Proverbi

I PROVERBI

Il proverbio ò un detto popolare che condensa un insegnamento tratto dall’esperienza. È una massima che contiene norme, giudizi, dettami o consigli espressi in maniera sintetica, molto spesso in metafora e in rima e sono un patrimonio di cultura popolare, saggezza e sagacia che ha ancora qualcosa da dirci. Conoscere i proverbi o almeno alcuni di essi è anche un modo di recuperare le radici della nostra comunità. I proverbi sono centinaia e interessavano tutti gli ambiti della vita. Noi daremo qualche esempio di proverbi che riguardano il tempo con particolare attenzione alla vita dei campi che dipendeva molto dalla stagione e poi qualche esempio di proverbio educativo.

PROVERBI CONTADINI

 Dop tant ani e dop tant méz, tórna l’ acua aj so paéz. (dopo tanti anni e tanti mesi l’acqua torna al suo paese cioè dove era già stata).È un tipico proverbio che proviene dall’esperienza e consiglia attenzione prima di comprare poderi costeggianti còrsi d’acqua perché ricorda che l’acqua dei rivi, dei torrenti, dei fiumi, dopo un periodo d’anni indeterminato, torna a rioccupare le terre alluvionali, a cui han dato origine. 

L’ oc’ dal padrón ingràsa al cavàl (l’occhio del padrone ingrassa il cavallo). L’ occhio del padrone ingrassa il cavallo. Si tratta di un saggio suggerimento, sempre valido che cin dice che la l’attenzione dell’interessato è molto importante per la buona riuscita di qualunque progetto o affare.

L’ ombra ‘d l’ istè la fa mäl a la pansa d’ invèron (l’ombra dell’estate fa male d’inverno). Vuol dire che l’agricoltore che poltrisce d’estate, che è il periodo di maggior lavoro nei campi, in inverno rischia di patire la fame.

 Coll ch’ è in-t-i camp, l’è di Dio e di Sant. (quello che è nei campi è di Dio e dei Santi). Che il raccolto sia buono o scarso dipende molto dalla stagione (pioggia e sole nei periodi giusti ecc.). Questo proverbio, specialmente nel passato, è stato volutamente male   interpretato e le ruberie nei campi, specialmente di uve, erano frequenti.

 PROVERBI EDUCATIVI

Le mamme, un tempo, utilizzavano spesso anche la saggezza dei proverbi per educare i figli. Per educarci al rispetto del cibo e a non sprecare ci diceva: “Al Sgnór l’é zmontè da cavàl par tór su ‘na briza äd pan”. (Il Signore è sceso da cavallo per raccogliere una briciola di pane). Il Signore non aveva il cavallo ma il messaggio risulta chiaro.

Per inculcarci la generosità anche verso gli altri diceva: Tutti il bòcchi j én soréli, meno che còlla dal fóron (Tutte le bocche sono sorelle, meno quella del forno).

Quando, ad esempio, facevamo fatica a svegliarci dicevano: Ala sira león, a la maten’na cojón (alla sera leoni al mattino coglioni).

 il valore dell’amicizia viene esaltata da quest’altro proverbio. Un nemigh l’è trop e sént amigh j én poch (un nemico è troppo e cento amici sono pochi). Il significato di questo proverbio molto saggio è trasparente e non richiede particolari spiegazioni.

 ALTRI PROVERBI

 Chi condana al pól sbaljär, chi pardón’na al ne sbalja mäi (chi condanna può sbagliare, chi perdona non sbaglia mai).

 La coresjón la pól fär bombén, mo l’incoragiament al fa äd pu”. (La correzione può fare molto ma l’incoraggiamento fa di più).

 È mej un cativ d’acordi che ‘na bón’na senténsa (è meglio un cattivo accordo di una buona sentenza, cioè che andare in giudizio). Traspare tutta la diffidenza verso il mondo degli avvocati e dei giudici.

Fa pu chi vól che chi pól (fa più chi vuole che chi può). Sottolinea l’importanza della buona volontà

 L’é méj un aiut che sént consìlli (meglio un aiuto di 100 consigli). È un invito alla concretezza fattiva.

Prodotti e cucina

Parma è considerata a livello internazionale  una delle capitali della alimentazione  e della buona tavola  grazie ai suoi prodotti ed eccellenze Alimentari . Non a caso, il 13 dicembre 2003 è stata scelta come sede permanente dell’Autorità Europea  per la Sicurezza Alimentare (EFSA),  che fornisce  alla Commissione Europea consulenze scientifiche  su tutto ciò che ha ripercussioni  dirette o indirette  sulla sicurezza alimentare.La nostra città inoltre è stata riconosciuta dall’UNESCO Città Creativa per la gastronomia nel 2015. Da non dimenticare che siamo la sede di una Fiera Internazionale biennale su gli alimenti CIBUS e che nel nostro territorio sono presenti storici leader internazionali nella tecnologia per l’industria delle conserve. Da non dimenticare poi gli otto musei del cibo presenti nel nostro territorio. La cucina parmigiana, di antichissime tradizioni, è figlia del burro e del formaggio ed è ricca di sapori e profumi che rendono le sue specialità molto famose in tutto il mondo.

 

Glossari

I NUMERI     1 = Vón, 2 = du, 3 = tri, 4 = quator, 5 = sinch, (sincov come pronome) 6 = séz, 7 = sètt, 8 = ot, 9 = nóv, 10 = déz, 11 = vundoz, 12 = dodoz, 13 = treddos, 14 = quatordoz, 15 = quindoz, 16 = sèddoz, 17 – darsètt, 18 = dezdòt, 19 = deznóv, 20 = vint, 21 = vintón, 30 = trénta, 40 = quaranta, 50 = sinquanta, 60 = s‘santa, 70 = s’stanta, 80 = otanta, 90 = novanta, 100 = sént, 500 = sinchsént, 1000 = mill.

I GIORNI DELLA SETTIMANA   Lunedì = lundì, martedì = martedì, mercoledì = marcordì, giovedì = giovedì, venerdì = venardì, sabato = sabot, domenica = domenica

I MESI      Gennaio = znèr, febbraio = farvèr, marzo = mèrs, aprile = avril, maggio = mag’, giugno = zuggn, luglio = luj, agosto = agosst, settembre = setémbor, ottobre = otobbor, novembre = novembor, dicembre = dzémbor, primavera = primavéra, estate = istè, autunno = avtón, iverno = invèron

IL TEMPO      mattino = matén’na, mezzogiorno = mézdì, dopomezzogiorno = dopmézdì, tramonto = tramónt, sera = sira, mezzanotte = mézanota, notte = nota, secondo = sec@nd, minuto = minud, ora = @ra, giorno = gior@n, settimana = stmana, mese = méz, anno = an’, secolo = sécol, sempre – sémpor, mai = mäi, subito = subìt, tempo fa = témp fa, adesso = adés, fra poco = a momenti, qualche volta = ‘na quèlca volta, sempre = sémpor.

LE FESTE     Natale = Nadèl, Santo Stefano = San stévon, primo dell’anno = primm ‘d l’an’, befana = befana, carnevale = carnvèl, Pasqua = Pasqua, pasquetta = pasquètta, ferragosto = feragosst, i Santi = i Sant, i Morti = i Mort, fésta della Repubblica = fésta ‘dla Repubblica, fésta dei lavoratori = fésta di lavoradór.

TERMINI VARI   abbaino luzrón – acciuga = anciovva – asparagi = sparoz – albicocca = muliäga arcobaleno = ärcbaléstor – barbabietole = bedrèva carrucola = sidéla – girino = testón botol gnocchi – zgranfgnón – grattugia = razóra – tartaruga = bissa scudlära – quarto di vino = fojètta – strofinaccio = boras – scoiattolo = zghirag’ – brace tizzone = borniza – custodia del pollame – corga misóra = piccola falce a mezza luna – gavél = pala per il focolare – mansarén = scopino di saggina – triggn = vaso di terracotta per i grassi. – zov = giogo per buoi – triblón = strumento per battere il grano nell’aia.

 

prova A

DENOMINAZIONE VERDURE

DIALETTO DI PARMA sedano, radicchi, insalata, zucchini, fagiolini, patate, pomodori, prezzemolo, finocchi, verze, cavoli, limoni, rapanelli, asparagi, cetrioli, piselli

DIALETTO DELLA BASSA sedano, radicchi, insalata, zucchini, fagiolini, patate, pomodori, prezzemolo, finocchi, verze, cavoli, limoni, rapanelli, asparagi, cetrioli, piselli

DIALETTO VALPARMA sedano, radicchi, insalata, zucchini, fagiolini, patate, pomodori, prezzemolo, finocchi, verze, cavoli, limoni, rapanelli, asparagi, cetrioli, piselli

DIALETTO DI VALTAROA sedano, radicchi, insalata, zucchini, fagiolini, patate, pomodori, prezzemolo, finocchi, verze, cavoli, limoni, rapanelli, asparagi, cetrioli, piselli

Dialetto di Collecchio

DOMENICO GALAVERNA

Inserimento di prova tratto da Pramzanblog che si ringrazia

Domenico Galaverna, tipografo, burattinaio, poeta dialettale , nato a Parma il 25 febbraio 1825 e morto a Collecchio il 31 agosto 1903. I giovani d’oggi (tolta qualche eccezione) ignorano certamente chi fu Galaverna, al massimo sono passati per il borgo che ha preso il suo nome, ma basta sfogliare uno dei tantissimi libri sul passato di Parma, che ecco spunta regolarmente il suo nome: soprattutto per il personaggio che creò, il celebre Batistén Panäda, una maschera che divenne “rivale” della maschera ufficiale di Parma, Al Dsèvvod.

Dialetto di Fornovo

PROGETTO DIALETTI PARMENSI-FORNOVO TARO

La Consulta per il dialetto parmigiano ringrazia la Proloco di Fornovo per la fattiva collaborazione. In particolare; la presidente Chiara Bianchinotti, Donatella Canali, …

la Consulta si ripropone di registrare i seguenti testi base anche nei vari dialetti dei principali comuni della nostra provincia. Nel marzo 2018 sono stati registrati a Fornovo i seguenti pezzi: I NUMERI, I GIORNI, I MESI, PROVERBI, PRESENTE DEL VERBO ESSERE, FILASTROCCA “LA MARIANA”, FILASTROCCA “LA GIGIA, STRALCIO DELLA POESIA “IL MONTRE DELLE VIGNE” DI F.BERTOZZI

cliccare i titoli in rosso per ascoltare gli audio

1) I NUMERI

2) I GIORNI

3) I MESI

4) FASI DEL GIORNO

5) PRESENTE VERBO ESSERE

6) I PROVERBI

7) FILASTROCCA LA GIGIA

8) FILASTROCCA LA MARIANA

9) STRALCIO DA IL MONTE DELLE VIGNE

TESTI BASE- cliccare per i testi degli audio 1-2-3-4-5-6-7-8-9-

In aggiunta sono state registrate le seguenti letture: da “A VAJON” – raccolta a cura di  VALENTINO STRASER  – LA TRIPPA  (testo di Paolino Bergonzi),  e  LA SRESA (testo di Arnest ed la Scaviccia) ed in oltre visitando il museo della “LA CIVILTA’ CONTADINA”  testo e lettura di  GIANFRANCO ALINOVI

G.ALINOVI – visitando il museo della CIVILTA’ CONTADINA  cliccare per l’audio

G.ALINOVI – visitando il museo della CIVILTA’ CONDADINA  cliccare per il testo

Lettura dalla raccolta di Satri, Fabét, e Quaresimali di Solignano e Fornovo, “A VAJON”  a cura di VALENTINO STRASER  LA SRESA 

Lettura dalla raccolta di Satri, Fabét, e Quaresimali di Solignano e Fornovo, “A VAJON”  a cura di VALENTINO STRASER LA TRIPPA

Per i testi della Premessa della raccolta e delle rime LA SRESA  e LA TRIPPA  cliccare su LA TRIPPA

CENCI GRAZIANO -PRESIDENTE PROLOCO 2019

prova

 

 

Dialetto di Sala Baganza

CENTRO STUDI DELLA VALBAGANZA

Il Centro Studi della Val Baganza è stato istituito nel 1976 e ufficializzato poi con atto notarile nel 1985, per opera di don Antonio Moroni che ha pescato alcuni ingenui “esperti” di cose valbaganzesi o valbaganzane (da Sala Baganza, Felino, Calestano, Berceto, Terenzo e con frazioni e delegazioni di Parma) e li ha caricati della voglia di sanare i mali antichi della Valle, prima di tutto mettendone in pulita luce le peculiarità qualificanti. Lo strumento è stato Per la Val Baganza, il cui primo numero di 56 pagine ha visto la luce nell’estate 1977 ma che, poi, di anno in anno ha aumentato la consistenza fino a toccare le 664 pagine nel 1992 con il suo decimo numero. Dopo un’interruzione di tre anni, ha ripreso ad uscire nel 1996 e si presenta ora come È una corposa pubblicazione annuale che tratta di temi storici, artistici e di tutela ambientale valbaganzesi  (da Sala Baganza, Felino, Calestano, Berceto, Terenzo e con frazioni e delegazioni di Parma).  Quello del 2017 è il 32° numero e quello del 2018 è già in allestimento. Sono da tempo un estimatore di questa interessante pubblicazione perché da vari anni è oggetto di scambio tra me e l’amico Pietro Bonardi. Lui me ne dà una copia e io ricambio con una copia del Lunario parmigiano di Parma Nostra di cui sono uno degli autori. Quelle che seguono sono due pagine (allegate in PDF) estratte dalla pubblicazione del 2002 che parlano della Compagnia dialettale salese.

Accanto al “numero unico” si è andata sviluppando la catena dei cosiddetti “Quaderni” che sono per il momento fermi a quota 26, mentre, fuori collana, sono la monografia sul pittore Giovanni Gaspare Lanfranco, frutto della infinita sagacia e cultura artistica di Giovanni-Pietro Bernini, il tomo miscellaneo di Vittor Ugo Canetti su Felino: Capitoli dal passato e la monografia di autori vari Selva del Bocchetto – Zolle di storia.

Il Centro Studi ha inoltre promosso nel 1981 un riuscitissimo (nell’immediato) Convegno, a Calestano, sulla situazione idrica della Valle, a cui ne sono seguiti altri di minore risonanza immediata. E siccome i mediatori più efficaci della cultura rimangono pur sempre gli insegnanti, ecco la nascita dei Duepomeriggi: una proposta di aggiornamento loro rivolta (ma nessun altro è escluso) per due pomeriggi nel mese di settembre (nel 2016 è stata la 34ª edizione). Per dare continuità di presenza nelle case degli abitanti della Valle, dal 1995 va in onda il Valbaganzario o della Val Baganza il calendario che segnala (con sempre insicura sicurezza profetica) avvenimenti o iniziative (festaiole e culturali) che si dovrebbero concretizzare nei singoli centri della Valle nel corso dell’anno, rievoca fatti di cronaca di cent’anni prima, esibisce accattivanti reperti fotografici o pittorici e, a volte, ricettari scovati nella secolare sapienza gastronomica di stagionate massaie.

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COMPAGNIA-DIALETTALE-SALESE

 Quaderni

Altre pubblicazioni interessanti sono i “Quaderni” ad oggi arrivati al numero 26. Per gentile concessione del Centro Studi, pubblichiamo, dal quaderno n. 4, stampato nel  1985 dalla Tipolitotecnica  di Sala Baganza e avente per titolo VOCI E SORRISI DI POPOLO, varie pagine con proverbi, modi di dire, filastrocche e preghiere in dialetto illustrate dal bravissimo Francesco Soncini (Soncio).

La pubblicazione si apre con la seguente interessante premessa dal titolo “VECCHIE NOVITÀ” dopo di che abbiamo inserito la scansione (in PDF) di alcune pagine che permettono di ammirare, in particolare, i disegni di Soncio.

“Vecchie novità”

«Mo có dìt al sonèt?»: così la voce del popolo sorride mentre stacca la corrente al luminare che inizia il ballo delle parole nebbiose e grosse per dipingere di meriti e di destini il dialetto. Chi lo parla, il dialetto, non lo considera un mistero da rovistare colle lenti e col bisturi di scienze complicate: lo mastica semplicemente, come il pane; o lo respira, come l’aria: perché confondergli la vita con bordate di interrogativi o con gragnuole di ragionamenti infilati nel buio di ipotetiche certezze? Il magro ventaglio di penne sparse, strappate alla variopinta e mo­bile parlata dialettale, che rinfresca le pagine seguenti, osa pre­tendere di non contenere novità, ma solo di ripresentare voci già note nelle molte raccolte e nei forbiti studi sui dialetti del Parmense, colla schietta nudità della immediatezza, appena corretta e velata/svelata dal disegno innocentemente malizioso di Francesco Soncini. La fonte diretta di quasi tutti i testi qui illustrati, è l’inedito (esi­ste solo dattiloscritto) Vocabolario Salese-Italiano, compilato in due successive «edizioni», da alunni della Scuola Media «Ferdinando Maestri» di Sala Baganza, durante gli anni scolastici 1965-66 e 1966-67 (lumi più limpidi e vasti in Per la Val Baganza 77, pp. 24-25).

L’occasione per comporre i petali di questo ventaglio ha le radici nei «Duepomeriggi» (11 e 13 settembre 1985) che il Centro Studi della Val Baganza, a bordo delle iniziative del Comitato «Sala Baganza invita», offre agli Insegnanti per una piacevole e seria riflessione su «Dialetto: lingua morta e straniera?», e poi nel contributo da inventare per lo stand dedicato a «Lèggere la montagna», nei padiglioni di «Quota 600» (26-29 settembre 1985). Sono pochi esempi visualizzati di voci partite dal mondo frescamente espressivo della civiltà quasi priva di immagini, per un invito ad ascoltare, senza rimpianti, ma con onesto rispetto e qualche vantaggio (ognuno vi peschi quel che lo stuzzica), il «sale» sempre nuovo di esperienza (è troppo dire «saggezza»?) antica. Settembre 1985        II Centro Studi della Val Baganza

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Valbaganziario

È il Lunario che viene pubblicato ogni anno e contiene varie informazioni ma, in particolare per quest’anno, notizie ed episodi accaduti 100 anni fa. Il lunario del 2017, come si può vedere nell’esempio che segue, riporta fatti del 1917 quando ancora c’era una vita da guerra.

DAL VALBAGANZIARIO 2017 – 

Stranomario salese e Grammatica descrittiva

Tra le iniziative più significative svolte da Centro vi è la compilazione, per ora soltanto dattiloscritta, di uno Stranomario salese e di una grammatica descrittiva del dialetto salese. È stato un lavoro molto impegnativo che viene da lontano e che ha visto coinvolti anche i giovani studenti.

Dialetto di Fontanellato

 

 

Mario Scaramuzza dopo una vita intensa sia a motivo del suo lavoro sia per i suoi interessi extra lavoro importanti come ad esempio l’impegno come direttore del coro Monte Orsaro, da quando è in pensione, si è particolarmente impegnato sul fronte del dialetto e delle tradizioni di Fontanellato in particolare ma non soltanto. Una delle sue preoccupazioni è quella di tramandare alle future generazioni poesie, proverbi e detti scritti in modo da tale da rendere non equivoca la pronuncia. Per questo ha messo a punto un “alfabeto fonetico”  mirato allo scopo.

Dice Scaramuzza: l’unico modo per tramandare il nostro dialetto è quello di “adottare” un alfabeto fonetico “fatto in casa”, distinguendo suono e flessione di voce (apertura e durata delle vocali), trasformando la scrittura tradizionale in un sistema di simboli inequivoci, eliminando così la principale fonte di malintesi ed errori. Utilizzando il computer, dobbiamo prendere in considerazione: nove segni da usare per le vocali semplici, nove segni per le vocali accentate e nove segni, soprassegnandole con una barra, per prolungare la dizione delle vocali stesse, flessione così diffusa nel nostro linguaggio, nel nostro parlare quotidiano; anche le poche consonanti doppie, sono state “personalizzate”. Lo schema seguente, vuole essere solamente propositivo perciò è modificabile e migliorabile; così pure, nei casi dubbi, nella pronuncia dei vocaboli e delle frasi idiomatiche, si sono riportate le diverse interpretazioni suggerite dai “vċ” del paese.

La critica di Scaramuzza a queste regole e i suoi limiti.

Per capire come leggere correttamente i lemmi degli esempi sopra citati è indispensabile conoscere alcune regole. Se questo non è, quando non vi siano più parlanti, vi sono parole delle quali non si è certi di come si debbano pronunciare. Scaramuzza propone di utilizzare un alfabeto fonetico che permette di scrivere i lemmi in modo tale da aver al suo interno le informazioni circa la corretta pronuncia. In altri termini mentre con la grafia Bocchialini-Capacchi, per leggere correttamente, è indispensabile conoscere alcune regole. Utilizzando l’alfabeto fonetico di Scaramuzza è necessario conoscere il suono reso da ciascun simbolo. In questo caso ognuno può leggere in modo corretto le parole anche di dialetti che non sono i suoi. È un modo per tramandare lemmi con la pronuncia corretta anche quando i parlanti saranno sempre meno.

Il progetto di Scaramuzza, una rete dei dialetti o una famiglia dei dialetti

Con il coinvolgimento delle Amministrazioni comunali della Provincia di Parma (senza con questo voler escludere le zone viciniori, anzi!), perché si impegnino ad organizzare gruppi di lavoro in ogni Comune, si potrebbero sviluppare dei collegamenti per uniformare la scrittura dei diversi dialetti in modo da creare una rete dei dialetti. Presupposto che ritengo determinante, considerata la sua grande importanza e la sua diffusione nel contesto provinciale, che si riesca a formare un gruppo di lavoro costituito da parmigiani “del sasso” desiderosi di tramandare alle future generazioni il Dialetto della Città di Parma. Se questa proposta sarà condivisa dal Comitato di Coordinamento della Consulta, si dovranno costituire due gruppi:

  • uno dedicato ai cittadini che ancora si esprimono o, perlomeno capiscono il dialetto, che si interesserà di sviluppare iniziative atte a diffonderlo nelle sue diverse estrinsecazioni: teatro, letture, pubblicazioni, scuola, incontri di intrattenimento specifici;
  • un altro, costituito da un ristretto numero di appassionati che affronteranno un lavoro di ricerca ed elaborazione, finalizzato ai posteri che vorranno sentire e rivivere la nostra parlata, in tutte le sue emozionanti pagine, per commuoversi e divertirsi o solo per immergersi nostalgicamente nel passato.

A tal proposito, come ho già fatto presente, sono disponibile a collaborare per impostare il programma, mettendo anche a disposizione tutto il mio materiale costituito da:

  • due Vocabolari di oltre 93.000 righe “dialetto-italiano e “italiano-dialetto” (nel dialetto di Fontanellato), utilizzabili per predisporne uno specifico per la città corredati con voce;
  • una raccolta di 4.300 Detti e Proverbi, corredati con voce, sempre estensibile;
  • una Paginetta per come si dovrebbe scrivere in alfabeto fonetico e un Font (MS REFERENCE TINO PRO) che consente di elaborarlo senza difficoltà.

A disposizione per tutto ciò che potrò fare per collaborare fattivamente, porgo i miei più cordiali saluti.

MODI DI DIRE FONTANELLATESI

POESIE A CURA DI MARIO SCARAMUZZA- cliccare per i seguenti testi di alcune poesie tratte dalla vasta raccolta di Mario Scaramuzza, scritte nel dialetto di Fontanellato e complete di traduzione in italiano. Le prime due, Il mio dialetto e L’amico sono sue. Seguono, di Aimi Annamaria, Ai miei amici veneziani e di Erminia Brianti A Sant’Antonio. Di Gandini Margherita è la poesia  marzo 1903 e di Bruno campanini A Fontanellato.

Due poesie parmigiane tradotte in dialetto fontanellatese da Mario Scaramuzza:  cliccare su: LA MUSICA IN PIASA  di Renzo Pezzani e AL BAR DLA FAMIJA  di Fausto BertozziI 

 

Dialetto di Fidenza

 

Claretta Ferrarini vernacolista di Fidenza dal 2015 rappresenta il dialetto parmigiano in Regione

La fidentina Claretta Ferrarini è stata nominata membro del Comitato scientifico per la salvaguardia, la valorizzazione e la trasmissione dei dialetti dell’Emilia-Romagna. Ferrarini è nota nel parmense per essere tra i protagonisti della cultura dialettale.
Claretta Ferrarini è scrittrice vernacolista, da sempre cultrice del dialetto ma anche in generale di usi, costumi, folklore e cucina tradizionale di Fidenza. Ha scritto cinque libri in dialetto, compresa la traduzione delle Sacre Scritture, allo scopo di dare dignità letteraria al dialetto parmigiano. Madre di quattro figli e nonna di tre nipoti, da quasi 20 anni fa attività doi divulgazione gratuitamente attraverso le radio locali, lezioni a scuola, conferenze e recital.

Il Comitato – al quale Ferrarini è stata candidata dal Comune di Fidenza – è un organismo previsto dalla legge regionale numero 16 del 2014, composto da 11 membri di comprovata competenza, rappresentanti tutto il territorio e scelti dalla Giunta emiliano-romagnola tra le candidature arrivate attraverso un avviso pubblico.

(Da PARMA QUOTIDIANO.INFO)

CLARETTA FERRARINI (file PDF)

INTERVISTA – Il 24 febbraio 2017 – Giuseppe Mezzadri e Andrea Mondini, amico di vecchia data della signora Claretta, hanno realizzato, per la Consulta del dialetto parmigiano, questa intervista in cui la signora ci ha gentilmente spiegato le motivazioni che sono state alla base del suo interesse e del suo straordinario impegno per il dialetto che, tra l’altro, l’hanno portata a produrre diverse importanti pubblicazioni. In questa registrazione Claretta racconta la sua esperienza nel mondo della scuola 

In quest’altra spiega perché ha scelto di tradurre i Vangeli “LA BON’NA NÖVA”

Claretta e la traduzione dei Vangelo

Claretta nelle scuole

 

L PENSIERO DI CLARETTA FERRARINI

Nel libro “LA BON’NA NÖVA”, traduzione nel dialetto borghigiano dei quattro Vangeli, Claretta Ferrarini ha dato ragione del suo impegno nella traduzione dei testi sacri

Scopo

Con la traduzione in vernacolo borghigiano dei quattro Vangeli e degli Atti degli Apostoli intendo:

-Ridare al nostro agonizzante dialetto la dignità che gli spetta, quale lingua vera e propria;

  • Ribadire, ancora una volta, che il “vernacolo” non è un giullare col quale far ridere o lanciare colorate bestemmie, poiché in dialetto si può anche pregare. Forte e tremenda era l’invocazione di mia nonna: «Sgnur! Jutm a l’ingrossa, parché a la m’nuda at fè pò in tèmp»;
  • Dare ai miei concittadini il “LORO VANGELO” quale prezioso dono alla mia amatissima città;

– Trasmettere la forte sensazione che ho provato quando una notte, non riuscendo a dormire, ho preso a leggere “Luca” e le parole mi venivano in dialetto. Mi sono detta: «Sì, “Cristo si è fermato” anche “a Borgo”». Mi sono alzata, ho afferrato un pezzo di matita e, sul retro di un foglio sul quale i miei nipotini mi avevano dedicato un loro disegno ho scritto: «Cara èl me Teofilo…».

Non c’è più stato verso di fermarmi. Claretto Ferrarmi

RIFLESSIONE SUL DIALETTO

Il dialetto non è il giullare delle lingue, né la lingua dei giullari. Non serve solo per far ridere, raccontando barzellette o recitando farse e commedie; esso è una lingua dotta, con la quale si può pregare, piangere, scrivere romanzi, trattati e quant’altro.

Indagare, studiare, valorizzare, parlare e scrivere il proprio dial. non deve essere una forma di nostalgia e di rimpianto del passato, ma dev’essere “cura della parola e della scienza del linguaggio”. Diventiamo insopportabili e un pò stupidotti, quando vogliamo convincere noi e gli altri che “una volta” era tutto più bello, più buono, che c’era più amore e che si andava d’accordo etc. È una forma di esagerato e, spesso, ipocrita cordoglio che non condivido. Non deve essere così per il proprio dial.: esso non appartiene ad un nostalgico “passato”, nel quale ha solo le radici, ma è un presente vivo e palpitante.

Il dialetto non è una lingua morta, è molto più languente l’Italiano, soffocato dai neologismi, dalle storpiature e dall’anglosassone imperante. È languente all’ultimo soffio il latino (che non è ancora morto stecchito), ma non il dialetto. Questo è solo malato e ci sono pochi medici e poche medicine per curalo, ma ha dentro di sè, una forza tanto potente da permettergli di tenersi in vita da solo. Se non lo si bastona continuamente, però.

Chi teme che il rinvigorirsi dei dialetti, sia un pericolo per l’Unità Nazionale è in errore. Il dialetto è una forma di identificazione e di appartenenza, come può esserlo il proprio cognome, o il cognome della madre, cioè le due famiglie dalle quali ognuno proviene.

L’uomo ha bisogno di “appartenere”.

Per chi insiste in un’arcaica e scolorita dialettofobia ritenendo il vernacolo la lingua degli ignoranti, dichiaro: io, ancor piccola, sentivo il già vecchissimo dr. Tridenti del 1880 circa, parlare un bellissimo dialetto e così sentivo parlare tutti i cosidetti “ricchi” e acculturati di Borgo quando interloquivano in Piazza o davanti le caffetterie più eleganti. Altresì, non ritengo giusto lasciarsi trasportare da correnti dialettomaniacaliperchè tütt i tròpp i stan par nöžar modus in rebus. Dobbiamo dare il giusto senso ad ogni cosa: la lingua italiana ha unito e deve continuare a farlo, una nazione che era sparpagliata; la lingua vernacola deve tenere unita una città prima che si sparpagli. Via dalla mente anche l’idea che il dial. sia proletario e l’italiano capitalista o che sia di sinistra in contrapposizione al fascismo che aveva dichiarato guerra ai dialetti.

Grandi menti come Benedetto Croce, Antonio Gramsci, Giacomo Devoto, Francesco De Sanctis, Di Mauro, P. Paolo Pasolini, hanno lottato a favore dei dialetti, ritenendo la loro soppressione una “barbarie” che avrebbe procurato sterilità alla cultura linguistica. Satriano Lombardi, ritiene che, l’Italiano, non sia un riscatto culturale, ma un suicidio della cultura tradizionale espressa dai dialetti. Il Di Mauroafferma che “l’aggressività antidialettale della Scuola, non ha né basi storico-linguistiche, né ragioni sociologiche positive, né giustificazioni psicopedagogiche”.

Viene da sorridere se ci si rende conto che molte parole che riteniamo italiane di ultima/penultima/terzultima generazione, sono invece prese da diversi dialetti e non ce ne accorgiamo. Per es.: ciào (Ven.,) grissino (Piem.), cotechino (Lomb. Ven. Emil.), pizza, mozzarella (Campania), zafferano (arabo), abbacchio (Lazio, Toscana), camorra (Campania), mafia (Sic.), persona, mondo, satellite (etrusco), bùfalo (osco-umbro), parabola, martire (Bibbia Vulgata) etc.

Per parlare e scrivere bene in dialettosi deve pensare in dialetto, perchè esso è una forma mentis che bisogna assolutamente possedere. Per volgere l’Italiano in dialetto, non si deve tradurre letteralmente la frase! Bisogna stravolgerla! Le si deve dare la sua gramm., la sua sintassi, e la sua giusta costruzione. Ecco perchè diventa rischioso (come ho già detto) tradurre opere ital. in rima: o tradisci il testo originale o tradisci il dialetto.

Nel Concilio di Tours, voluto da Carlo Magno nell’813 d.c., si stabilì che i vescovi dovessero tenere l’Omelìa nella lingua “rustica”, al fine di farsi capire dai fedeli la cui disobbedienza alle leggi della Chiesa, poteva essere causata dall’incomprensione del latino. L’Atto Ufficiale di quel Concilio dà il via alla nascita delle Lingue Romanze, mentre nel Giuramento di Strasburgo (842) viene sancita la 1ª lingua romanza: il francese.

Di recente ho esaminato un vocab. (non etim.) di dialetti emiliani, redatto da un’unica persona, la quale mette in bocca ai Parmigiani di Parma, parole piacentine, così ribadisco la mia teoria: ogni vernacolista deve occuparsi del dialetto del proprio campanile, quello che Dante chiamava “municipalismo”, diversamente si crea confusione e si diffondono notizie inesatte.

Molti dialetti, cosiddetti moderni, definiti dopo il 1500, posseggono una vasta letteratura e tanti documenti, redatti nei secoli scorsi, sono firmati: Conte Tal dei Tali; Eccellenza Signor Vescovo Tal dei Tali; Dottor o Professor Tal dei Tali; Canonico Tale; Avvocato Talaltro; Arcipreti; Marchesi, dunque persone colte. Quindi, ripeto, non è vero che il dialetto era una lingua solo parlata, come non è vero che fosse la “lingua degli ignoranti”. In proposito, posso garantire che, trattati agrari, economici, bandi, anche statuti, non venivano scritti nella lingua dei conquistatori, ma nel diverso lat. di ogni epoca, misto al dial. del luogo.

Dopo la caduta dell’Impero Romano 476 d.C. con la deposizione di Romolo Augustolo da parte di Odoacre, gli idiomi locali, ripresero vigore (ma il fenomeno era cominciato anche prima) e divennero addirittura segno di grande prestigio nelle corti, tanto da essere parlati da tutti. Li chiamavano Il Volgare che ha dato una significativa impronta ai dialetti “moderni”.

I LIBRI DI CLARETTA FERRARINI

Claretta è autore prolifico ed instancabile di libri dove il dialetto è sempre protagonista. I suoi temi, che spaziano dal “sacro” al “profano,” vengono sempre trattati  in modo corretto.  Di seguito le copertine di alcun i di essi – cliccare per le copertine 

LIBRI DI CLARETTA FERRARINI 

 

 

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