioni e sugli usi popolari che, in quel momento, poteva esser fatto solo da una persona di grande intelligenza e di grande sensibilità, Capacchi lo ha fatto e le sue pubblicazioni sono un tesoro che è stato salvato.

Gianluca Bottazzi, parlando dell’uomo Capacchi, studioso di storia del territorio, ha detto che salendo i tre gradini di borgo Giacomo, dal professore, ha sempre ricevuto, tali e tante erano le sue conoscenze e notevole la  sua capacità di dialogare e di dare indicazioni.  Il professore spiegava volentieri, allo studioso che incontrava in quel momento, gli aspetti che hanno caratterizzato le sue pubblicazioni e sempre con un tratto bonario che lo fa rimpiangere maggiormente.

La “Fondazione Borri” ha voluto essere presente ad una manifestazione che rendeva omaggio ad un protagonista importante della nostra cultura perché, spiegava  Mariacaterina Siliprandi, la cultura ci aiuta a vivere meglio. Omaggio a Capacchi uomo di cultura lo ha inviato anche, da Amsterdam, il Duca Carlo Saverio di Borbone Parma, che ha ricordato come anche suo padre apprezzasse il professore tanto da conferirgli il cavalierato dell’Ordine Costantiniano di San Giorgio e quello sotto il titolo di San Lodovico.

La Comunità delle Valli dei Cavalieri

Il territorio della Valle dei Cavalieri, che più propriamente andrebbero chiamate Valli, è costituito dal sistema orografico appenninico dei corsi dell’Enza e della Cedra, dove gli antichi borghi fortificati che occupavano posizioni strategiche e dominavano le linee ottiche di queste zone, costituivano un sistema poligonale di difesa dimostratosi nel tempo quasi inespugnabile. Gli antichi borghi erano: Castagneto, Lalatta, Montedello, Palanzano, Pieve, Ranzano, Succiso e Vairo.

Francesca Scala, parlando a nome dei soci della “Comunità delle Valli dei Cavalieri”, organizzatrice dell’evento, ha spiegato che il convegno era un riconoscimento dovuto al professore che è stato uno dei fondatori dell’associazione portandovi entusiasmo e il seme della ricerca. Ha spiegato che le finalità della Comunità sono: mantenere “viva” nella memoria le Valli (cercare di diffondere documenti di ogni tipo; lettere, iscrizioni, storie di personaggi, apporti orali, preghiere, proverbi, locuzioni); offrire “tessere”, seppure modestissime, al mosaico della storia; favorire legami di collaborazione fra i soci e di affetto fra le montagne e chi si è allontanato; lasciare agli abitanti la consapevolezza di possedere un patrimonio culturale che deve essere protetto. Sullo stesso argomento, Giancarlo Bodria ha sottolineato quanto l’associazione sia importante per la ricaduta culturale sul territorio. Territorio, quello di Palanzano, Monchio e Ramiseto, che il professore, che pure era nato in borgo Torto, amava moltissimo essendo la zona di origine della sua famiglia. Bodria ha illustrato con dovizia di particolari il non facile percorso che ha permesso di raggiungere il prestigioso risultato. L’idea della Comunità è nata nel ’71 e la sua realizzazione si deve ad un gruppo di studiosi a far parte del quale venne invitato anche il professor Capacchi che si spese con generosità. Quanto mai preziose si rivelarono le sue conoscenze di araldica ma soprattutto quelle storiografiche relative a quelle valli che conosceva non meno a fondo di chi le abitava. Lo stesso vale per la redazione dei 29 annuari pubblicati, ad oggi, nei 42 anni di vita della Comunità. Giorgio Maggiali, sindaco di Palanzano, ha espresso la gratitudine della sua gente per il professore che ha collaborato con forza, competenza e trasporto verso le montagne alla nascita dell’associazione.

Etnografo

Carlotta Capacchi ha ricordato che circa 40 anni fa, a Monchio, in occasione di un funerale, il papà Guglielmo, ebbe occasione di sentire I Cantor ‘d Monc’eseguire alcuni canti sacri. Fu amore a prima vista. Ascoltandoli ebbe la percezione di trovarsi di fronte qualcosa di diverso da quanto aveva udito fino ad allora. Cantavano il Miserere, le litanie, il Magnificat e il Dies Irae. Non dette pace ai cantori fintanto che non riuscì a trascrivere e registrare.  Consegnò l’incisione  a Roberto Leidi titolare della cattedra etnomusicologia a Bologna che, a sua volta, la inviò ad un convegno internazionale di musiche popolari. L’ascolto lasciò tutti senza parole. Il verdetto fu unanime; la musica sacra di Monchio è un caso unico. I cantori  vennero invitati ad esibirsi alla Piccola Scala di Milano. I testi furono recepiti nel libro di Marcello Conati I canti popolari della Val d’Enza e della Val Cedra che si avvalse della collaborazione del professore.

Il coro di cantór ‘d Monc

Giacono Rozzi, a nome dei coristi,  ha esordito dicendo:”Noi cantiamo “a orèccia”, non c’è nessun maestro, nessuno che ci guida e nessuno che ha dimestichezza con la musica”Il coro propone un repertorio di canti sacri in latino, che da secoli la tradizione orale ha tramandato di generazione in generazione. Quando c’è  bisogno va, di loro, chi è disponibile. Parlando del Dies Irae, il loro pezzo forte che Capacchi tanto amava da essere scherzosamente chiamato “il professor Dies Irae”, ha spiegato che ha due versioni che Capacchi, con ironia, li aveva denominati il Dies Irae di sjor e il Dies Irae di povrètt perché uno ha una melodia solenne e l’altra più semplice. Anche il Magnificat ha una versione solenne che si canta nelle feste della Madonna e nei Vespri. Rozzi, concludendo la presentazione del gruppo, ha detto: “Per il professore, questi canti erano una delizia. Noi glieli dedichiamo sperando che da lassù ci senta e possa godere con noi questa bella serata. Ancora grazie professore!”

Capacchi studente

E’ toccato ad alcuni suoi vecchi compagni di scuola, Gianpaolo Minardi, Giorgio Orlandini e Fabio Fabbri dare un interessante contributo alla conoscenza del professore studente al Romagnosi negli anni ’40. Ne è scaturito il ritratto di un Capacchi poliedrico; aveva, già allora, autorevolezza. Sapeva l’inglese quando in pochi, all’epoca, lo conoscevano. Leggeva molto ed era già colto aiutato anche da una robusta memoria. Aveva molti interessi; musica, pittura, cinema, teatro e una grande curiosità. Aveva uno spiccato senso dell’umorismo che contrastava con il suo vestire sempre di scuro e l’espressione seriosa. Ad esempio, parafrasando Eisentein, con i suoi compagni di scuola, girò il film Tchapamowskij corriere dello Zar (ovviamente da leggersi, alla russa, Ciapamoschi), di cui era animatore e sceneggiatore, girato sulle rive della Baganza. Era tale il suo ascendente sui compagni che riuscì a convincerli a studiare l’Esperanto e a coinvolgerli nell’avventura di rimettere in piedi il giornale “L’uomo libero”. Baldassarre Molossi e Pier Maria Paoletti ci mettevano la firma ma l’autore era soprattutto lui. Fabbri, a nome suo e degli amici, ma vorrei aggiungere anche a nome di tutti i parmigiani, ha concluso dicendo che il Comune di Parma e di Palanzano avrebbero il dovere di dedicargli una via o una piazza perché è stato un grande rappresentante delle valli, un grande parmigiano e un grande italiano.

CANTOR