Dialetto di Sala Baganza

Centro Studi della Val Baganza

Il Centro Studi della Val Baganza è stato istituito nel 1976 (con atto notarile nel 1985) per opera di don Antonio Moroni che ha pescato alcuni ingenui “esperti” di cose valbaganzesi o valbaganzane (da Sala Baganza, Felino, Calestano, Berceto, Terenzo e con frazioni e delegazioni di Parma) e li ha caricati della voglia di sanare i mali antichi della Valle, prima di tutto mettendone in pulita luce le peculiarità qualificanti. Lo strumento è stato Per la Val Baganza, il cui primo numero di 56 pagine ha visto la luce nell’estate 1977 ma che, poi, di anno in anno ha aumentato la consistenza fino a toccare le 664 pagine nel 1992 con il suo decimo numero. Si è toccata quota venticinque ed è in fase di allestimento il numero del 2010. Accanto al “numero unico”, vagamente annuale, e sostanziato di temi storici, artistici e di tutela ambientale, si è andata sviluppando la catena dei cosiddetti “Quaderni” che sono per il momento fermi a quota 22, mentre, fuori collana, sono la monografia sul pittore Lanfranco, frutto della infinita sagacia e cultura artistica di Giovanni-Pietro Bernini, il tomo miscellaneo di Vittor Ugo Canetti su Felino: Capitoli dal passato e Selva del Bocchetto – Zolle di storia.

Il Centro Studi ha inoltre promosso nel 1981 un riuscitissimo (nell’immediato) Convegno, a Calestano, sulla situazione idrica della Valle, a cui ne sono seguiti altri di minore risonanza immediata. E siccome i mediatori più efficaci della cultura rimangono pur sempre gli insegnanti, ecco la nascita dei Duepomeriggi: una proposta di aggiornamento loro rivolta (ma nessun altro è escluso) per due pomeriggi nel mese di settembre (nel 2010 è stata la 27ª edizione). Per dare continuità di presenza nelle case degli abitanti della Valle, dal 1995 va in onda il Valbaganzario o della Val Baganza il calendario che segnala (con sempre insicura sicurezza profetica) avvenimenti o iniziative (festaiole e culturali) che si dovrebbero concretizzare nei singoli centri della Valle nel corso dell’anno, rievoca fatti di cronaca di cent’anni prima, esibisce accattivanti reperti fotografici o pittorici e, a volte, ricettari scovati nella secolare sapienza gastronomica di stagionate massaie.

VOCI E SORRISI DI POPOLO quaderno n.4 con proverbi, modi di dire, filastrocche e preghiere in dialetto illustrate da Francesco sonci ni (Soncio) clicca più sotto

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DAL VALBAGANZIARIO 2017 – COSE DI CENT’ANNI FA (1917 ancora vita da guerra)

ESEMPIO DISEGNI SONCIO X PROVERBI

 

Luigi Sturma

Ho conosciuto Luigi Sturma in occasione di un incontro in circolo di anziani dove ha letto alcune belle poesie. E’ sempre disponibile (molto più di me) per attività di questo tipo che la dicono lunga sulla sua sensibilità e disponibilità al volontariato che svolto in vari ambiti. Luigi, come altri poeti nostrani, ha cominciato quasi per gioco scrivendo rime per i colleghi in occasioni particolari. Ormai ha al suo attivo molte poesie che cantano Parma, la famiglia, gli amici e personaggi vari.

Notevoli sono anche, a mio giudizio, le riduzioni in dialetto di commedie di autori classici; Luigi  Pirandello, Eduardo De Filippo, Giovannino Guareschi e Molière.

Di quest’ultimo ha tradotto “Il malato immaginario” riscuotendo un grande successo.

La seconda guerra mondiale ha sconquassato la famiglia di Luigi, nato nel 1938, a cominciare dall’infanzia. Al termine del conflitto la sua situazione non migliorò di molto perché il padre non era ancora rientrato ed egli venne sistemato in collegio.

Conoscendo queste sue vicende non stupisce che uno dei temi dominanti della sua poesia sia la famiglia e il valore.

Con il suo permesso ho inserito questa poesia dedicata alla moglie.

 NOSI D‘ OR

Trénta, cuaranta, cincuanta, co éni par la storia dal mónd ?

Una foläda ‘d vént, un batit d’äli, un tic tac d’un secónd;

mo par mi e ti, j én stè cuell; j én un toch ‘d la nostra vitta;

miljón ‘d batit, di nostor cór, miljón ‘d pas insèmma;

paroli, zguärd; par rivär con ti, vers cla sträda, miga sémpor dritta.

E a fàr cla sträda a volti spiana, a volti zgréza, e torta,

mzurand i pas, primma con zlanc’ äd córsa, e po…

pian pianén con afan, e con la facia un po pu sgnäda e zmorta.

Spartir i guaj, il gioii, i dolór, il rinunci, la gioja ‘d la famija mo ancòrra tutt du insèmma a continuär la via.

Sèmma rivè anca a coll momént chi… sincuant’ani äd matrimonni dil volti a me- dmand ! Mo sónja proprja mi o él un insonni ?

Po a fagh un po ‘d cónt e me dmand: è pucol ch’j ò dè, o ricevù ?

Chi an pos che ésor sicur l’é pù col ch’j ò ricevù grasja a ti e grasja a Lu. Un grasja l’é un po poch … mi ch’a m’ scord i complean, i regaj, j aniversäri, j ò scritt stil povri rimmi, par färom pardonär.

Mo un ricord, un pensér p’r il nostri nosi al voj dedicär a tutt chi spoz, ch’j én restè da lór.

Agostino Lodi

A BALEN

 Un omètt in motoren con l’aspét

da centauro al riväva pian pianen

in fonda a via Sauro,

 

mo da via vintidù Luj ‘na machina

scadnäda, e par poch a gh’ven un garbuj,

la dà ‘na gran frenäda

 

per fermeres a un pél da coll

pover disgrasiè, ch’al n’è miga

un anvél, l’à ‘ndè fnir sul marciapiè.

 

Mo con fär da bon pramzan, che in

stè cäz l’è semper pront, al sbarlocia

coll gabiàn e ‘1 gh’è diz “Co’ vät a pónt?”

(Agostino Lodi)