Giuseppe Clerici (Pepén)

GIUSEPPE CLERICI, DETTO “PEPÉN” NEL RICORDO DEL FIGLIO LUIGI

 Nell’estate del lontano ’52, passai le vacanze estive, tra la prima e la seconda media, presso il fotografo Caggiati che aveva il laboratorio in borgo Sant’Ambrogio, proprio di fronte a Pepén. Vedevo tutti i giorni lui e la moglie e i loro collaboratori ma non entrai mai. All’epoca, a 12 anni, non si usava comprare panini nei bar. Pepén era, per me, una figura familiare ma di cui non sapevo nulla. Non avrei mai immaginato che, a distanza di 58 anni, avrei avuto l’occasione di approfondire la sua conoscenza seppure postuma. Tramite il comune amico, Antonio Guerci, ho conosciuto Luigi Clerici, figlio di Pepén, e ho avuto l’opportunità farmi raccontare del papà e del suo mitico locale.

Luigi parla volentieri di quel periodo anche per contribuire a ricordare, a due anni dalla morte, il papà che è stato un personaggio caro ai parmigiani e che ha amato molto la sua città alla quale ha dato molto, non solo panini.

Le origini

Racconta Luigi che a Parma, in borgo Sant’Ambrogio, esisteva già il bar Clerici tenuto dallo zio Italo e dalla zia Emilia. Era una vera osteria. Il papà entrò e cambiò subito il nome che diventò: “Un franco” perché dava, per un franco, il panino e un bicchiere di vino. (Questa informazione viene dalla memoria di Antonio Guerci, all’epoca giovane studente nonchè il           “bello” e “giovane amatore” nelle commedie dello zio Italo Clerici.) All’inizio era vino e salume, poi si aggiunsero le tartine e una pizza che non era come quella di Napoli. Vennero poi i wurstel con la senape, noti come “Volkwagen”. Si aggiunsero in seguito tre primi; cappelletti, gnocchi e tortelli e poi due o tre secondi piatti. La “carciofa” arrivò nella fase in cui si cominciava a cucinare non soltanto le cose parmigiane. Da ultimo si arrivò al grande catering per matrimoni importanti e altri eventi. Due volte l’anno si faceva la vera spalla cotta. La vera rezdóra era la mamma. Pepén era quello che la sapeva contare, che aveva le idee ma era la moglie colei che dava loro corpo anche perché, alle spalle, c’era la nonna Dirce. La nonna, avendo lavorato a servizio di famiglie nobili,  aveva imparato a fare piatti che a casa sua mai avrebbe

I fratelli Clerici erano sette, cinque maschi e due femmine, ma soltanto Giulio e Italo erano attori. Altri loro parenti ebbero partecipazioni ma minori. Pepén no. L’idea di vivere di teatro non gli andava. Lo riteneva rischioso e, oltretutto era per carattere contrario ad apparire in pubblico. In compagnia era diverso. Era un affabulatore e non era facile togliergli la parola.

Uomo di relazioni, aveva capacità di amicizia che teneva in gran conto. Non era raro che invitasse persone alla sua tavola, per cenare con la sua famiglia. Più volte fu ospite di Renata Tebaldi che ospitò lui e la sua famiglia a New York e, in quei giorni, annullava gli impegni in agenda. Non era il giullare colto. Sapeva dare e ricevere amicizia vera.

 

Il “Brodén”

La clientela di Pepèn era la più varia e comprendeva persone che, al mattino, volentieri avrebbero mangiato un panino accompagnato con un bicchiere di bianco se non fosse stato, all’epoca,  un po’ imbarazzante. Pepén ebbe l’idea di togliere loro l’imbarazzo facendo produrre alla Montresor, per il proprio locale soltanto, una bottiglietta di vino bianco corretto vermouth, che veniva chiamato “Brodén”.

 

Perché è andato in Liguria:

Il trasferimento dell’attività attività, nell’ottobre del ’62, da Parma a Leivi, è dovuto ad un malore, “Tirabación”, che lo aveva spaventato parecchio. Aveva capito che non poteva continuare con uno ritmo di vita così intenso. Alle 14 ore al giorno di lavoro si aggiungevano vari altri interessi. Teatro studentesco, “Famija Pramzana”, il circolo Rapid ecc.

 

Ebbe mai nostalgia di Parma?

Quella di trasferirsi, fu una scelta felice perché Pepén è campato fino a 93 anni. A Leivi, il sabato e la domenica, il lavoro era tantissimo ma durante la settimana poteva tirare il fiato. Nei giorni feriali, spiega, veniva poca gente e spesso erano amici di Parma che gli portavano notizie e novità della città e si mangiava tutti assieme con una simpatica baraccata.

 

 

Perché è andato in Liguria:

Ho chiesto a Luigi il motivo del trasferimento di una attività di successo addirittura in un’altra regione. Tutto ha origine da un malore (“Tirabación”) che lo aveva spaventato parecchio. Prese la sua decisione e annunciò alla famiglia: “Vendèmma tutt e ‘ndèmma in Liguria”. Aveva capito che non poteva continuare con uno ritmo di vita così intenso. Il locale apriva alle sei e mezza del mattino e non chiudeva prima delle due o tre di notte. Anche se al mattino apriva la nonna che arrivava in bicicletta, erano comunque 14 e talvolta 15 ore al giorno di lavoro. Se si aggiunge che mio padre si interessava anche di altre cose; del teatro studentesco, della “Famija Pramzana” di cui è stato uno dei fondatori, di mostre di pittura, del Rapid perché c’entrava lo zio e altre ancora si capisce quanto fosse pesante quel ritmo.

Vendette il locale ai dipendenti, che difesero bene il nome, e nell’ottobre del ’62 aprì il ristorante a Leivi.

 

Ebbe mai nostalgia di Parma?

Luigi osserva che, quella di trasferirsi, fu una scelta felice perché suo padre è campato fino a 93 anni. A Leivi, il sabato e la domenica, il lavoro era tantissimo ma durante la settimana poteva tirare il fiato. Nei giorni feriali, spiega, veniva poca gente e spesso erano amici di Parma che gli portavano notizie e novità della città nonché, ad esempio, la torta al limone del “Torino”, la zuppa inglese del cav. Castagnetti ecc. si mangiava tutti assieme con una simpatica baraccata.

Il papà, fino agli 80 anni, ha sempre pensato di tornare a Parma. Poi non lo diceva più e commentava:  “Da véc, co’ vaghia a fär a Pärma?”. Anche molti amici erano andati. Ricorda il rituale di guardare, ogni mattina, l’ultima pagina della Gazzetta di Parma. Ogni volta che moriva un amico era per lui un motivo in meno per tornare.

 

Premio simpatia

Pepén seppe inserirsi molto bene anche a Chiavari. Dapprima aveva stupito i liguri che facevano fatica a spiegarsi come, in un locale aperto da poco, fosse necessario prenotarsi con un certo anticipo. Poi li conquistò, tra l’altro, con la creazione dell’annuale “Premio simpatia” che prevedeva la premiazione di un parmigiano e di un ligure. La premiazione avveniva in una serata di gala che si svolgeva in grande albergo con alcune centinaia di invitati. Fra i premiati parmigiani ricorda  Luca Goldoni e i fratelli Mossini. Tra i liguri il regista Montaldo.

Con i fratelli Mossini esisteva una particolare amicizia. Pepén li considerava parte dal “Cór äd Pärma”.

 

La moglie

La moglie, senza lamentele o rimpianti, passò la vita all’ombra del marito. Le stava bene così. Ma quando fu ceduto il ristorante a Leivi, prese lei l’iniziativa. Come dire; nell’ultimo pezzo di strada guido io. Da schiva com’era diventò presidente delle dame di San Vincenzo e presidente della Croce Rossa di Chiavari. Una presidenza non banale se la Sala delle feste della Croce Rossa è stata intitolata a lei, Lidia Del Monte.

 

Don Nando

A Chiavari, don Nando Negri, aveva fondato “Il villaggio del ragazzo”, una importante istituzione, tuttora esistente, che si era specializzata soprattutto nella difesa e promozione dei bambini tramite scuole di tutti i tipi, ospitalità alle ragazze madri ecc. Pepén, gli era molto amico e lo aiutò concretamente.

 

Stopaj

Luigi ricorda due episodi simpatici legati a Stopaj, personaggio comunque caro ai parmigiani. Stopaj non era gradito come non lo sono in genere, nei locali, le persone che a motivo del troppo bere possono creare situazioni di imbarazzo per la clientela. Un giorno passando davanti al locale,  Stopaj vide che all’interno c’erano il prefetto e il questore. Astutamente pensò che Pepén, pur di liberarsi in fretta di lui, gli avrebbe dato da bere. Chiese educatamente permesso e, arrivato al banco, disse:

“Am dal un bianch, Pepén?”. Pepén gli versò un bicchiere di cedrata. Stopaj l’assaggiò poi, rivolto ai clienti, in italiano per rispetto alle autorità, disse:

“Signori, qui i panini li fanno bene ma se volete il bianco andate a berlo da un’altra parte”.

 

In un’altra occasione mise dentro la testa in paninoteca guardando interrogativamente Pepén che gli fece segno di andare più avanti. In effetti, più avanti, c’era la gelateria Manna di Fontana che vendeva i semifreddi e che a volte qualcosa gli dava. Evidentemente non in quella occasione perché Stopaj tornò subito indietro, si fermò di nuovo davanti alla paninoteca, e disse:

“Veh Pepén, là gh’é i semi-freddi e chi i cojón-bojént”.

 

Eccellenze parmigiane

 

 Scuola Internazionale di Cucina Italiana AL.MA  di Colorno

L’assegnazione del premio Sant’Ilario di Parma Nostra 2015 ad Albino Ivardi Ganapini ha dato modo di conoscere dai protagonisti i percorsi che hanno portato alla fondazione Scuola Internazionale di Cucina Italiana AL.MA che sforna 1300 professionisti della ristorazione all’anno, sta sul mercato della formazione e compete con altre strutture…cliccare per il testo   Scuola di cucina AL.MA. 

Musei del cibo

Le benemerenze di Ganapini non si esauriscono con la fondazione della scuola di cucina AL.MA. perché egli ha avuto un ruolo importante anche nella fondazione dei cinque Musei del cibo: della Pasta, del Pomodoro, del Salame, del Formaggio, del Prosciutto. Nessun altro territorio italiano può vantare una cosa simile… cliccare per testo completo e foto MUSEI DEL CIBO di G.Mezzadri

 

Dal portale “Musei del Cibo”  

Gastronomia dialettale parmense – Un territorio a vocazione alimentare

Parma vanta un indiscusso primato in campo alimentare. L’attuale posizione di eccellenza si fonda su un lungo processo che affonda le proprie radici nella storia e prende l’avvio in epoca pre-romana con una forte caratterizzazione data dall’allevamento, in special modo suino, e dalla conservazione delle carni, favorita dalla presenza in loco di sorgenti di acqua salata…(gli interessati all’argomento possono accedere al ricco portale, curato dallo storico Giancarlo Gonizzi, cliccando sul link  http://www.museidelcibo.it/page.asp?IDCategoria=225&IDSezione=0&ID=699461

 

DUE POESIE “GASTRONOMICHE”

Di seguito due “poesie gastronomiche” di Renzo Pezzani pubblicate dalla casa editrice Luigi Battei in: “Ricette parmigiane vecchie e nuove. Con poesie gastronomiche di Renzo Pezzani” per il “Cibus” 1985; ripubblicate, sempre dalla stessa casa editrice, in “A tavola con Renzo Pezzani” in occasione del “Parma Poesia Festival” 2006. Le poesie sono: “La conserva pramzana” e “Al salam”

cliccare per i testi POESIE GASTRONOMICHE

I vini delle nostre colline

Il vino bevuto in compagnia dà allegria mentre bevuto in solitudine facilmente procura tristezza. Con la poesia che segue, “Il Monte delle Vigne”, però Bertozzi ci dice che, con moderazione, non solo si può bere anche da soli ma che addirittura, nel suo caso, aiuta il poeta bloccato davanti al foglio bianco. Vari anni fa, dopo aver accompagnato Fausto Bertozzi a visitare, ad Ozzano, la cantina di Andrea Ferrari, tornato a casa ha scritto di getto questa bella poesia. (G. Mezzadri) – cliccare per il testo I VINI DELLE NOSTRE COLLINE–

Parma e il Lambrusco

II mio primo incontro col Lambrusco avvenne a Milano, nell’aprile del 1915. Avevo sedici anni. Ero appena tornato dal fronte francese e, ancora vestito dell’uniforme di volontario garibaldino delle Argonne, mi trovavo di passaggio a Milano con alcuni compagni della Legione. Una sera il Comitato interventista milanese ci invitò ad un rinfresco in nostro onore. Dopo l’amichevole riunione, Filippo Corridoni ci condusse in una osteria presso Piazza Fontana, dove ci offrì alcune bottiglie di Lambrusco. Corridoni alzò il bicchiere e disse: “Il Lambrusco è il vino più garibaldino del mondo”.

Il Lambrusco non solo è il vino più garibaldino del mondo, come ebbe a dire Filippo Corridoni, ma il più generoso, il più umano, il più libero, il più italiano fra tutti i vini italiani. La musica di Giuseppe Verdi è colma di Lambrusco fino all’orlo. In tutta la Chartreuse de Parme di Stendhal scorre una vermiglia, frizzante vena di Lambrusco”.

(Tratto da un inedito di C. Malaparte)

 

Umberto Ceci

Umberto Ceci (Fildura)

Umberto Ceci nato a Parma nel 1935, pensionato, ha sempre parlato il dialetto parmigiano, ma solo da pochi anni ha cominciato a scoprirlo nella sua versione scritta. Dopo aver compilato per proprio diletto un vocabolario Parmigiano-Italiano, ha iniziato a produrre vari testi, fra cui poesie, brevi monologhi, scenette ma anche traduzioni di commedie da altri dialetti italiani, a volte messe in scena da compagnie dialettali del territorio. Con una sensibilità linguistica e ritmica sempre più raffinata, nelle poesie ha esplorato il proprio mondo familiare, le persone conosciute, l’ambiente intorno ma anche i sentimenti privati e l’osservazione del mondo vissuto, a volte con dolcezza e sensualità, altre con ironia o impertinenza. I risultati, pur non sempre di pari valore, esprimono tuttavia ricchezza e varietà di toni, capacità di immedesimazione e valorizzazione dello spirito parmigiano con bonomia e sagacia.

Ceci, capitato quasi per caso all’Ostaria Rangon, ha scritto queste belle rime”L’osteria, da qualche anno è situata in borgo Delle Colonne ma il suo nome e la sua storia vengono da lontano. A metà dell’800 Paolo Rangoni, originario di Reggio Emilia,  aveva aperto un’osteria in via Bixio che chiamò “Da Rangón”. Rangoni non ebbe  continuatori della sua attività di osteria. Il locale ebbe varie parentesi come pizzera fino a quando, nel 94 tre ragazzi cercarono di farla rivivere come osteria rispolverando l’antico nome, “Rangon”. Poi nel 97 subentrarono i fratelli Luca e Paola Schianchi. Il loro padre era un meccanico con la passione per la cucina, passione che trasmise a Luca. Luca è nato Parma in via Montanare ma da famiglia originaria di Langhirano. Il suo dialetto nato dall’impasto di langhiranese, parmigiano classico e parmigiano oltretorrentino (dopo la frequentazione di via Bixio) è un bel dialetto che si ascolta volentieri. Il nome “Rangon” essendo scritto senza l’accento chiuso (Rangón) fa pensare più alla Tailandia (Rangoon) che a Parma. Fortunatamente la cucina, parmigiana doc, toglie ogni dubbio a chi l’assaggia come è capitato al poeta “Fildura” (Ceci….) che ha scritto le belle rime che seguono.

 ‘n’ ostaria

La vitta la cambia;

i van tutt cmé spiritè

voltèros indrè a s’pärda dal témp.

 

Mi, che ormäi són stagionè,

viv anca äd ricord dal témp pasè

e sérch i post indòvva i véc’ i s’én fermè.

 

Gh’é ‘n’ostaria antiga cme ‘l cucch

indòvva cuäzi njént è cambiè;

locäl e mobìlja ancòrra äd ‘na volta,

dal vén ch’ al pär mostè cón i pe

 

se po a magn ‘na bocäda,

a sént profumm e savór

che i m’ricordon la gioventù,

cuand la mizérja l’éra la me compagna

e la me ómbra l’era la fama.

 

Tutt ‘sti ricord i m’én tornè in mént

cuand, cuäzi par cäz, a m’són fermè

a l’ostaria Rangon, in pjazäl San Loréns.

L’é stè un bél momént:

fortuné d’ésrogh capité.

 

(Pärma – vint d’otobbor dal domilla cuator)

Umberto Tamburini

UMBERTO TAMBURINI

Poeta e scrittore prolifico da sempre innamorato di Parma. Le sue rime, come ha scritto Sartorio, sono dolci e affettuose. In taluni casi impegnate e seriose, in altri frizzanti e briose come un bicchiere di lambrusco e il sorriso di un bambino. Sono rime che profumano di pane fresco dei forni ‘d dédla da l’aqua e di tiglio: l’aroma inebriante dell’estate. Hanno il sapore del latte appena munto, hanno la fragranza del nostro formaggio.

Ecco una sua poesia-canzone, “Pärma e po pu”, seguita da “Però”, dedicata al nipotino.

 Pärma e po pu

 Stasira a n’ò vója ’d’cantär

cantär ‘na béla poezia:

paroli gentili cme i fior e

freschi cme l’aqua ’d sorzia.

 

Stasira a voj propia cantär

par le ch’la profumma ’d violétta

e cme un nóv trovadór

pién ’d zmania e d’amor

fagh cantär al me cór.

 

Stasira cant par ti Pärma doräda,

cant p’r il to donni da la bocca ’d sreza,

cant p’r il to torri,

p’r al tò cel pien ’d stéli,

 

cant p’r il tò strädi

che anca al scur j en beli.

E in-tal me cant a diggh:

“Pärma e po pu’”.

 

Però

 

Adéssa ‘l me Cirlén ‘1 gh’à za tri ani,

pénsa cme passa ‘1 temp, cme i vol’n il stmàni! Jér al tetäva ancòrra cme un gatén,

inco ‘1 fà dì discors ch’ al par ‘n omén

 

E l’è curjoz, curjoz cme un Sant Tomäz:

a ‘n pòs fär gnent che lu ‘1 ne gh’ metta

‘1 näz. Al vol saver, capir un pò de tutt:

parchè cóst chi l’è bèl e còst l’è brùtt,

 

Indo’ se sconda al sol quand vén al scur.

Parchè un bodén l’ é mòl e ‘1 toron dur;

parchè un putén l’à sémpòr da tazér,

parchè j én guaj se ‘l zuga col fil ‘d fér.

Adèssa pò ch’ al vén a lét con mi,

par fär al riposén dal dòpmezdì

a farògh stricär j òc’ l’è un lavor brùtt;

par tintognär l’è un gran capass äd tutt

 

Se apen’na ‘1 pol al réva i me casètt,

al butta tutt a l’arja; l’ é un djavlètt.

Al sälta cme un brichén insimma al lét,

al loga il me savati par dispet.

 

Mäi chiét, ora l’è sù, ora l’è zò.

Un gran confuzjonéri ma… però….

però s’ a manca lù, a manca tutt!!!

Anca col sol al témp al me pär brutt.

 

 

Bruno Campanini

 

 

A la mé tera  –  introduzione di Gino Marchi

Terra umana questa, che Bruno Campanini fa rivivere nella sua raccolta. L’Autore appartiene a quella leva della popolazione dei campi che, nei paesi padani di trenta, quarant’anni fa, ancora si collocava, per la povertà e la precarietà della sua situazione, al livello più basso e faticoso d’una società contadina. Ma nell’esperienza di Campanini, il rapporto tra la terra e l’uomo era umana: di qui nasce A la mé tera– . Non, dunque, sospiro arcadico d’una terra mai esistita né evasione verso un eden di sogno: cose, invece, ben definite, con esattezza di nomi, rilievi di gesti e di fatiche, segni di stagioni e di attese, movenze di mani sul farsi degli oggetti e sul miracolo della creazione: quel lessico che ripropone la vita delle cose più che farle pensare, linguaggio per sua natura poetico. Può bastare un testo, Inveren int la stala, uno dei migliori:

 

Ilj ori j eren longhi da passär

e la genta p’r al fredd la stäva muccia

dentr a la stala, cälda cme ‘na cuccia,

par tutti gh’era semper quél da fär.

 

Ed ecco il scrani da quatar, le sporte con du cordon tortiè, un ross e un giäld, quel mettere a posto al let ed la carètta, sui resti d’un copertone di bicicletta quel ricavare una povra sola p’r i soclon, e poi bsontär i finiment ed la cavala, fär i mansaren…; fino a quel magnifico primo piano sul nonno che prepara il materiale per le scope (l’era un lavor tutt sò e lu al ghe tgnèva), due strofe che sanno di georgiche virgiliane e si muovono nel nitore trasparente di immagini famose (Amarcord L’albero degli zoccoli):

 

il salghi beli longhi e pu seguenti

s’ciapädi a du o a trì col s’ciaparol,

lissädi e pò bojudi int al parol

par färja pu manèvli e resistenti.

 

I manegh za miss via da l’an primma,

stagionè a l’ombra par ch’i sien pu tgniss,

lissè con la ronchètta e con la limma

fin a färja dvintär tond e ben liss.

 

Tutta la raccolta, nelle sue motivazioni liriche, svolge un incessante richiamo alle cose concrete dei campi, del paese, della gente, della casa, così come ci hanno abituati i fratelli maggiori della poesia italiana contemporanea, da Pascoli a Montale; per il nostro poeta vernacolo, particolarmente nella prima parte della raccolta e nei Sonett, sono quelle cose d’ogni giorno che i m’àn parlè quand j era sol da mi. E le pagine di Campanini salvano dall’oblio (e non è ultimo dei suoi meriti) un vivacissimo lessico dei campi che il bravo Malaspina (cresciuto tra il gergo dei facchini di Piazza Grande e la lingua italiana dei libri) non ebbe sempre a registrare e che l’odierna coiné vernacola, da sola, non è in grado di portare a salvamento.

In questo intenerito indugiare sulla fatica dei campi, in questo pacato umanesimo contadino sta un arricchimento della nostra tradizione letteraria dialettale, che riservò finora il palco d’onore alla città e ai suoi borghi, alla passione sanguigna dell’Oltretorrente, a personaggi e avvenimenti «dentro le mura». Le pagine di Ala mé tera non consegnano al lettore nessuna grande frase né pretendono a un lirismo di misteriose corrispondenze: eppure creano una sorpresa e il desiderio di ripercorrerle a lento passo.

Rapporti segreti tra l’uomo e la terra: l’é tutt un invid a sintir, a ciamär. Se la malinconia (ma contenuta e discreta) è quella d’una età avanzata che stempera nella memoria fatiche, gioie e privazioni, l’occhio e il cuore ancora guardano con tenerezza alle figure umane, agli oggetti del lavoro, alle stagioni, alle piante, ai sentieri d’ogni giorno, come se fossero in ascolto d’una voce; come il suo November, la vita la t’metta adòss una malinconia / fata ed penser pighè con la bambäza / ch’i nassen da lontan e i venen via / pianen pianen, fora da l’alma räsa. Ma non vi troviamo cedimenti al tenerume sentimentale né alla gestualità di maniera: la sensibilità di Campanini intreccia le sue corrispondenze affettive sulle reali stagioni del vecchio mondo contadino e su di una religiosità popolare di paziente e generoso sacrificio. Quello che piace è che il tempo contadino filtra attraverso segni trasparenti e tersi in delicatissimi intrecci: come nei migliori dei sonetti (Setember, Avton, La cà, Piova,…) che s’accostano a un classico equilibrio di cose e sentimento (alla maniera dell’Astichello di G. Zanella); come in questa strofa di Primavera, ariosa e tenera:

 

Di morosen ch’a và con l’alma int j oc

ravojè su int na nuvla ed poesia,

alzer cme chi piumen ch’a vola via

al primm bòff d’aria ch’a dindola i broch.

 

Può essere un vanto delle Collane dialettali, che gli editori sostengono senza miraggi di guadagno, il constatare come uomini e donne oscuri, che fino a trent’anni fa sarebbero stati ignorati o relegati nell’impersonalità del folclore, siano oggi riconosciuti come serio documento d’una terra umana.

 

Gino Marchi

LUIGI BATTEI -PARMA 1984

Don Raffaele Dagnino

UN PRETE CON GLI SPIGOLI

Nato a San Secondo il 21 ottobre del 1905, servizio militare a Roma prima di entrare in seminario, proveniente dalla facoltà di medicina, ordinato sacerdote nel 1933, laurea in Scienze naturali nel 1941, parroco A Santa Maria Maddalena dal 1939 al 1043, parroco a San Giuseppe dal 10943 al 1977, muore nel 1977. on Dagnino è sempre stato preoccupato che i suoi parrocchiani lo capissero bene e per questo motivo utilizzava senza problemi il dialetto anche nelle omelie se necessario.

Don Raffaele Dagnino l’é stè vón di prét ‘dla citè pu cognsù in-t j ani ch’a va da prìmma ‘dla séconda guéra mondiäla a dop la guéra p’r un bél mucc’ d’ani. L’éra un prét cój spigh ( al dzäva: gh’ òj cólpa mi si m’àn fat cól maràs?) mo anca un galantòmm che par dritura (coerenza) con la so féda granda, al gh’äva miga pavura d’andär cóntra corénta anca parché al gh’äva pavra ‘d njént. Durant la guéra, prezémpi, pu ‘d ‘na volta l’äva pasè al frónt s’a gh’éra da jutär cuälchidón sénsa guardär al colór. À l’ò cognsù parsonalmént mo pu che ätor l’ò imparè ‘d conosòr tramite il testimoniansi ‘d me soréla ch’l’éra ‘na so parochiana. L’éra un òmm che a prìmma vissta al podäva anca fär sudisjón mo a conosrol bén al gh’äva un cór grand. Par färos capir bén daj so parochiàn facilmént al droväva anca al djalètt in-t-la predica.

A l’ospedäl

Tant par där l’idea, Aldo Cabrén, un so parochiàn e me bón amigh, al me dzäva: “Don Dagnino al riväva a l’ospedäl prìmma che ‘l malè.”. La parrìs ‘n ezagerasjón mo l’era propria acsì parché lu l’éra semp’r al corént di malàn’ ‘dla so génta e s’al gnäva a savär che vón (qualcuno) al gh’äva d’andär a l’ospedäl al l’andäva a spétär là. A ghé ‘n’ ätor epizodi ch’al fa capir bén äd che stofa l’éra fat. L’era la nota ‘d l’ult’m äd l’an’. S’éra fat tärdi bombén e don Dagnino, a pe, in via D’Azelio, l’éra ‘dre andär a ca ‘d bón pas. A ‘n bél momént a s’ gh’ afianca ‘na machina con déntor tri giòvvon un po impipè ( brilli) che, ridend, i gh’ dizon: “Guärda, é stè a balär anca al prét!”- “Si, són proprja stè in baraca”, agh risponda al prét. “Se stäva bén?” A dmanda i giòvvon ch’ i s’ divartivon. “Bombé. Ansi s‘a vrì (se volete) agh podèmma andär ancòrra tutt in compagnia”. I giòvvon j én stè al zógh e i gh’àn fat post in machina. Davanti a l’ospedäl don Dagnino l’à fat farmär e ‘l gh’à ditt: “Ecco indò són stè a baracär!” I giòvvon, confuz, in fnivon pu ‘d dmandär scuza.

Puntualitè

Don Dagnino al ghe tgnäva bombén ala puntualitè ala mèssa. Bizzognäva stär aténti parché al gh’ métäva poch a bravär aj ritardatäri a còsst d’interompor la prédica. ‘Na doménica me anvód Marcello, ch’l’éra in ritärdi, al sarcäva ‘d gnir dent’r äd nascost, mo al prét al l’à fulminè: “Marcello, a t’ò visst !” ‘N’ältra volta éra gnu déntor, in ritärd, tre donni con la plissa (pelliccia). In ritärd e con la plissa, par don Dagnino l’era ‘na dòppja infrasjón. Da l’altäri l’à ditt: “E chill trè donni là ch’é gnu dént’r adés coz’ gh’é daviz (cosa credono), parchè i gh’ àn la plissa, äd gnir a mèssa a l’ora chi n’ àn vója lór ?” Bizzognäva stär aténti anca al’ opòst, cioè andär fóra primma che la mèssa la fiss fnida. Prezempi l’éra bón ‘d dir: “Marco, quand a t’ vè al cinema vät fora primma?” – Un’ ältra volta l’à ditt: Ò ditt – ite missa est – ò miga ditt ch’è ‘drè crolär la céza!”

Lavoratór

Don Dagnino al gh’l’äva col comunizom parché l’ìnsgnäva l’ateizom mo miga cój comunista. Mo l’éra un confén che miga tutt i capivon. ‘Na giornäda, in biciclètta, l’éra pasè davanti a un bar e vón ‘d j avintór al gh’à sbrajè: “Guärda che lavorator!” Al prét al bloca la biciclètta, al tórna indrè, al s’va a sédor ataca a coll ch’a sbrajè e ‘l ghé diz: “Són gnù a därot ‘na man”.

Do orècci longhi

Dop la Guéra, p’r un sert témp il “Resto del Carlino”, par pubblicitè al sponsorizäva un spétacol ‘d cartón animè, gratuì, al cinema Ducäl. L’oräri l’éra propria coll ‘dla mèssa. Don dagnino al bruzäva cme un falò. ‘Na matén’na al s’éra miss ‘d sentinéla a vèddor chi andäva déntor. In-t-al ciop l’à visst un so parochiàn ch’al compagnäva i so du putén. Al prét al ne vräva miga ofendrol davanti aj putén mo gnanca al vräva pasärgla lissa e alóra al gh’à ditt: “A t’ gh’é do orècci longhi acsì…”.

Impabiè

Subita dop la guéra a gh’éra un Ente assistenziäl (forsi l’Unrra) ch’al däva fóra genor alimentär anca tramite il parochii. A gh’éra un formaj né dur né mol ch’äva stufè tutti. Don Dagnino l’é andè daj responsabil e al gh’à ditt: “Ragas an s’ pól miga cambiär fórmaj ? Ormäi j ò impabiè tutt la parochia !” (Dove “impabiè” si riferisce alla bocca. Non esiste l’esatto corrispondente in italiano e significa grosso modo “bocca impastata”).

Matrimonni

Don Sergio Nadotti, l’ex parroco di San Tommaso che amava il dialetto, morto nel 2015, aveva spesso occasione di aiutare don Raffaele Dagnino quando questi era parroco di San Giuseppe. Raccontava che in una di quelle occasioni, alla fine della messa, stava chiacchierando con don Dagnino sul sagrato, quando questi, vedendo che stava arrivando una persona, gli disse: – Ténot stricch ch’a da zo la céza (stai attento perché crolla la chiesa). – Parché? – Parché lilù l’ò mäi visst (non l’ho mai visto). Poi, al nuovo arrivato, chiese: – Co’ vót? Gh’ät äd bizoggn? – Si, don Dagnino, són gnù a vèddor co’ gh’ vól par spozäros. – Dal critéri, rispose il parroco. – Mi veramént a vräva savér… don Dagnino non lo lasciò terminare e disse: – A t’ò capì. A t’ vól savér che cärti a gh’ vól. Adésa a t’ al dirò mo, t’al diggh ancòrra, pu che ätor a gh’ vól dal critéri parchè, s’an gh’è miga al critéri, il cärti i sarvison a poch (soprattutto occorre criterio).

Il taglio del collo

Don Dagnino, il battagliero prete dell’Oltretorrente, nel primo dopoguerra, tempo di grandi contrapposizioni, aveva saputo che un barbiere del suo rione andava dicendo: “Se don Dagnino al ven da mi a färos la bärba, a gh taj al col”. Qualcuno gli riferì la cosa e lui ci andò a bella posta. Il barbiere, dopo averlo insaponato, si accingeva a fargli la barba quando il prete gli disse: “Hai detto che mi avresti tagliato il collo. Forza taglia!” Il barbiere, esterrefatto, rimase bloccato. Don Dagnino allora gli disse: “Sät co’ tsi ? un bagolón !”

Don Dagnino “salesiano”

Il famoso motto di don Bosco “Da mihi animas caetera tolle” (datemi le anime prendetevi il resto…) don Raffaele Dagnino, lo aveva fatto proprio. Un capocellula si era ammalato di tumore ed era ricoverato a Torino dove poi vi morì. Il sacerdote, sempre solerte per tutti i malati senza esclusioni, tutte le settimane andava a fargli visita. Lo aveva anche confessato e comunicato. Quando la salma tornò a Parma, i famigliari, che pure gli erano molto riconoscenti, con un certo imbarazzo, gli dissero: “Reverendo, a s’ tòcca fär al funeräl civil, i so compagn…” “Stiv miga preocupär”, rispose don Dagnino, “L’anima glielo messa a posto, il cadavere portil pur indò nì vója…”.

 

Alberto Michelotti

Ho conosciuto Alberto Michelotti, classe 1930, quasi 50 anni fa, quando con la tuta unta di olio veniva alla FRO, dove io lavoravo, ad acquistare le bombole di ossigeno e acetilene per la sua officina meccanica per camion. Era sempre di buon umore e gentile anche quando c’era da aspettare. L’ho incontrato di nuovo alcuni anni fa in Famija Pramzàna. Non era cambiato per nulla ed entrai subito in sintonia. Credo ci accomunassero, oltre l’amore per il nostro dialetto e la nostra città, anche le nostre origini modeste che non ci avevano cambiato anche quando le cose girarono molto meglio.

 

Corso in San Benedetto 2011 con Alberto testimone prezioso in tutti gli incontri sul dialetto 

Bocconi e Cocconi

Michelotti, chiamato all’Università di Parma a parlare di sport, raccontando il suo percorso, spiegava che aveva frequentato la scuola Cocconi. Un professore, che non aveva capito bene, sorpreso e incuriosito, gli chiese: Michelotti, lei ha studiato alla Bocconi? No professore, ho studiato alla Cocconi e sémpor con al cuciär in sacosa par la refesjón e con ‘na scudéla d’luminjo magioräda. Spiegò anche che quando l’addetto alla distribuzione diceva: Ragazzi, chi ne vuole ancora alzi la mano, mi cominciäva a magnär con un bras alvè.

 Palazzi e panini

Anni settanta. Presidente del comitato di tappa del Giro d’Italia era Alberto Mi­chelotti. Riunione nell’Aula Consiliare del Comune per la tappa Parma-La Spezia. In una pausa, Michelotti stava mangiando un panino. Uno gli fece osservazione: Alberto, mangiare un panino in una sala così importante e magari zbrizlär tutt par téra an ’sta miga tant bén… E Michelotti: Chi déntor j’àn magnè dipalas, podroja mi, magnar unpanén?

 Pesce e prosecco

Ero stato a casa sua per prendere un documento che mi interessava e, in quella circostanza, mi avevano offerto un bicchiere di prosecco. Vedendo quanto lo gradivo, la moglie me ne aveva regalato una bottiglia. Giorni dopo, quando sono tornato per rendere il documento dissi alla signora Laura:

  • Signora le devo dire che ho bevuto il vostro prosecco con i me amigh in-t-‘na sén’na a baze ‘d pèss e l’è stè un sucés. Mi ha risposto che anche a lei, il pesce, piacerebbe molto ma siccome ad Alberto non piace lo mangia raramente. Io ho commentato:
  • A gh ’ piäz miga al pèss? Mo sala che par ‘na coza compagna la podriss dman- där aldivorsi? E lei:
  • Sa fiss par coll lì a gh’é mäl che ‘l pèss, a gh’ariss ‘na lista lónga acsì!

 

 

CRONACA DI UNA SERATA PARMIGIANA (pezzo l’ho scritto in dialetto perché possa servire da esercizio di lettura).

 

Le premesse c’erano tutte; ‘na séde storica, La Giovane Italia, ‘na compagnia ‘d génta ch’a vól bén ala nostra citè e al so tradisjón e tutti, a ‘na manéra o l’ältra, i s ’ dan da far par valorizärja. Anca al menù l’éra a l’altèssa. Antipast e tórdè d’arbètta consè cme va sécond la régola ch’la diz: tgniss sénsa vansàj, foghè in-t-al butér e sughè cól formàj. In quel clima parmigian-proletario èmma viazè a lanbrussch par tgnir zgurè al canaluss. Po di ganasén da sbarlecäros i did e, par bombón, ‘na tórta con marmläda ‘dbruggni suchéli. Cme l’éra logich i discórsj éron suj nostor témp. Alóra a gnäva fóra dilj esperiénsi äd s ’santani fa e pasa.

 Dopoguerra

P’r ezémpi di témp ‘d cuand in-t-il ca a gh’éra sól che un césso par tutt la ca con tutt coll ch’a comportäva. Parpigrisja, specialmént i ragas, i lafävon dent’r a ‘n giornäl acsì, al spasén ‘dbórogh diMinè, l’arcmandäva sémpor:

  • donni a vój al rud nètt. (cioè sensa fagot inbotì) Esperjénsi äd cuand a sgh’äva do camizi soltànt e gh’éra al ditt ‘vunna adòs e cl’ältra alfos’. Un’ältra batuda l’éra: Sjora indò él so mari? L’é a lét parchè gh’ò lavè ‘l bräghi.

 La frutta

A s ’ parläva ‘d cuand il mami in gh’ävon miga i sold par comprär la fruta e alóra nuätor ragas a s’andäva a robärla in-t-i camp cuand ancòrra l’éra zärba sibén che i s’arcmandävon ‘d magnärla miga parchè ‘véna al tifo’. Inveci al tifo al gnäva aj paizàn chi vdèvon il pianti scargädi. Il pianti ‘d mór (gelsi) i s ’ fävon góla bombén e cuand a ja catävon, s’a s’éron in-t-un bél ciop ‘d ragas, cuand gnävon zo i parävon zlädi.

 I giochi

Èmma parlè di nostor zógh: sinalcol, figurén’ni, al gerlo e i cararmè fat coj rochètt e chi gnävon fat andär dala forsa ‘d n’élastigh. Miclot l’à contè ch’ al tiräva fóra äd j anéj dala marolla ‘d persogh sfregäda sóra aj sas zgaruflóz. Mo j éron anèj miga par lu che za alóra al gh’äva di did che parävon fat con di manogh da scòvva. A gh ’ sariss volsù di persogh gros cme di mlón. In-t-i nostor discórs Maletti l’éra tajè fóra. L ’éra trop giovvon a chi témp là. Cuand però è s’è parlè di carètt ‘d lèggn con cuator ródi fati coj cuscinètt a sféra l’à podù dir la sòvva parchè al stäva ‘d ca ataca ala ditta Poldi ch’al vendäva i cuscinètt e lu al gh’äva la manéra d’averghja sénsa tribulär. Béla forsa, tutt i pit j én bón! Nuätor inveci andävon a zlimoznär daj mecanich da machina, mo era miga tant facil averghja.

 Dirige Michelotti

Dal libbor “Dirige Michelotti da Parma ”, äd Claudio Rinäldi, a sävon che Al­berto al conosäva di parsonagg’ dal calibro ‘d Cesare Zavattini, Gianni Brera, l’avocät Barbè e ‘d j ätor ancòrra chi l’àn jutè bombèn in-t-al so lavór spe- cialmént in-t-il relasjón da arbitro. Alóra a l’ò provochè sicur d’averogh ‘na risposta colorida. A gh’ò ditt:

  • Alberto cme mäi génta acsì importanta i frecuentävon un capanón cme ti? La provocasjón la gh’à vu sucés e la risposta l’é städa:
  • Alóra t ’ al spiégh mi. Parchè j àn capì che coll capanón chi, l’é ‘na bräva par- són’na e onèsta. Ät capì? Parchè me mädra la m’à insgnè: educasjón, rispét, onestè, coràg’e n ’ésor invidióz ädnisón, vala bèni? Va mo là! E chi j amigh lì, i m’àn miga dè ätor che ‘na man, i m’àn dè un bras. La so risposta la m’à fat gnir in mént l’oservasjón ‘dla me botgära che ‘despèss la védda dil mami che fan miga oservasjón cuand i putén i s ’ comporton mäl e la m’à ditt: – Me mädra l’éra ‘na donna ‘d sarvissi mo la m’à insgnè l’educasjón. Adés, j én tutti profe- sorèssi e i putén j én pu mälduchè.

 I vecchi amici

Durant la sén’na èmma ricordè amigh e parsonagg ’ cme, prezempi, Vitorio Botti ch’l’é stè di primm a insgnär al djalett in-t-il scóli. Alberto l’à ricordè al famóz don Dagnén, al prét ch’al l’à spozè. E ch’l’äva comentè, da finto burbero:

  • Dónca ragas, chi l’é ‘l masim. A m ’ tòcca ‘dspozär la fjóla d’un comunista! Alberto al continva:
  • Mi són mäi stè un pretón mo cuand a t ’catäv cla génta lì… don Dagnén, don Lambartén …gh’éra d’averogh stìmma. Ala fén ‘dla seräda Trapelli al s’à re galè ‘na masima di saggia ironia äd so non: Ragas, è méj ot óri in compagnia che un’ óra ‘d lavór.

 

Il poeta Fausto Bertozzi ha scritto queste rime che riflettono tutta l’ammirazione che ha per Alberto, oltretorrentino autentico come lui.

 La ricéta

Äd forsa: cme gh’n’à un mur ädla Nonsiäda.

Dal cór: tant morbid cme ‘l fuss fat ‘d pién.

Corag’: äd coll spontè in-t-‘na baricäda.

Po, ‘na spriciadén’na ‘d sciumma cme gh’à al nostor vén.

Cata po su i pu béj ‘d tutt i fjór egh ’ gh’é da San Fransèssch aj du Pavlot,

po armess’cia, cuata tutt cme ‘n alvadór e t’gh’è l’impast drovè par fär Miclot.

Si ringrazia Achille mezzadri che ci ha concesso di inserire questo pezzo ricavato dal suo PRAMZANBLOG

cliccare Michelotti

Alberto Michelotti

 

Ho conosciuto Alberto Michelotti, classe 1930, quasi 50 anni fa, quando con la tuta unta di olio veniva alla FRO, dove io lavoravo, ad acquistare le bombole di ossigeno e acetilene per la sua officina meccanica per camion. Era sempre di buon umore e gentile anche quando c’era da aspettare. L’ho incontrato di nuovo alcuni anni fa in Famija Pramzàna. Non era cambiato per nulla ed entrai subito in sintonia. Credo ci accomunassero, oltre l’amore per il nostro dialetto e la nostra città, anche le nostre origini modeste che non ci avevano cambiato anche quando le cose girarono molto meglio.

 

Bocconi e Cocconi

Michelotti, chiamato all’Università di Parma a parlare di sport, raccontando il suo percorso, spiegava che aveva frequentato la scuola Cocconi. Un professore, che non aveva capito bene, sorpreso e incuriosito, gli chiese:

  • Michelotti, lei ha studiato alla Bocconi?
  • No professore, ho studiato alla Cocconi e sémpor con al cuciär in sacosa par la refesjón e con ‘na scudéla d’luminjo magioräda. Spiegò anche che quando l’addetto alla distribuzione diceva:
  • Ragazzi, chi ne vuole ancora alzi la mano, mi cominciäva a magnär con un bras alvè.

 

Palazzi e panini

Anni settanta. Presidente del comitato di tappa del Giro d’Italia era Alberto Mi­chelotti. Riunione nell’Aula Consiliare del Comune per la tappa Parma-La Spezia.

In una pausa, Michelotti stava mangiando un panino. Uno gli fece osservazione:

  • Alberto, mangiare un panino in una sala così importante e magari zbrizlär tutt par téra an ’sta miga tant bén… E Michelotti:
  • Chi déntor j’àn magnè dipalas, podroja mi, magnar unpanén?

 

Pesce e prosecco

Ero stato a casa sua per prendere un documento che mi interessava e, in quella circostanza, mi avevano offerto un bicchiere di prosecco. Vedendo quanto lo gradivo, la moglie me ne aveva regalato una bottiglia. Giorni dopo, quando sono tornato per rendere il documento dissi alla signora Laura:

  • Signora le devo dire che ho bevuto il vostro prosecco con i me amigh in-t-‘na sén’na a baze ‘d pèss e l’è stè un sucés. Mi ha risposto che anche a lei, il pesce, piacerebbe molto ma siccome ad Alberto non piace lo mangia raramente. Io ho commentato:
  • A gh ’ piäz miga al pèss? Mo sala che par ‘na coza compagna la podriss dman- där aldivorsi? E lei:
  • Sa fiss par coll lì a gh’é mäl che ‘l pèss, a gh’ariss ‘na lista lónga acsì!

 

 

CRONACA DI UNA SERATA PARMIGIANA

 

(Questo pezzo l’ho scritto in dialetto perché possa servire da esercizio di lettura).

Le premesse c’erano tutte; ‘na séde storica, La Giovane Italia, ‘na compagnia ‘d génta ch’a vól bén ala nostra citè e al so tradisjón e tutti, a ‘na manéra o l’ältra, i s ’ dan da far par valorizärja.

Anca al menù l’éra a l’altèssa. Antipast e tórdè d’arbètta consè cme va sécond la régola ch’la diz: tgniss sénsa vansàj, foghè in-t-al butér e sughè cól formàj. In quel clima parmigian-proletario èmma viazè a lanbrussch par tgnir zgurè al canaluss. Po di ganasén da sbarlecäros i did e, par bombón, ‘na tórta con marmläda ‘dbruggni suchéli. Cme l’éra logich i discórsj éron suj nostor témp. Alóra a gnäva fóra dilj esperiénsi äd s ’santani fa e pasa.

 

Dopoguerra

P’r ezémpi di témp ‘d cuand in-t-il ca a gh’éra sól che un césso par tutt la ca con tutt coll ch’a comportäva. Parpigrisja, specialmént i ragas, i lafävon dent’r a ‘n giornäl acsì, al spasén ‘dbórogh diMinè, l’arcmandäva sémpor:

  • donni a vój al rud nètt. (cioè sensa fagot inbotì) Esperjénsi äd cuand a sgh’äva do camizi soltànt e gh’éra al ditt ‘vunna adòs e cl’ältra alfos’. Un’ältra batuda l’éra: Sjora indò él so mari? L’é a lét parchè gh’ò lavè ‘l bräghi.

 

La frutta

A s ’ parläva ‘d cuand il mami in gh’ävon miga i sold par comprär la fruta e alóra nuätor ragas a s’andäva a robärla in-t-i camp cuand ancòrra l’éra zärba sibén che i s’arcmandävon ‘d magnärla miga parchè ‘véna al tifo’. Inveci al tifo al gnäva aj paizàn chi vdèvon il pianti scargädi. Il pianti ‘d mór (gelsi) i s ’ fävon góla bombén e cuand a ja catävon, s’a s’éron in-t-un bél ciop ‘d ragas, cuand gnävon zo i parävon zlädi.

 

I giochi

Èmma parlè di nostor zógh: sinalcol, figurén’ni, al gerlo e i cararmè fat coj rochètt e chi gnävon fat andär dala forsa ‘d n’élastigh. Miclot l’à contè ch’ al tiräva fóra äd j anéj dala marolla ‘d persogh sfregäda sóra aj sas zgaruflóz. Mo j éron anèj miga par lu che za alóra al gh’äva di did che parävon fat con di manogh da scòvva. A gh ’ sariss volsù di persogh gros cme di mlón. In-t-i nostor discórs Maletti l’éra tajè fóra. L ’éra trop giovvon a chi témp là. Cuand però è s’è parlè di carètt ‘d lèggn con cuator ródi fati coj cuscinètt a sféra l’à podù dir la sòvva parchè al stäva ‘d ca ataca ala ditta Poldi ch’al vendäva i cuscinètt e lu al gh’äva la manéra d’averghja sénsa tribulär. Béla forsa, tutt i pit j én bón! Nuätor inveci andävon a zlimoznär daj mecanich da machina, mo era miga tant facil averghja.

 

Dirige Michelotti

Dal libbor “Dirige Michelotti da Parma ”, äd Claudio Rinäldi, a sävon che Al­berto al conosäva di parsonagg’ dal calibro ‘d Cesare Zavattini, Gianni Brera, l’avocät Barbè e ‘d j ätor ancòrra chi l’àn jutè bombèn in-t-al so lavór spe- cialmént in-t-il relasjón da arbitro. Alóra a l’ò provochè sicur d’averogh ‘na risposta colorida. A gh’ò ditt:

  • Alberto cme mäi génta acsì importanta i frecuentävon un capanón cme ti? La provocasjón la gh’à vu sucés e la risposta l’é städa:
  • Alóra t ’ al spiégh mi. Parchè j àn capì che coll capanón chi, l’é ‘na bräva par- són’na e onèsta. Ät capì? Parchè me mädra la m’à insgnè: educasjón, rispét, onestè, coràg’e n ’ésor invidióz ädnisón, vala bèni? Va mo là! E chi j amigh lì, i m’àn miga dè ätor che ‘na man, i m’àn dè un bras. La so risposta la m’à fat gnir in mént l’oservasjón ‘dla me botgära che ‘despèss la védda dil mami che fan miga oservasjón cuand i putén i s ’ comporton mäl e la m’à ditt: – Me mädra l’éra ‘na donna ‘d sarvissi mo la m’à insgnè l’educasjón. Adés, j én tutti profe- sorèssi e i putén j én pu mälduchè.

 

I vecchi amici

Durant la sén’na èmma ricordè amigh e parsonagg ’ cme, prezempi, Vitorio Botti ch’l’é stè di primm a insgnär al djalett in-t-il scóli. Alberto l’à ricordè al famóz don Dagnén, al prét ch’al l’à spozè. E ch’l’äva comentè, da finto burbero:

  • Dónca ragas, chi l’é ‘l masim. A m ’ tòcca ‘dspozär la fjóla d’un comunista! Alberto al continva:
  • Mi són mäi stè un pretón mo cuand a t ’catäv cla génta lì… don Dagnén, don Lambartén …gh’éra d’averogh stìmma. Ala fén ‘dla seräda Trapelli al s’à re galè ‘na masima di saggia ironia äd so non:

Ragas, è méj ot óri in compagnia che un’ óra ‘d lavór.

 

Il poeta Fausto Bertozzi ha scritto queste rime che riflettono tutta l’ammirazione che ha per Alberto, oltretorrentino autentico come lui.

 

La ricéta

Äd forsa: cme gh’n’à un mur ädla Nonsiäda.

Dal cór: tant morbid cme ‘l fuss fat ‘d pién.

Corag’: äd coll spontè in-t-‘na baricäda.

Po, ‘na spriciadén’na ‘d sciumma cme gh’à al nostor vén.

Cata po su i pu béj ‘d tutt i fjór egh ’ gh’é da San Fransèssch aj du Pavlot,

po armess’cia, cuata tutt cme ‘n alvadór e t’gh’è l’impast drovè par fär Miclot.

 

 

Bruno Dodi

 

festa per saluto ad un pensionato con immancabile lettura delle rime dedicate al festeggiatom dall’ing. Bertozzi. 

Si era negli anni ’80, ’90 e si stava festeggiando un pensionato e l’immancabile malinconia veniva combattuta dalle battute di Bruno Dodi, amico carissimo da alcuni anni non più tra noi) che non si sottraeva al botta e risposta con i colleghi che lo provocavano a bella posta. Salutatolo con calore gli chiesi: “Bruno parchè sit andè in pensjón ch’a t’ sér ancorra giovvon ? “Parchè i m’ àn ditt che ala Vilètta i fan la ruga !” (la ruga è la perquisizione)

Un altro vecchio amico gli dice: “Bruno la t’fa bén la pensjón, a t’gh’è un bél colór. – E lui:“Adésa gh’ò ‘l témp äd därogh do man”. L’amico insiste: “E par via dal par via, cme vala?”- “Gnanca pu col lorètt”.

Un collega rideva e Bruno lo rimbeccò: “A t’pól vansär äd riddor tant; a ca tòvva l’é un pés ch’a s’canta “Beati morti”. Ti a t’pól recitär dabón la preghiera dal pensionè!” – “Cme éla ?”, gli chiesi. “A t’ringrasi al me Signór ch’a t’m’è castrè sénsa dolór”.

C’è chi lo stuzzica alludendo alle sue origini: “Bruno, è vera che al Castlètt a magnävov il pónghi ?”- (il ponghi sono le pantegane) “No, parchè a gh’ séron afesionè; a s’ gnäva su ragas insèmma”.

Ormai lanciato sui vecchi tempi continua: “Mi stäva in-t-‘na béla ca, diviza bén. Gh’éra cambra e cuzén’na, granär e cantén’na, tutt in-t-‘na stansa!” A uno che rideva più degli altri, Bruno disse: “Sta miga riddor tant ti, ch’a t’stäv in-t-‘na ca cón ‘na scäla acsì dirocäda che pr’andär su dritt, a gh’ vräva vón sop. L’éra ‘na ca tanta sporca che j inquilén i s’pulivon i pe a ‘ndär fóra”.

Bruno non si vergogna a parlare della miseria dei suoi tempi: “In ca mèjja l’andäva tant mäl e séron tant mizerabil, che cuand sèmma dvintè povrètt, èmma fat fésta”. E continua: “A gh’é äd cojj ch’i gh’ lason dil villi; a mi, i m’àn lasè la bronchite parchè a gh’äva sémpor fama e a forsi ‘d révor, inutilmént, i sportél äd la cardénsa par vèddor sa gh’éra cuél da magnär, ò ciapè tant cólp d’aria ch’a m’ són malè ‘d brónch”. E l’é stè in coll perìod lì ch’ j ò imparè a fär al mago – Al mago? Chiede qualcuno. “Sì, parchè cuand andäva in ca’ a dmandär s’a gh’éra cuél da magnär, me mädra la me dzeva sempor:”sparissa !”

Sempre parlando dei suoi tempi, continua: “I dizon che a magnär la suppa a vena i carcagn gros. Mi dovriss averogh du pe cme do psighi äd dolegh !”. (“Carcagn” sono i calcagni e “psighi àd dolegh” sono le vesciche di maiale dentro cui si conservava lo strutto). “Mi da ragas dvintäva mat par la paton’na parché äva mäi sintì al stracot e, dal parsutt, j ò sémpor visst sól che l’os. A s’ éra cme i gat che ‘l salam i n’al conoson miga e i pénson ch’al sia fat sól äd péla. Meno male che po’ è rivè ‘l “Musichiere. (Il “Musichiere” era un bottegaio che doveva il suo nomignolo al fatto che, in Ghiaia, vendeva, a metà prezzo, il prosciutto che “suonava” nel senso che puzzava per un inizio di deterioramento. Non era un “puzzare” sgradevole e c’erano persone che addirittura lo preferivano a quello normale).

Bruno chiude l’argomento dei tempi della miseria con una considerazione ineccepibile. “Adesa i ragas i dmandon: ma, co gh’è da sén’na? Mo nuätor a dmandevon: ma, stasira gh’éla la sén’na? Sät co digh sémpor mi? Che coj chi dizon che “l’appetito vien mangiando” i dovrisson provär che aptit a vén a magnär miga!”

Parlando di lavoro Bruno spiegava che non ci teneva ad andare in trasferta e vecchio collega lo punzecchio: “ Dì la vritè. Ti a t’ vräv miga andär via parchè a t’ gh’äv paura chi ’t fison i coron ». Dodi rispose per le rime: « Certo ch’at gh’äv meno paura ti. At gh’è ’na mojéra tanta brutta che, s’a t’ la piant in-t-l’ort, a ne gh’ rampa su gnan i fazó! ».

In occasione delle cene aziendali cercavo sempre di andare al suo tavolo perché le battute non mancavano. Come, ad esempio, si avvicinò al nostro tavolo un collega che, indicando una bottiglia chiese: «Él férom coll vén lì?» «Si, l’é férom parchè dedchì al ne s’móva miga!» Ad un altro che si vantava, ‘sbragando’, di avere un’auto che, seppure fosse vecchia, era eccezionale, Bruno disse: «L’é béla ch’la machina li. Sól che si seron la fabrica dal zingol a t’cat pu nisón ch’a la giusta!” Gli feci notare che i suoi capelli, in pochi anni, erano diventati molto bianchi. Mi dette questa spiegazione: “I cavì bianch i fan cme la néva. Si fan tant a ciäper a nin ven ‘na cotäda!”. (Cotäda deriva da  cuatäda che, a sua volta, deriva da coperta; significa grande quantità di neve).

Ci spiegava che aveva smesso di fumare e io gli chiesi se avesse faticato molto. Rispose: Ò tribulè meno a zmèttor col dònni. ‘Na volta a m’ preocupäva quand i me dzävon äd no. Adés sarìss preocupè si me dzison äd sì”. Era solo una battuta perché Bruno cercava più la buona tavola che altre cose. Infatti, commentando i pettegolezzi relativi ai “divi” e continuamente riportati dai giornali disse: “I dizon che ‘l täl artista è virile. Mi a son virile, l’é quarant’an ch’a vagh con me mojera”. L’ho incontrato di recente e lo invitai al bar: “Tót al cafè, Bruno? – “Mo sì, l’ò tot dil volti ch’a n’äva meno voja che adés” (ma si, l’ho preso altre volte che ne avevo meno voglia di adesso).

Io scelsi una coca che il barista mi servì con la classica fetta d’arancio nel bicchiere. La cosa mi suggerì di chiedergli: “Bruno, da ragas magnävot j arans?” (le arance). “L’unicch “arans” ch’a conosäva l’era l’arans dal gras” (dove “l’arans” era il “rancido” del lardo). Chiesi allora: “E la “settimana bianca”, la fävot? “Si, dal molinär a zbalotär di sach ‘ farén’na!”

”.

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