Dario Paterlini-

DARIO PATERLINI

FOTO GRUPPO DARIO

Davanti all’osteria di Bruno il Sordo – Dario è il secondo da destra

Nella mia vita ho conosciuto parecchie persone simpatiche. Tra queste, secondo a nessuno, Dario Paterlini. Dario, amico e generosocome pochi, è scomparso da qualche anno. Abitava in via Bixio e visse la sua infanzia in quei borghi dell’Oltretorrente dei quali respirò l’aria, assorbì gli umori, i pregi, i difetti e la migliore verve dividendo con la sua gente la miseria che in quei tempi era molto grande. Amava dire: “O pran ridù int la vìtta … e magnè poch”. Sensibile ai problemi sociali è stato, per 17 anni, milite della Pubblica Assistenza. Amante della musica, del bel canto e della lirica in particolare, fu corista della Verdi per diversi anni. Richén Balzarini, suo vecchio amico e pure lui corista, ricordando la sua giovialità, mi diceva: “In coräla, quand an gh’ era miga Dario, l’ era ‘na coza dispra”. (mancava qualcosa). Dario sapeva descrivere i “suoi tempi” con un dialetto piacevolissimo e con immagini efficaci e pittoresche: “Cuand a s’ pärla ‘d Pärma vecia am grat ancòrra!”. Diceva per spiegare che ebbe, come tutti allora, i pidocchi. E continua…

DARIO PATERLINI cliccare per il seguito del racconto

CAPANON

Giorgio Capelli

 

Giorgio Capelli 74 anni, nato e vissuto a Parma, insegnante per trent’anni di educazione tecnica alle scuole medie e consulente dal 1965 del trattamento delle acque civili e industriali. Dal 1962 suona la chitarra e canta nel complesso degli Snakes che si esibisce da oltre 6 anni l’ultimo giovedì di ogni mese al palco di Marano nel locale pizzeria ristorante per gli amanti e nostalgici dei famosi anni sessanta e dove si propone la musica che li aveva visti protagonisti delle serate del king Club, Napoleon, la raquette, la capannina, e tanti altri locali della nostra regione. Da molti anni si diletta a scrivere testi in dialetto parmigiano su personaggi
di fantasia e ha utilizzato settanta canzoni anni sessanta, come base musicale, per creare in dialetto parmigiano dei simpatici testi che rappresentano dei personaggi tipici della nostra parmigianità. Come Snakes abbiamo inciso un CD in dialetto parmigiano nel 2000 e adesso sta per uscire una nuova proposta dove ci sarà la produzione di musica in dialetto anni sessanta sia dell’originale che di quello inciso il mese di aprile di quest’anno. Sono da due mandati vicepresidente vicario della Famija Pramzana, e faccio parte del direttivo della Consulta per il dialetto Parmigiano. Sono un collezionista di testi, poesie, articoli, sulla parmigianità.

Capelli è dotato di sensibilità e di una notevole capacità-creatività di scrittura. Ama scrivere di argomenti di vario genere,  seri, divertenti e altro. Un esempio è questo pezzo che segue intitolato Al bal ‘dla vìtta 

AL BAL DLA VITTA –Giorgio capelli

“AL PONT ÄD MEZ”

Un’altra passione di Capelli sono le ricerche di fatti e documenti d’epoca. Le dieci pubblicazioni che presto saranno inserite  sono frutto della sua ricerca sui vecchi numeri del periodico della Famija Pramzan “Al pont äd Méz  nato nel 1951 che di modestissima entità all’inizio, col passare del tempo ha raggiunto una decorosa veste. Al periodico hanno collaborato, o ne sono stati direttori: Baldassarre Molossi, Aristide Barilli, Fulvio Ferrari, Bruno Campanini, Flavio D’Angelo, Mario Milli, Tiziano Marcheselli, Carlo Fantoni, Ubaldo Delsante, Giuseppe Marchetti, Maurizio Schiaretti, Orazio Campanini, Giancarlo Mezzadri, Lorenzo Sartorio e attualmente Gianluca Zurlini.sul quale hanno scritto personaggi quali; Giorgio Torelli, Guglielmo Capacchi, Arnaldo Barilli, Valdo Bianchi e tanti altri.

Cliccare sui titoli per leggere i pezzi già pubblicati sul “AL PONT ÄD MEZ” 

ANCHE IL DIALETTO E’ LINGUA –  è un testo molto importante per comprendere meglio la storia e l’evoluzione del nostro dialetto. –  ‘OSPEDALE VECCHIO di Maria Ortensia Banzola – RICORDO DEL FORO BOARIO di Alberto Bertacchini – PARMIGIANO -REGGIANO – STORIA ED EVOLUZIONE di Antonio Domenichini –ALFREDO ZERBINI di O.C.-ilovepdf-compressed –LA BANDA DEL GERLO di Giovanni Reverberi – LA BAIA DEL RE -CAPANNONI -di Leyla Rocchi Madoni – LA PODEN’NA di Alberto Bertacchini – IL CAMPER di Fabrizio Rizzi – MOTODIALETTO di Giovanni Mori

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Giuseppe Clerici (Pepén)

GIUSEPPE CLERICI, DETTO “PEPÉN” NEL RICORDO DEL FIGLIO LUIGI

 Nell’estate del lontano ’52, passai le vacanze estive, tra la prima e la seconda media, presso il fotografo Caggiati che aveva il laboratorio in borgo Sant’Ambrogio, proprio di fronte a Pepén. Vedevo tutti i giorni lui e la moglie e i loro collaboratori ma non entrai mai. All’epoca, a 12 anni, non si usava comprare panini nei bar. Pepén era, per me, una figura familiare ma di cui non sapevo nulla. Non avrei mai immaginato che, a distanza di 58 anni, avrei avuto l’occasione di approfondire la sua conoscenza seppure postuma. Tramite il comune amico, Antonio Guerci, ho conosciuto Luigi Clerici, figlio di Pepén, e ho avuto l’opportunità farmi raccontare del papà e del suo mitico locale.

Luigi parla volentieri di quel periodo anche per contribuire a ricordare, a due anni dalla morte, il papà che è stato un personaggio caro ai parmigiani e che ha amato molto la sua città alla quale ha dato molto, non solo panini.

Le origini

Racconta Luigi che a Parma, in borgo Sant’Ambrogio, esisteva già il bar Clerici tenuto dallo zio Italo e dalla zia Emilia. Era una vera osteria. Il papà entrò e cambiò subito il nome che diventò: “Un franco” perché dava, per un franco, il panino e un bicchiere di vino. (Questa informazione viene dalla memoria di Antonio Guerci, all’epoca giovane studente nonchè il           “bello” e “giovane amatore” nelle commedie dello zio Italo Clerici.) All’inizio era vino e salume, poi si aggiunsero le tartine e una pizza che non era come quella di Napoli. Vennero poi i wurstel con la senape, noti come “Volkwagen”. Si aggiunsero in seguito tre primi; cappelletti, gnocchi e tortelli e poi due o tre secondi piatti. La “carciofa” arrivò nella fase in cui si cominciava a cucinare non soltanto le cose parmigiane. Da ultimo si arrivò al grande catering per matrimoni importanti e altri eventi. Due volte l’anno si faceva la vera spalla cotta. La vera rezdóra era la mamma. Pepén era quello che la sapeva contare, che aveva le idee ma era la moglie colei che dava loro corpo anche perché, alle spalle, c’era la nonna Dirce. La nonna, avendo lavorato a servizio di famiglie nobili,  aveva imparato a fare piatti che a casa sua mai avrebbe

I fratelli Clerici erano sette, cinque maschi e due femmine, ma soltanto Giulio e Italo erano attori. Altri loro parenti ebbero partecipazioni ma minori. Pepén no. L’idea di vivere di teatro non gli andava. Lo riteneva rischioso e, oltretutto era per carattere contrario ad apparire in pubblico. In compagnia era diverso. Era un affabulatore e non era facile togliergli la parola.

Uomo di relazioni, aveva capacità di amicizia che teneva in gran conto. Non era raro che invitasse persone alla sua tavola, per cenare con la sua famiglia. Più volte fu ospite di Renata Tebaldi che ospitò lui e la sua famiglia a New York e, in quei giorni, annullava gli impegni in agenda. Non era il giullare colto. Sapeva dare e ricevere amicizia vera.

 

Il “Brodén”

La clientela di Pepèn era la più varia e comprendeva persone che, al mattino, volentieri avrebbero mangiato un panino accompagnato con un bicchiere di bianco se non fosse stato, all’epoca,  un po’ imbarazzante. Pepén ebbe l’idea di togliere loro l’imbarazzo facendo produrre alla Montresor, per il proprio locale soltanto, una bottiglietta di vino bianco corretto vermouth, che veniva chiamato “Brodén”.

 

Perché è andato in Liguria:

Il trasferimento dell’attività attività, nell’ottobre del ’62, da Parma a Leivi, è dovuto ad un malore, “Tirabación”, che lo aveva spaventato parecchio. Aveva capito che non poteva continuare con uno ritmo di vita così intenso. Alle 14 ore al giorno di lavoro si aggiungevano vari altri interessi. Teatro studentesco, “Famija Pramzana”, il circolo Rapid ecc.

 

Ebbe mai nostalgia di Parma?

Quella di trasferirsi, fu una scelta felice perché Pepén è campato fino a 93 anni. A Leivi, il sabato e la domenica, il lavoro era tantissimo ma durante la settimana poteva tirare il fiato. Nei giorni feriali, spiega, veniva poca gente e spesso erano amici di Parma che gli portavano notizie e novità della città e si mangiava tutti assieme con una simpatica baraccata.

 

 

Perché è andato in Liguria:

Ho chiesto a Luigi il motivo del trasferimento di una attività di successo addirittura in un’altra regione. Tutto ha origine da un malore (“Tirabación”) che lo aveva spaventato parecchio. Prese la sua decisione e annunciò alla famiglia: “Vendèmma tutt e ‘ndèmma in Liguria”. Aveva capito che non poteva continuare con uno ritmo di vita così intenso. Il locale apriva alle sei e mezza del mattino e non chiudeva prima delle due o tre di notte. Anche se al mattino apriva la nonna che arrivava in bicicletta, erano comunque 14 e talvolta 15 ore al giorno di lavoro. Se si aggiunge che mio padre si interessava anche di altre cose; del teatro studentesco, della “Famija Pramzana” di cui è stato uno dei fondatori, di mostre di pittura, del Rapid perché c’entrava lo zio e altre ancora si capisce quanto fosse pesante quel ritmo.

Vendette il locale ai dipendenti, che difesero bene il nome, e nell’ottobre del ’62 aprì il ristorante a Leivi.

 

Ebbe mai nostalgia di Parma?

Luigi osserva che, quella di trasferirsi, fu una scelta felice perché suo padre è campato fino a 93 anni. A Leivi, il sabato e la domenica, il lavoro era tantissimo ma durante la settimana poteva tirare il fiato. Nei giorni feriali, spiega, veniva poca gente e spesso erano amici di Parma che gli portavano notizie e novità della città nonché, ad esempio, la torta al limone del “Torino”, la zuppa inglese del cav. Castagnetti ecc. si mangiava tutti assieme con una simpatica baraccata.

Il papà, fino agli 80 anni, ha sempre pensato di tornare a Parma. Poi non lo diceva più e commentava:  “Da véc, co’ vaghia a fär a Pärma?”. Anche molti amici erano andati. Ricorda il rituale di guardare, ogni mattina, l’ultima pagina della Gazzetta di Parma. Ogni volta che moriva un amico era per lui un motivo in meno per tornare.

 

Premio simpatia

Pepén seppe inserirsi molto bene anche a Chiavari. Dapprima aveva stupito i liguri che facevano fatica a spiegarsi come, in un locale aperto da poco, fosse necessario prenotarsi con un certo anticipo. Poi li conquistò, tra l’altro, con la creazione dell’annuale “Premio simpatia” che prevedeva la premiazione di un parmigiano e di un ligure. La premiazione avveniva in una serata di gala che si svolgeva in grande albergo con alcune centinaia di invitati. Fra i premiati parmigiani ricorda  Luca Goldoni e i fratelli Mossini. Tra i liguri il regista Montaldo.

Con i fratelli Mossini esisteva una particolare amicizia. Pepén li considerava parte dal “Cór äd Pärma”.

 

La moglie

La moglie, senza lamentele o rimpianti, passò la vita all’ombra del marito. Le stava bene così. Ma quando fu ceduto il ristorante a Leivi, prese lei l’iniziativa. Come dire; nell’ultimo pezzo di strada guido io. Da schiva com’era diventò presidente delle dame di San Vincenzo e presidente della Croce Rossa di Chiavari. Una presidenza non banale se la Sala delle feste della Croce Rossa è stata intitolata a lei, Lidia Del Monte.

 

Don Nando

A Chiavari, don Nando Negri, aveva fondato “Il villaggio del ragazzo”, una importante istituzione, tuttora esistente, che si era specializzata soprattutto nella difesa e promozione dei bambini tramite scuole di tutti i tipi, ospitalità alle ragazze madri ecc. Pepén, gli era molto amico e lo aiutò concretamente.

 

Stopaj

Luigi ricorda due episodi simpatici legati a Stopaj, personaggio comunque caro ai parmigiani. Stopaj non era gradito come non lo sono in genere, nei locali, le persone che a motivo del troppo bere possono creare situazioni di imbarazzo per la clientela. Un giorno passando davanti al locale,  Stopaj vide che all’interno c’erano il prefetto e il questore. Astutamente pensò che Pepén, pur di liberarsi in fretta di lui, gli avrebbe dato da bere. Chiese educatamente permesso e, arrivato al banco, disse:

“Am dal un bianch, Pepén?”. Pepén gli versò un bicchiere di cedrata. Stopaj l’assaggiò poi, rivolto ai clienti, in italiano per rispetto alle autorità, disse:

“Signori, qui i panini li fanno bene ma se volete il bianco andate a berlo da un’altra parte”.

 

In un’altra occasione mise dentro la testa in paninoteca guardando interrogativamente Pepén che gli fece segno di andare più avanti. In effetti, più avanti, c’era la gelateria Manna di Fontana che vendeva i semifreddi e che a volte qualcosa gli dava. Evidentemente non in quella occasione perché Stopaj tornò subito indietro, si fermò di nuovo davanti alla paninoteca, e disse:

“Veh Pepén, là gh’é i semi-freddi e chi i cojón-bojént”.

 

Francesco Soncini

Francesco Soncini e don Sergio Nadotti parroco di San Tommaso, un prete che amava il dialetto e l’arte, scomparso di recente

Sono molto in debito con Francesco Soncini perché mi ha sempre usato la gentilezza di eseguire bellissime vignette a corredo dei miei pezzi per la rubrica “Tuttaparma” della Gazzetta. Ha illustrato il miei libri “Pärma e Brazil” e “La nostra Parma” di cui  ha disegnato la bella copertina. Francesco, sempre con le sue preziose vignette, mi ha supportato anche nel sito “giuseppemezzadri.com.” che ormai è chiuso ma in compenso siccome sto lavorando al sito della Consulta per il dialetto parmigiano continuerò ad utilizzare le sue fantastiche vignette. Francesco è molto noto a Parma ma per chi ancora non lo conoscesse allego la sua autopresentazione che ha scritto per il sito.

Francesco nasce nel ‘35 a Parma. Uno degli ultimi “pramzàn dal sas”. Elementari, medie, Istituto Tecnico per ragionieri (per evitare il latino). Dopo quattro anni di sofferenze scolastiche si accorge che c’era incompatibilità fra lui e la burocrazia contabile. Passa all’Istituto d’Arte Paolo Toschi dove si diploma in scenotecnica in un anno, tre mesi e venti giorni. Lavora come cartografo e come disegnatore pubblicitario, meccanico ed edile sino ad arrivare, quasi per caso, all’abilitazione all’insegnamento. Insegnerà in scuole di ogni ordine e grado sempre facendo contemporaneamente il pittore e lo scrittore. Frequenta a Cinecittà un corso per aiuto regista diretto da “Luchino Visconti”. Lavora al “Il Vittorioso” dove conosce “Jacovitti”, “Landolfi” e “Caesar”. Tra le sue numerose iniziative per la scuola, i bambini, lo sport e la città, spicca la Presidenza del”Palio di Parma”. Per una decina d’anni ha dipinto i drappi per i premi, creato il manifesto, i simboli delle cinque porte; il gioco della Dama in costume; la Cena dei Capitani e la benedizione in Cattedrale dei Palii dipinti. Collabora con diversi giornali con illustrazioni, novelle e saggistica varia in special modo con la Gazzetta di Parma. Ha fatto diverse mostre e pubblicato libri di varie tematiche. Sposato con la pittrice Gianna Monti, ha due figlie e due nipoti.

 A questa stringata biografia voglio aggiungere uno stralcio del gennaio 2011 tratto dalla Gazzetta di Parma a firma (T.M.) credo si trattasse di Tiziano Marcheselli.

Francesco Soncini, noto come Soncio, gravita solitamente in strada Aurelio Saffi, tra l’Istituto «Don Gnocchi» e via Dalmazia: un piccolissimo mondo, nel quale l’estroso pittore e umorista si trova perfettamente a proprio agio anche perché è certamente una simpatica persona, così come sono simpatici e gradevoli i suoi disegni. Abbiamo un passato in comune, sia per quanto riguarda le mostre (gliene ho organizzata una, molto raffinata e coerente,  tanti anni fa alla galleria Giordani di strada Cairoli sul tema di Don Chisciotte, già inserita nel surrealismo, che Soncini ama moltissimo) sia per quanto concerne le storie a fumetti (gli avevo scritto i testi per uno strano personaggio, «Il ragioniere», che, quando portava fuori il gatto, sognava di essere fra le tigri del Borneo, ma aveva sempre una moglie concreta che lo riportava alla realtà. Poi, sulla Gazzetta, abbiamo pubblicato una rubrica di oroscopi, con personaggi conosciuti sempre ironici e semplici da capire. Insomma, una storia lunga una vita, anche se. l Soncio non ha fatto molte mostre, forse per pigrizia, forse perché ha bisogno di qualcuno che gli assegni i temi e che lo sostenga moralmente nell’organizzazione….

Aggiungo anche quanto nel 2011 scriveva Francesco Rossini: Soncini è componente attivo del comitato direttivo di Parma della società Dante Alighieri. Le illustrazioni dei volumetti annuali, contenenti i testi delle liriche inedite premiate nel concorso da noi realizzato a maggio di ogni anno, in occasione della “Giornata della Dante“, sono opere sue. Le spiritose vignette, tutte legate ai temi ogni volta da noi fissati, sono sempre ben centrate. Tutti noi del Comitato provinciale conosciamo il prof. Soncini e l’eccezionale qualità dell’insegnamento rivolto a numerosi alunni nelle scuole della nostra città, la riservatezza dei sentimenti familiari, l’opera di aiuto e di generosità, a livello di volontariato, svolta presso gli ospiti dell’istituto “Don Gnocchi“ di Parma, nonché l’appoggio dato a manifestazioni folcloristiche cittadine, quali “Il palio di Parma”.

 

Soncini è un grande disegnatore ma chi ha la fortuna di frequentarlo come è capitato a me, magari per il caffè del mattino,  ha il piacere di scambiare due parole con un gentiluomo che ha il potere di farti cominciare bene la giornata gustando l’ironia delle sue battute mai volgari e sempre positive.

Ne riporto alcune:

Qualche giorno fa, incontrandolo nel solito bar per il caffè del mattino, gli dissi: “Soncio, gh’ò bizzògna äd parlärot”. Rispose: “Tutti mi vogliono parlare e nisón che mi voglia ascoltare. E meno äd tutti me mojèRa ch’la pärla sémpor le”.

La battuta mi piacque e volendo segnarla nella mia agenda gli chiesi se avesse una penna. “Mi dispiace, sono implume”.

 Il suo matrimonio venne celebrato da don Dagnino. Il sacerdote, che aveva in confidenza i due giovani, commentò: “ A si do nózi in-t-un sach. Mo si tant cojón ch’a gh’é anca al cäz ch’a vaga tutt bén”. E, in effetti, così è stato.

Il fratello, attualmente parroco di San Secondo, da giovane correva in bici. Quando entrò in seminario organizzò una gita in bici. Nel ritorno presero un grande acquazzone. Arrivarono bagnati come pulcini. Facevano pena. Francesco che ha un’ironia che punge, li saluto con un “Sia lodato Gesù Cristo”. Il fratello lo guardò malissimo e disse: “Di ancòrra do paroli ch’a t’ dróv la pompa äd la biciclètta”.

La sposa

L’amico “Soncio”, artista dotato anche di gradevole ironia, si lamentava con il fratello sacerdote del ferreo controllo che subiva da parte della propria moglie. Questi gli disse che anche lui non era poi tanto libero perché, diceva: “Io ho sposato la Chiesa”“E’ vero che tu hai sposato la Chiesa”, ribattè il mio amico, “mo s’a t’ vè a ca tärdi la ne t’ bräva miga!”.

Quaresima

Soncio, come organizzatore del carnevale dei bambini, ricorda di avere chiesto a mons. Colli se poteva rimandare il carnevale alla domenica successiva, che era già quaresima, perché stava piovendo. Il vescovo lo guardò un attimo e poi disse: “Per te sarà quaresima, per i bambini no!”

 Soncini ha disegnato, per l’AVIS, varie e divertenti vignette con testi in dialetto allo scopo di incentivare  la donazione del sangue. Ne pubblichiamo una.

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Don Raffaele Dagnino

UN PRETE CON GLI SPIGOLI

Nato a San Secondo il 21 ottobre del 1905, servizio militare a Roma prima di entrare in seminario, proveniente dalla facoltà di medicina, ordinato sacerdote nel 1933, laurea in Scienze naturali nel 1941, parroco A Santa Maria Maddalena dal 1939 al 1043, parroco a San Giuseppe dal 10943 al 1977, muore nel 1977. on Dagnino è sempre stato preoccupato che i suoi parrocchiani lo capissero bene e per questo motivo utilizzava senza problemi il dialetto anche nelle omelie se necessario.

Don Raffaele Dagnino l’é stè vón di prét ‘dla citè pu cognsù in-t j ani ch’a va da prìmma ‘dla séconda guéra mondiäla a dop la guéra p’r un bél mucc’ d’ani. L’éra un prét cój spigh ( al dzäva: gh’ òj cólpa mi si m’àn fat cól maràs?) mo anca un galantòmm che par dritura (coerenza) con la so féda granda, al gh’äva miga pavura d’andär cóntra corénta anca parché al gh’äva pavra ‘d njént. Durant la guéra, prezémpi, pu ‘d ‘na volta l’äva pasè al frónt s’a gh’éra da jutär cuälchidón sénsa guardär al colór. À l’ò cognsù parsonalmént mo pu che ätor l’ò imparè ‘d conosòr tramite il testimoniansi ‘d me soréla ch’l’éra ‘na so parochiana. L’éra un òmm che a prìmma vissta al podäva anca fär sudisjón mo a conosrol bén al gh’äva un cór grand. Par färos capir bén daj so parochiàn facilmént al droväva anca al djalètt in-t-la predica.

A l’ospedäl

Tant par där l’idea, Aldo Cabrén, un so parochiàn e me bón amigh, al me dzäva: “Don Dagnino al riväva a l’ospedäl prìmma che ‘l malè.”. La parrìs ‘n ezagerasjón mo l’era propria acsì parché lu l’éra semp’r al corént di malàn’ ‘dla so génta e s’al gnäva a savär che vón (qualcuno) al gh’äva d’andär a l’ospedäl al l’andäva a spétär là. A ghé ‘n’ ätor epizodi ch’al fa capir bén äd che stofa l’éra fat. L’era la nota ‘d l’ult’m äd l’an’. S’éra fat tärdi bombén e don Dagnino, a pe, in via D’Azelio, l’éra ‘dre andär a ca ‘d bón pas. A ‘n bél momént a s’ gh’ afianca ‘na machina con déntor tri giòvvon un po impipè ( brilli) che, ridend, i gh’ dizon: “Guärda, é stè a balär anca al prét!”- “Si, són proprja stè in baraca”, agh risponda al prét. “Se stäva bén?” A dmanda i giòvvon ch’ i s’ divartivon. “Bombé. Ansi s‘a vrì (se volete) agh podèmma andär ancòrra tutt in compagnia”. I giòvvon j én stè al zógh e i gh’àn fat post in machina. Davanti a l’ospedäl don Dagnino l’à fat farmär e ‘l gh’à ditt: “Ecco indò són stè a baracär!” I giòvvon, confuz, in fnivon pu ‘d dmandär scuza.

Puntualitè

Don Dagnino al ghe tgnäva bombén ala puntualitè ala mèssa. Bizzognäva stär aténti parché al gh’ métäva poch a bravär aj ritardatäri a còsst d’interompor la prédica. ‘Na doménica me anvód Marcello, ch’l’éra in ritärdi, al sarcäva ‘d gnir dent’r äd nascost, mo al prét al l’à fulminè: “Marcello, a t’ò visst !” ‘N’ältra volta éra gnu déntor, in ritärd, tre donni con la plissa (pelliccia). In ritärd e con la plissa, par don Dagnino l’era ‘na dòppja infrasjón. Da l’altäri l’à ditt: “E chill trè donni là ch’é gnu dént’r adés coz’ gh’é daviz (cosa credono), parchè i gh’ àn la plissa, äd gnir a mèssa a l’ora chi n’ àn vója lór ?” Bizzognäva stär aténti anca al’ opòst, cioè andär fóra primma che la mèssa la fiss fnida. Prezempi l’éra bón ‘d dir: “Marco, quand a t’ vè al cinema vät fora primma?” – Un’ ältra volta l’à ditt: Ò ditt – ite missa est – ò miga ditt ch’è ‘drè crolär la céza!”

Lavoratór

Don Dagnino al gh’l’äva col comunizom parché l’ìnsgnäva l’ateizom mo miga cój comunista. Mo l’éra un confén che miga tutt i capivon. ‘Na giornäda, in biciclètta, l’éra pasè davanti a un bar e vón ‘d j avintór al gh’à sbrajè: “Guärda che lavorator!” Al prét al bloca la biciclètta, al tórna indrè, al s’va a sédor ataca a coll ch’a sbrajè e ‘l ghé diz: “Són gnù a därot ‘na man”.

Do orècci longhi

Dop la Guéra, p’r un sert témp il “Resto del Carlino”, par pubblicitè al sponsorizäva un spétacol ‘d cartón animè, gratuì, al cinema Ducäl. L’oräri l’éra propria coll ‘dla mèssa. Don dagnino al bruzäva cme un falò. ‘Na matén’na al s’éra miss ‘d sentinéla a vèddor chi andäva déntor. In-t-al ciop l’à visst un so parochiàn ch’al compagnäva i so du putén. Al prét al ne vräva miga ofendrol davanti aj putén mo gnanca al vräva pasärgla lissa e alóra al gh’à ditt: “A t’ gh’é do orècci longhi acsì…”.

Impabiè

Subita dop la guéra a gh’éra un Ente assistenziäl (forsi l’Unrra) ch’al däva fóra genor alimentär anca tramite il parochii. A gh’éra un formaj né dur né mol ch’äva stufè tutti. Don Dagnino l’é andè daj responsabil e al gh’à ditt: “Ragas an s’ pól miga cambiär fórmaj ? Ormäi j ò impabiè tutt la parochia !” (Dove “impabiè” si riferisce alla bocca. Non esiste l’esatto corrispondente in italiano e significa grosso modo “bocca impastata”).

Matrimonni

Don Sergio Nadotti, l’ex parroco di San Tommaso che amava il dialetto, morto nel 2015, aveva spesso occasione di aiutare don Raffaele Dagnino quando questi era parroco di San Giuseppe. Raccontava che in una di quelle occasioni, alla fine della messa, stava chiacchierando con don Dagnino sul sagrato, quando questi, vedendo che stava arrivando una persona, gli disse: – Ténot stricch ch’a da zo la céza (stai attento perché crolla la chiesa). – Parché? – Parché lilù l’ò mäi visst (non l’ho mai visto). Poi, al nuovo arrivato, chiese: – Co’ vót? Gh’ät äd bizoggn? – Si, don Dagnino, són gnù a vèddor co’ gh’ vól par spozäros. – Dal critéri, rispose il parroco. – Mi veramént a vräva savér… don Dagnino non lo lasciò terminare e disse: – A t’ò capì. A t’ vól savér che cärti a gh’ vól. Adésa a t’ al dirò mo, t’al diggh ancòrra, pu che ätor a gh’ vól dal critéri parchè, s’an gh’è miga al critéri, il cärti i sarvison a poch (soprattutto occorre criterio).

Il taglio del collo

Don Dagnino, il battagliero prete dell’Oltretorrente, nel primo dopoguerra, tempo di grandi contrapposizioni, aveva saputo che un barbiere del suo rione andava dicendo: “Se don Dagnino al ven da mi a färos la bärba, a gh taj al col”. Qualcuno gli riferì la cosa e lui ci andò a bella posta. Il barbiere, dopo averlo insaponato, si accingeva a fargli la barba quando il prete gli disse: “Hai detto che mi avresti tagliato il collo. Forza taglia!” Il barbiere, esterrefatto, rimase bloccato. Don Dagnino allora gli disse: “Sät co’ tsi ? un bagolón !”

Don Dagnino “salesiano”

Il famoso motto di don Bosco “Da mihi animas caetera tolle” (datemi le anime prendetevi il resto…) don Raffaele Dagnino, lo aveva fatto proprio. Un capocellula si era ammalato di tumore ed era ricoverato a Torino dove poi vi morì. Il sacerdote, sempre solerte per tutti i malati senza esclusioni, tutte le settimane andava a fargli visita. Lo aveva anche confessato e comunicato. Quando la salma tornò a Parma, i famigliari, che pure gli erano molto riconoscenti, con un certo imbarazzo, gli dissero: “Reverendo, a s’ tòcca fär al funeräl civil, i so compagn…” “Stiv miga preocupär”, rispose don Dagnino, “L’anima glielo messa a posto, il cadavere portil pur indò nì vója…”.

 

Alberto Michelotti

Ho conosciuto Alberto Michelotti, classe 1930, quasi 50 anni fa, quando con la tuta unta di olio veniva alla FRO, dove io lavoravo, ad acquistare le bombole di ossigeno e acetilene per la sua officina meccanica per camion. Era sempre di buon umore e gentile anche quando c’era da aspettare. L’ho incontrato di nuovo alcuni anni fa in Famija Pramzàna. Non era cambiato per nulla ed entrai subito in sintonia. Credo ci accomunassero, oltre l’amore per il nostro dialetto e la nostra città, anche le nostre origini modeste che non ci avevano cambiato anche quando le cose girarono molto meglio.

 

Corso in San Benedetto 2011 con Alberto testimone prezioso in tutti gli incontri sul dialetto 

Bocconi e Cocconi

Michelotti, chiamato all’Università di Parma a parlare di sport, raccontando il suo percorso, spiegava che aveva frequentato la scuola Cocconi. Un professore, che non aveva capito bene, sorpreso e incuriosito, gli chiese: Michelotti, lei ha studiato alla Bocconi? No professore, ho studiato alla Cocconi e sémpor con al cuciär in sacosa par la refesjón e con ‘na scudéla d’luminjo magioräda. Spiegò anche che quando l’addetto alla distribuzione diceva: Ragazzi, chi ne vuole ancora alzi la mano, mi cominciäva a magnär con un bras alvè.

 Palazzi e panini

Anni settanta. Presidente del comitato di tappa del Giro d’Italia era Alberto Mi­chelotti. Riunione nell’Aula Consiliare del Comune per la tappa Parma-La Spezia. In una pausa, Michelotti stava mangiando un panino. Uno gli fece osservazione: Alberto, mangiare un panino in una sala così importante e magari zbrizlär tutt par téra an ’sta miga tant bén… E Michelotti: Chi déntor j’àn magnè dipalas, podroja mi, magnar unpanén?

 Pesce e prosecco

Ero stato a casa sua per prendere un documento che mi interessava e, in quella circostanza, mi avevano offerto un bicchiere di prosecco. Vedendo quanto lo gradivo, la moglie me ne aveva regalato una bottiglia. Giorni dopo, quando sono tornato per rendere il documento dissi alla signora Laura:

  • Signora le devo dire che ho bevuto il vostro prosecco con i me amigh in-t-‘na sén’na a baze ‘d pèss e l’è stè un sucés. Mi ha risposto che anche a lei, il pesce, piacerebbe molto ma siccome ad Alberto non piace lo mangia raramente. Io ho commentato:
  • A gh ’ piäz miga al pèss? Mo sala che par ‘na coza compagna la podriss dman- där aldivorsi? E lei:
  • Sa fiss par coll lì a gh’é mäl che ‘l pèss, a gh’ariss ‘na lista lónga acsì!

 

 

CRONACA DI UNA SERATA PARMIGIANA (pezzo l’ho scritto in dialetto perché possa servire da esercizio di lettura).

 

Le premesse c’erano tutte; ‘na séde storica, La Giovane Italia, ‘na compagnia ‘d génta ch’a vól bén ala nostra citè e al so tradisjón e tutti, a ‘na manéra o l’ältra, i s ’ dan da far par valorizärja. Anca al menù l’éra a l’altèssa. Antipast e tórdè d’arbètta consè cme va sécond la régola ch’la diz: tgniss sénsa vansàj, foghè in-t-al butér e sughè cól formàj. In quel clima parmigian-proletario èmma viazè a lanbrussch par tgnir zgurè al canaluss. Po di ganasén da sbarlecäros i did e, par bombón, ‘na tórta con marmläda ‘dbruggni suchéli. Cme l’éra logich i discórsj éron suj nostor témp. Alóra a gnäva fóra dilj esperiénsi äd s ’santani fa e pasa.

 Dopoguerra

P’r ezémpi di témp ‘d cuand in-t-il ca a gh’éra sól che un césso par tutt la ca con tutt coll ch’a comportäva. Parpigrisja, specialmént i ragas, i lafävon dent’r a ‘n giornäl acsì, al spasén ‘dbórogh diMinè, l’arcmandäva sémpor:

  • donni a vój al rud nètt. (cioè sensa fagot inbotì) Esperjénsi äd cuand a sgh’äva do camizi soltànt e gh’éra al ditt ‘vunna adòs e cl’ältra alfos’. Un’ältra batuda l’éra: Sjora indò él so mari? L’é a lét parchè gh’ò lavè ‘l bräghi.

 La frutta

A s ’ parläva ‘d cuand il mami in gh’ävon miga i sold par comprär la fruta e alóra nuätor ragas a s’andäva a robärla in-t-i camp cuand ancòrra l’éra zärba sibén che i s’arcmandävon ‘d magnärla miga parchè ‘véna al tifo’. Inveci al tifo al gnäva aj paizàn chi vdèvon il pianti scargädi. Il pianti ‘d mór (gelsi) i s ’ fävon góla bombén e cuand a ja catävon, s’a s’éron in-t-un bél ciop ‘d ragas, cuand gnävon zo i parävon zlädi.

 I giochi

Èmma parlè di nostor zógh: sinalcol, figurén’ni, al gerlo e i cararmè fat coj rochètt e chi gnävon fat andär dala forsa ‘d n’élastigh. Miclot l’à contè ch’ al tiräva fóra äd j anéj dala marolla ‘d persogh sfregäda sóra aj sas zgaruflóz. Mo j éron anèj miga par lu che za alóra al gh’äva di did che parävon fat con di manogh da scòvva. A gh ’ sariss volsù di persogh gros cme di mlón. In-t-i nostor discórs Maletti l’éra tajè fóra. L ’éra trop giovvon a chi témp là. Cuand però è s’è parlè di carètt ‘d lèggn con cuator ródi fati coj cuscinètt a sféra l’à podù dir la sòvva parchè al stäva ‘d ca ataca ala ditta Poldi ch’al vendäva i cuscinètt e lu al gh’äva la manéra d’averghja sénsa tribulär. Béla forsa, tutt i pit j én bón! Nuätor inveci andävon a zlimoznär daj mecanich da machina, mo era miga tant facil averghja.

 Dirige Michelotti

Dal libbor “Dirige Michelotti da Parma ”, äd Claudio Rinäldi, a sävon che Al­berto al conosäva di parsonagg’ dal calibro ‘d Cesare Zavattini, Gianni Brera, l’avocät Barbè e ‘d j ätor ancòrra chi l’àn jutè bombèn in-t-al so lavór spe- cialmént in-t-il relasjón da arbitro. Alóra a l’ò provochè sicur d’averogh ‘na risposta colorida. A gh’ò ditt:

  • Alberto cme mäi génta acsì importanta i frecuentävon un capanón cme ti? La provocasjón la gh’à vu sucés e la risposta l’é städa:
  • Alóra t ’ al spiégh mi. Parchè j àn capì che coll capanón chi, l’é ‘na bräva par- són’na e onèsta. Ät capì? Parchè me mädra la m’à insgnè: educasjón, rispét, onestè, coràg’e n ’ésor invidióz ädnisón, vala bèni? Va mo là! E chi j amigh lì, i m’àn miga dè ätor che ‘na man, i m’àn dè un bras. La so risposta la m’à fat gnir in mént l’oservasjón ‘dla me botgära che ‘despèss la védda dil mami che fan miga oservasjón cuand i putén i s ’ comporton mäl e la m’à ditt: – Me mädra l’éra ‘na donna ‘d sarvissi mo la m’à insgnè l’educasjón. Adés, j én tutti profe- sorèssi e i putén j én pu mälduchè.

 I vecchi amici

Durant la sén’na èmma ricordè amigh e parsonagg ’ cme, prezempi, Vitorio Botti ch’l’é stè di primm a insgnär al djalett in-t-il scóli. Alberto l’à ricordè al famóz don Dagnén, al prét ch’al l’à spozè. E ch’l’äva comentè, da finto burbero:

  • Dónca ragas, chi l’é ‘l masim. A m ’ tòcca ‘dspozär la fjóla d’un comunista! Alberto al continva:
  • Mi són mäi stè un pretón mo cuand a t ’catäv cla génta lì… don Dagnén, don Lambartén …gh’éra d’averogh stìmma. Ala fén ‘dla seräda Trapelli al s’à re galè ‘na masima di saggia ironia äd so non: Ragas, è méj ot óri in compagnia che un’ óra ‘d lavór.

 

Il poeta Fausto Bertozzi ha scritto queste rime che riflettono tutta l’ammirazione che ha per Alberto, oltretorrentino autentico come lui.

 La ricéta

Äd forsa: cme gh’n’à un mur ädla Nonsiäda.

Dal cór: tant morbid cme ‘l fuss fat ‘d pién.

Corag’: äd coll spontè in-t-‘na baricäda.

Po, ‘na spriciadén’na ‘d sciumma cme gh’à al nostor vén.

Cata po su i pu béj ‘d tutt i fjór egh ’ gh’é da San Fransèssch aj du Pavlot,

po armess’cia, cuata tutt cme ‘n alvadór e t’gh’è l’impast drovè par fär Miclot.

Si ringrazia Achille mezzadri che ci ha concesso di inserire questo pezzo ricavato dal suo PRAMZANBLOG

cliccare Michelotti

Alberto Michelotti

 

Ho conosciuto Alberto Michelotti, classe 1930, quasi 50 anni fa, quando con la tuta unta di olio veniva alla FRO, dove io lavoravo, ad acquistare le bombole di ossigeno e acetilene per la sua officina meccanica per camion. Era sempre di buon umore e gentile anche quando c’era da aspettare. L’ho incontrato di nuovo alcuni anni fa in Famija Pramzàna. Non era cambiato per nulla ed entrai subito in sintonia. Credo ci accomunassero, oltre l’amore per il nostro dialetto e la nostra città, anche le nostre origini modeste che non ci avevano cambiato anche quando le cose girarono molto meglio.

 

Bocconi e Cocconi

Michelotti, chiamato all’Università di Parma a parlare di sport, raccontando il suo percorso, spiegava che aveva frequentato la scuola Cocconi. Un professore, che non aveva capito bene, sorpreso e incuriosito, gli chiese:

  • Michelotti, lei ha studiato alla Bocconi?
  • No professore, ho studiato alla Cocconi e sémpor con al cuciär in sacosa par la refesjón e con ‘na scudéla d’luminjo magioräda. Spiegò anche che quando l’addetto alla distribuzione diceva:
  • Ragazzi, chi ne vuole ancora alzi la mano, mi cominciäva a magnär con un bras alvè.

 

Palazzi e panini

Anni settanta. Presidente del comitato di tappa del Giro d’Italia era Alberto Mi­chelotti. Riunione nell’Aula Consiliare del Comune per la tappa Parma-La Spezia.

In una pausa, Michelotti stava mangiando un panino. Uno gli fece osservazione:

  • Alberto, mangiare un panino in una sala così importante e magari zbrizlär tutt par téra an ’sta miga tant bén… E Michelotti:
  • Chi déntor j’àn magnè dipalas, podroja mi, magnar unpanén?

 

Pesce e prosecco

Ero stato a casa sua per prendere un documento che mi interessava e, in quella circostanza, mi avevano offerto un bicchiere di prosecco. Vedendo quanto lo gradivo, la moglie me ne aveva regalato una bottiglia. Giorni dopo, quando sono tornato per rendere il documento dissi alla signora Laura:

  • Signora le devo dire che ho bevuto il vostro prosecco con i me amigh in-t-‘na sén’na a baze ‘d pèss e l’è stè un sucés. Mi ha risposto che anche a lei, il pesce, piacerebbe molto ma siccome ad Alberto non piace lo mangia raramente. Io ho commentato:
  • A gh ’ piäz miga al pèss? Mo sala che par ‘na coza compagna la podriss dman- där aldivorsi? E lei:
  • Sa fiss par coll lì a gh’é mäl che ‘l pèss, a gh’ariss ‘na lista lónga acsì!

 

 

CRONACA DI UNA SERATA PARMIGIANA

 

(Questo pezzo l’ho scritto in dialetto perché possa servire da esercizio di lettura).

Le premesse c’erano tutte; ‘na séde storica, La Giovane Italia, ‘na compagnia ‘d génta ch’a vól bén ala nostra citè e al so tradisjón e tutti, a ‘na manéra o l’ältra, i s ’ dan da far par valorizärja.

Anca al menù l’éra a l’altèssa. Antipast e tórdè d’arbètta consè cme va sécond la régola ch’la diz: tgniss sénsa vansàj, foghè in-t-al butér e sughè cól formàj. In quel clima parmigian-proletario èmma viazè a lanbrussch par tgnir zgurè al canaluss. Po di ganasén da sbarlecäros i did e, par bombón, ‘na tórta con marmläda ‘dbruggni suchéli. Cme l’éra logich i discórsj éron suj nostor témp. Alóra a gnäva fóra dilj esperiénsi äd s ’santani fa e pasa.

 

Dopoguerra

P’r ezémpi di témp ‘d cuand in-t-il ca a gh’éra sól che un césso par tutt la ca con tutt coll ch’a comportäva. Parpigrisja, specialmént i ragas, i lafävon dent’r a ‘n giornäl acsì, al spasén ‘dbórogh diMinè, l’arcmandäva sémpor:

  • donni a vój al rud nètt. (cioè sensa fagot inbotì) Esperjénsi äd cuand a sgh’äva do camizi soltànt e gh’éra al ditt ‘vunna adòs e cl’ältra alfos’. Un’ältra batuda l’éra: Sjora indò él so mari? L’é a lét parchè gh’ò lavè ‘l bräghi.

 

La frutta

A s ’ parläva ‘d cuand il mami in gh’ävon miga i sold par comprär la fruta e alóra nuätor ragas a s’andäva a robärla in-t-i camp cuand ancòrra l’éra zärba sibén che i s’arcmandävon ‘d magnärla miga parchè ‘véna al tifo’. Inveci al tifo al gnäva aj paizàn chi vdèvon il pianti scargädi. Il pianti ‘d mór (gelsi) i s ’ fävon góla bombén e cuand a ja catävon, s’a s’éron in-t-un bél ciop ‘d ragas, cuand gnävon zo i parävon zlädi.

 

I giochi

Èmma parlè di nostor zógh: sinalcol, figurén’ni, al gerlo e i cararmè fat coj rochètt e chi gnävon fat andär dala forsa ‘d n’élastigh. Miclot l’à contè ch’ al tiräva fóra äd j anéj dala marolla ‘d persogh sfregäda sóra aj sas zgaruflóz. Mo j éron anèj miga par lu che za alóra al gh’äva di did che parävon fat con di manogh da scòvva. A gh ’ sariss volsù di persogh gros cme di mlón. In-t-i nostor discórs Maletti l’éra tajè fóra. L ’éra trop giovvon a chi témp là. Cuand però è s’è parlè di carètt ‘d lèggn con cuator ródi fati coj cuscinètt a sféra l’à podù dir la sòvva parchè al stäva ‘d ca ataca ala ditta Poldi ch’al vendäva i cuscinètt e lu al gh’äva la manéra d’averghja sénsa tribulär. Béla forsa, tutt i pit j én bón! Nuätor inveci andävon a zlimoznär daj mecanich da machina, mo era miga tant facil averghja.

 

Dirige Michelotti

Dal libbor “Dirige Michelotti da Parma ”, äd Claudio Rinäldi, a sävon che Al­berto al conosäva di parsonagg’ dal calibro ‘d Cesare Zavattini, Gianni Brera, l’avocät Barbè e ‘d j ätor ancòrra chi l’àn jutè bombèn in-t-al so lavór spe- cialmént in-t-il relasjón da arbitro. Alóra a l’ò provochè sicur d’averogh ‘na risposta colorida. A gh’ò ditt:

  • Alberto cme mäi génta acsì importanta i frecuentävon un capanón cme ti? La provocasjón la gh’à vu sucés e la risposta l’é städa:
  • Alóra t ’ al spiégh mi. Parchè j àn capì che coll capanón chi, l’é ‘na bräva par- són’na e onèsta. Ät capì? Parchè me mädra la m’à insgnè: educasjón, rispét, onestè, coràg’e n ’ésor invidióz ädnisón, vala bèni? Va mo là! E chi j amigh lì, i m’àn miga dè ätor che ‘na man, i m’àn dè un bras. La so risposta la m’à fat gnir in mént l’oservasjón ‘dla me botgära che ‘despèss la védda dil mami che fan miga oservasjón cuand i putén i s ’ comporton mäl e la m’à ditt: – Me mädra l’éra ‘na donna ‘d sarvissi mo la m’à insgnè l’educasjón. Adés, j én tutti profe- sorèssi e i putén j én pu mälduchè.

 

I vecchi amici

Durant la sén’na èmma ricordè amigh e parsonagg ’ cme, prezempi, Vitorio Botti ch’l’é stè di primm a insgnär al djalett in-t-il scóli. Alberto l’à ricordè al famóz don Dagnén, al prét ch’al l’à spozè. E ch’l’äva comentè, da finto burbero:

  • Dónca ragas, chi l’é ‘l masim. A m ’ tòcca ‘dspozär la fjóla d’un comunista! Alberto al continva:
  • Mi són mäi stè un pretón mo cuand a t ’catäv cla génta lì… don Dagnén, don Lambartén …gh’éra d’averogh stìmma. Ala fén ‘dla seräda Trapelli al s’à re galè ‘na masima di saggia ironia äd so non:

Ragas, è méj ot óri in compagnia che un’ óra ‘d lavór.

 

Il poeta Fausto Bertozzi ha scritto queste rime che riflettono tutta l’ammirazione che ha per Alberto, oltretorrentino autentico come lui.

 

La ricéta

Äd forsa: cme gh’n’à un mur ädla Nonsiäda.

Dal cór: tant morbid cme ‘l fuss fat ‘d pién.

Corag’: äd coll spontè in-t-‘na baricäda.

Po, ‘na spriciadén’na ‘d sciumma cme gh’à al nostor vén.

Cata po su i pu béj ‘d tutt i fjór egh ’ gh’é da San Fransèssch aj du Pavlot,

po armess’cia, cuata tutt cme ‘n alvadór e t’gh’è l’impast drovè par fär Miclot.

 

 

Bruno Dodi

 

 

festa per saluto ad un pensionato con immancabile lettura delle rime dedicate al festeggiatom dall’ing. Bertozzi. 

Si era negli anni ’80, ’90 e si stava festeggiando un pensionato e l’immancabile malinconia veniva combattuta dalle battute di Bruno Dodi, amico carissimo da alcuni anni non più tra noi) che non si sottraeva al botta e risposta con i colleghi che lo provocavano a bella posta. Salutatolo con calore gli chiesi: “Bruno parchè sit andè in pensjón ch’a t’ sér ancorra giovvon ? “Parchè i m’ àn ditt che ala Vilètta i fan la ruga !” (la ruga è la perquisizione)

Un altro vecchio amico gli dice: “Bruno la t’fa bén la pensjón, a t’gh’è un bél colór. – E lui:“Adésa gh’ò ‘l témp äd därogh do man”. L’amico insiste: “E par via dal par via, cme vala?”- “Gnanca pu col lorètt”.

Un collega rideva e Bruno lo rimbeccò: “A t’pól vansär äd riddor tant; a ca tòvva l’é un pés ch’a s’canta “Beati morti”. Ti a t’pól recitär dabón la preghiera dal pensionè!” – “Cme éla ?”, gli chiesi. “A t’ringrasi al me Signór ch’a t’m’è castrè sénsa dolór”.

C’è chi lo stuzzica alludendo alle sue origini: “Bruno, è vera che al Castlètt a magnävov il pónghi ?”- (il ponghi sono le pantegane) “No, parchè a gh’ séron afesionè; a s’ gnäva su ragas insèmma”.

Ormai lanciato sui vecchi tempi continua: “Mi stäva in-t-‘na béla ca, diviza bén. Gh’éra cambra e cuzén’na, granär e cantén’na, tutt in-t-‘na stansa!” A uno che rideva più degli altri, Bruno disse: “Sta miga riddor tant ti, ch’a t’stäv in-t-‘na ca cón ‘na scäla acsì dirocäda che pr’andär su dritt, a gh’ vräva vón sop. L’éra ‘na ca tanta sporca che j inquilén i s’pulivon i pe a ‘ndär fóra”.

Bruno non si vergogna a parlare della miseria dei suoi tempi: “In ca mèjja l’andäva tant mäl e séron tant mizerabil, che cuand sèmma dvintè povrètt, èmma fat fésta”. E continua: “A gh’é äd cojj ch’i gh’ lason dil villi; a mi, i m’àn lasè la bronchite parchè a gh’äva sémpor fama e a forsi ‘d révor, inutilmént, i sportél äd la cardénsa par vèddor sa gh’éra cuél da magnär, ò ciapè tant cólp d’aria ch’a m’ són malè ‘d brónch”. E l’é stè in coll perìod lì ch’ j ò imparè a fär al mago – Al mago? Chiede qualcuno. “Sì, parchè cuand andäva in ca’ a dmandär s’a gh’éra cuél da magnär, me mädra la me dzeva sempor:”sparissa !”

Sempre parlando dei suoi tempi, continua: “I dizon che a magnär la suppa a vena i carcagn gros. Mi dovriss averogh du pe cme do psighi äd dolegh !”. (“Carcagn” sono i calcagni e “psighi àd dolegh” sono le vesciche di maiale dentro cui si conservava lo strutto). “Mi da ragas dvintäva mat par la paton’na parché äva mäi sintì al stracot e, dal parsutt, j ò sémpor visst sól che l’os. A s’ éra cme i gat che ‘l salam i n’al conoson miga e i pénson ch’al sia fat sól äd péla. Meno male che po’ è rivè ‘l “Musichiere. (Il “Musichiere” era un bottegaio che doveva il suo nomignolo al fatto che, in Ghiaia, vendeva, a metà prezzo, il prosciutto che “suonava” nel senso che puzzava per un inizio di deterioramento. Non era un “puzzare” sgradevole e c’erano persone che addirittura lo preferivano a quello normale).

Bruno chiude l’argomento dei tempi della miseria con una considerazione ineccepibile. “Adesa i ragas i dmandon: ma, co gh’è da sén’na? Mo nuätor a dmandevon: ma, stasira gh’éla la sén’na? Sät co digh sémpor mi? Che coj chi dizon che “l’appetito vien mangiando” i dovrisson provär che aptit a vén a magnär miga!”

Parlando di lavoro Bruno spiegava che non ci teneva ad andare in trasferta e vecchio collega lo punzecchio: “ Dì la vritè. Ti a t’ vräv miga andär via parchè a t’ gh’äv paura chi ’t fison i coron ». Dodi rispose per le rime: « Certo ch’at gh’äv meno paura ti. At gh’è ’na mojéra tanta brutta che, s’a t’ la piant in-t-l’ort, a ne gh’ rampa su gnan i fazó! ».

In occasione delle cene aziendali cercavo sempre di andare al suo tavolo perché le battute non mancavano. Come, ad esempio, si avvicinò al nostro tavolo un collega che, indicando una bottiglia chiese: «Él férom coll vén lì?» «Si, l’é férom parchè dedchì al ne s’móva miga!» Ad un altro che si vantava, ‘sbragando’, di avere un’auto che, seppure fosse vecchia, era eccezionale, Bruno disse: «L’é béla ch’la machina li. Sól che si seron la fabrica dal zingol a t’cat pu nisón ch’a la giusta!” Gli feci notare che i suoi capelli, in pochi anni, erano diventati molto bianchi. Mi dette questa spiegazione: “I cavì bianch i fan cme la néva. Si fan tant a ciäper a nin ven ‘na cotäda!”. (Cotäda deriva da  cuatäda che, a sua volta, deriva da coperta; significa grande quantità di neve).

Ci spiegava che aveva smesso di fumare e io gli chiesi se avesse faticato molto. Rispose: Ò tribulè meno a zmèttor col dònni. ‘Na volta a m’ preocupäva quand i me dzävon äd no. Adés sarìss preocupè si me dzison äd sì”. Era solo una battuta perché Bruno cercava più la buona tavola che altre cose. Infatti, commentando i pettegolezzi relativi ai “divi” e continuamente riportati dai giornali disse: “I dizon che ‘l täl artista è virile. Mi a son virile, l’é quarant’an ch’a vagh con me mojera”. L’ho incontrato di recente e lo invitai al bar: “Tót al cafè, Bruno? – “Mo sì, l’ò tot dil volti ch’a n’äva meno voja che adés” (ma si, l’ho preso altre volte che ne avevo meno voglia di adesso).

Io scelsi una coca che il barista mi servì con la classica fetta d’arancio nel bicchiere. La cosa mi suggerì di chiedergli: “Bruno, da ragas magnävot j arans?” (le arance). “L’unicch “arans” ch’a conosäva l’era l’arans dal gras” (dove “l’arans” era il “rancido” del lardo). Chiesi allora: “E la “settimana bianca”, la fävot? “Si, dal molinär a zbalotär di sach ‘ farén’na!”

DARIO PATERLINI

Davanti all’osteria di Bruno il Sordo – Dario è il secondo da destra

Nella mia vita ho conosciuto parecchie persone simpatiche. Tra queste, secondo a nessuno, Dario Paterlini. Dario, amico e generosocome pochi, è scomparso da qualche anno. Abitava in via Bixio e visse la sua infanzia in quei borghi dell’Oltretorrente dei quali respirò l’aria, assorbì gli umori, i pregi, i difetti e la migliore verve dividendo con la sua gente la miseria che in quei tempi era molto grande. Amava dire: “O pran ridù int la vìtta … e magnè poch”. Sensibile ai problemi sociali è stato, per 17 anni, milite della Pubblica Assistenza. Amante della musica, del bel canto e della lirica in particolare, fu corista della Verdi per diversi anni. Richén Balzarini, suo vecchio amico e pure lui corista, ricordando la sua giovialità, mi diceva: “In coräla, quand an gh’ era miga Dario, l’ era ‘na coza dispra”. (mancava qualcosa). Dario sapeva descrivere i “suoi tempi” con un dialetto piacevolissimo e con immagini efficaci e pittoresche: “Cuand a s’ pärla ‘d Pärma vecia am grat ancòrra!”. Diceva per spiegare che ebbe, come tutti allora, i pidocchi. E continua….cliccare per il seguito

DARIO PATERLINI

Guglielmo Capacchi

Guglielmo Capacchi

 

Di recente, alla camera di Commercio di Parma, si è tenuto, a cura della Comunità delle Valli dei Cavalieri, un convegno per ricordare vita e opere del  professor Guglielmo Capacchi, una persona speciale, come scriveva Pier Paolo Mendogni, che ha dato molto alla nostra città coltivando, parallelamente alla sua attività di docente universitario, con rara intelligenza e con grande serietà, il dialetto e, nel senso più ampio, la storia di Parma e non soltanto, diventando l’esperto più qualificato in questa materia che ha nutrito le nostre radici.

Ognuno dei vari interventi ha evidenziato un aspetto particolare dei tanti ambiti di interesse del professore. Giuseppe Marchetti, che ha condotto il pomeriggio, da vecchio amico del professore, ha esordito dicendo che Capacchi va studiato da diversi punti di vista: professore, libraio, profondo conoscitore del dialetto e delle tradizioni popolari e amico delle persone appassionate come lui che accoglieva nella bottega della moglie in borgo Giacomo Tommasini. Bottega che era, ed è tutt’ora, ritrovo per chi ama l’idea dei libri. Una sorta di caffè letterario come quelli di un tempo.

La vita

Guglielmo Capacchi è nato in Borgo Torto nel 1931. Il padre Erminio che aveva bottega di barbiere in via Cavour gli trasmise la passione per i libri  e voleva che imparasse sia il dialetto che l’italiano. Finita la guerra Guglielmo, che era sfollato a Giarale di Marzolara, torna in città, studia al Romagnosi e lingue a Bologna dove diventa professore di Lingua e Letteratura Ungherese.  A Bologna dà avvio all’insegnamento di Filologia Ugro-finnica e getta le basi per quella che diventerà la Scuola Permanente di Studi sullo Sciamanismo. Parla correntemente ungherese, inglese, spagnolo e esperanto, di cui fu anche insegnante e grande sostenitore, e se la cava anche con lo swahili. Diventa ungarologo per una combinazione fortuita ma poi vi si dedica senza risparmiarsi. Per questo, Matteo Montan, nel suo libro La città a parole, con felice espressione, lo definisce “un ungherese del sasso”. Muore a Parma il 7 ottobre 2005.

Docente universitario

Carla Corradi Musi, sua excollega, ha trattato la docenza e le opere di Guglielmo Capacchi ungarologo che si prodigò per far conoscere la cultura ungherese e ugrofinnica in generale, pubblicando una grammatica e numerosi saggi letterari e linguistico-antropologici. Fu anche ottimo traduttore di poesie e di testi teatrali.

Scrittore ed editore

Maurizio Silva ha raccontato della lunga collaborazione che ebbero. I principali titoli di argomento locale rendono l’idea della mole di studi e di ricerche che egli ha fatto su storia, arte, dialetto e tradizioni. È del ’68 la pubblicazione di Proverbi e modi di dire parmigiani cui seguì Sapa e badil. Altri proverbi e modi di dire parmigiani .Vengono poi I Castelli parmigiani, La cucina popolare parmigiana, Che lavór, sjor Gibartén. Piccole storie di modi di dire parmigiani, Oh, l’è chì al formaj bón! Altre piccole storie di modi di dire parmigiani. Come storico e consulente editoriale curò la pubblicazione di testi come L’arte dell’incisione a Parma, Viaggio ai monti di Parma, La féra ‘d San Giuzép, La Zecca di Parma, La storia di Bardi, Il declino di un Ducato, Le osterie parmigiane, Feste e spettacoli alla corte dei Farnese.

Il Dizionario Italiano-Parmigiano

Silva, parlando del famoso e atteso dizionario Italiano-Parmigiano, ha spiegato che fu molto impegnativa per entrambi perché Capacchi lavorava con schede che continuamente aggiornava. Purtroppo, non avendo ottenuto nessun aiuto dalle Istituzioni, egli chiese al professore di attendere prima di dare alle stampe il dizionario Parmigiano-Italiano. Quando risultò chiaro che si poteva procedere era troppo tardi. Seri problemi familiari lo fecero desistere.

A proposito del dizionario, posso dire  che, quando nel 1992 uscì, per noi di “Parma Nostra” diventò subito il Vangelo e veniva, e viene tutt’ora, sempre consultato. Il dizionario, a mio giudizio, è anche qualcosa di più talmente è ricco di citazioni. Infatti non si limita ad indicare i termini dialettali più comuni corrispondenti alla voce italiana ma elenca, in molti casi, tantissimi e curiosi sinonimi che, ai meno giovani, spesso suonano ancora familiari. Riporta anche parecchie espressioni idiomatiche che essendo scritte in modo completo e per esteso contengono preziose indicazioni su come si costruiscono le frasi con relative congiunzioni, apostrofi, accenti ed elisioni. Dal punto di vista della grafia, quello che ho imparato, l’ho imparato soprattutto sfogliando gli esempi del dizionario. In seguito, quando nel 2000 ho pubblicato il mio terzo libro, Pärma e Brazil, non ho più disturbato il professore che mi aveva usato la gentilezza di correggere la parte dialettale del mio secondo, Riz e Vérzi, ma ho potuto fare da solo con il solo sussidio del suo dizionario. Il professore aveva  una grande disponibilità, ad aiutare chi scrive in dialetto. Lo ha fatto per Fausto Bertozzi, Gianpiero Caffarra, Enrico Maletti e sicuramente altri ancora.

Uomo di cultura

Marzio Dall’Acqua, ex direttore del nostro Archivio di Stato, ha raccontato che arrivato a Parma, provenendo da Mantova, della nostra città non conosceva molto per cui gli fu molto preziosa la collaborazione con Capacchi che diventò per lui un punto di riferimento. La sua vasta cultura gli fu preziosa in diverse occasioni. Li univa il comune interesse per la cultura popolare. Secondo Dall’Acqua il problema vero era, all’epoca, quello di salvare la cultura popolare intanto che era possibile. La cultura orale di un mondo che sarebbe scomparso con i parlanti. Ha spiegato che un resto archeologico sotterrato, se lo è stato per  1000 anni, lo può stare ancora, ma il dialetto, la parola che sfugge, che muore con la persona che la pronuncia, questo no. Il lavoro sul dialetto, sulle tradizioni e sugli usi popolari che, in quel momento, poteva esser fatto solo da una persona di grande intelligenza e di grande sensibilità, Capacchi lo ha fatto e le sue pubblicazioni sono un tesoro che è stato salvato.

Gianluca Bottazzi, parlando dell’uomo Capacchi, studioso di storia del territorio, ha detto che salendo i tre gradini di borgo Giacomo, dal professore, ha sempre ricevuto, tali e tante erano le sue conoscenze e notevole la  sua capacità di dialogare e di dare indicazioni.  Il professore spiegava volentieri, allo studioso che incontrava in quel momento, gli aspetti che hanno caratterizzato le sue pubblicazioni e sempre con un tratto bonario che lo fa rimpiangere maggiormente.

La “Fondazione Borri” ha voluto essere presente ad una manifestazione che rendeva omaggio ad un protagonista importante della nostra cultura perché, spiegava  Mariacaterina Siliprandi, la cultura ci aiuta a vivere meglio. Omaggio a Capacchi uomo di cultura lo ha inviato anche, da Amsterdam, il Duca Carlo Saverio di Borbone Parma, che ha ricordato come anche suo padre apprezzasse il professore tanto da conferirgli il cavalierato dell’Ordine Costantiniano di San Giorgio e quello sotto il titolo di San Lodovico.

La Comunità delle Valli dei Cavalieri

Il territorio della Valle dei Cavalieri, che più propriamente andrebbero chiamate Valli, è costituito dal sistema orografico appenninico dei corsi dell’Enza e della Cedra, dove gli antichi borghi fortificati che occupavano posizioni strategiche e dominavano le linee ottiche di queste zone, costituivano un sistema poligonale di difesa dimostratosi nel tempo quasi inespugnabile. Gli antichi borghi erano: Castagneto, Lalatta, Montedello, Palanzano, Pieve, Ranzano, Succiso e Vairo.

Francesca Scala, parlando a nome dei soci della “Comunità delle Valli dei Cavalieri”, organizzatrice dell’evento, ha spiegato che il convegno era un riconoscimento dovuto al professore che è stato uno dei fondatori dell’associazione portandovi entusiasmo e il seme della ricerca. Ha spiegato che le finalità della Comunità sono: mantenere “viva” nella memoria le Valli (cercare di diffondere documenti di ogni tipo; lettere, iscrizioni, storie di personaggi, apporti orali, preghiere, proverbi, locuzioni); offrire “tessere”, seppure modestissime, al mosaico della storia; favorire legami di collaborazione fra i soci e di affetto fra le montagne e chi si è allontanato; lasciare agli abitanti la consapevolezza di possedere un patrimonio culturale che deve essere protetto. Sullo stesso argomento, Giancarlo Bodria ha sottolineato quanto l’associazione sia importante per la ricaduta culturale sul territorio. Territorio, quello di Palanzano, Monchio e Ramiseto, che il professore, che pure era nato in borgo Torto, amava moltissimo essendo la zona di origine della sua famiglia. Bodria ha illustrato con dovizia di particolari il non facile percorso che ha permesso di raggiungere il prestigioso risultato. L’idea della Comunità è nata nel ’71 e la sua realizzazione si deve ad un gruppo di studiosi a far parte del quale venne invitato anche il professor Capacchi che si spese con generosità. Quanto mai preziose si rivelarono le sue conoscenze di araldica ma soprattutto quelle storiografiche relative a quelle valli che conosceva non meno a fondo di chi le abitava. Lo stesso vale per la redazione dei 29 annuari pubblicati, ad oggi, nei 42 anni di vita della Comunità. Giorgio Maggiali, sindaco di Palanzano, ha espresso la gratitudine della sua gente per il professore che ha collaborato con forza, competenza e trasporto verso le montagne alla nascita dell’associazione.

Etnografo

Carlotta Capacchi ha ricordato che circa 40 anni fa, a Monchio, in occasione di un funerale, il papà Guglielmo, ebbe occasione di sentire I Cantor ‘d Monc’eseguire alcuni canti sacri. Fu amore a prima vista. Ascoltandoli ebbe la percezione di trovarsi di fronte qualcosa di diverso da quanto aveva udito fino ad allora. Cantavano il Miserere, le litanie, il Magnificat e il Dies Irae. Non dette pace ai cantori fintanto che non riuscì a trascrivere e registrare.  Consegnò l’incisione  a Roberto Leidi titolare della cattedra etnomusicologia a Bologna che, a sua volta, la inviò ad un convegno internazionale di musiche popolari. L’ascolto lasciò tutti senza parole. Il verdetto fu unanime; la musica sacra di Monchio è un caso unico. I cantori  vennero invitati ad esibirsi alla Piccola Scala di Milano. I testi furono recepiti nel libro di Marcello Conati I canti popolari della Val d’Enza e della Val Cedra che si avvalse della collaborazione del professore.

Il coro di cantór ‘d Monc

Giacono Rozzi, a nome dei coristi,  ha esordito dicendo:”Noi cantiamo “a orèccia”, non c’è nessun maestro, nessuno che ci guida e nessuno che ha dimestichezza con la musica”Il coro propone un repertorio di canti sacri in latino, che da secoli la tradizione orale ha tramandato di generazione in generazione. Quando c’è  bisogno va, di loro, chi è disponibile. Parlando del Dies Irae, il loro pezzo forte che Capacchi tanto amava da essere scherzosamente chiamato “il professor Dies Irae”, ha spiegato che ha due versioni che Capacchi, con ironia, li aveva denominati il Dies Irae di sjor e il Dies Irae di povrètt perché uno ha una melodia solenne e l’altra più semplice. Anche il Magnificat ha una versione solenne che si canta nelle feste della Madonna e nei Vespri. Rozzi, concludendo la presentazione del gruppo, ha detto: “Per il professore, questi canti erano una delizia. Noi glieli dedichiamo sperando che da lassù ci senta e possa godere con noi questa bella serata. Ancora grazie professore!”

Capacchi studente

E’ toccato ad alcuni suoi vecchi compagni di scuola, Gianpaolo Minardi, Giorgio Orlandini e Fabio Fabbri dare un interessante contributo alla conoscenza del professore studente al Romagnosi negli anni ’40. Ne è scaturito il ritratto di un Capacchi poliedrico; aveva, già allora, autorevolezza. Sapeva l’inglese quando in pochi, all’epoca, lo conoscevano. Leggeva molto ed era già colto aiutato anche da una robusta memoria. Aveva molti interessi; musica, pittura, cinema, teatro e una grande curiosità. Aveva uno spiccato senso dell’umorismo che contrastava con il suo vestire sempre di scuro e l’espressione seriosa. Ad esempio, parafrasando Eisentein, con i suoi compagni di scuola, girò il film Tchapamowskij corriere dello Zar (ovviamente da leggersi, alla russa, Ciapamoschi), di cui era animatore e sceneggiatore, girato sulle rive della Baganza. Era tale il suo ascendente sui compagni che riuscì a convincerli a studiare l’Esperanto e a coinvolgerli nell’avventura di rimettere in piedi il giornale “L’uomo libero”. Baldassarre Molossi e Pier Maria Paoletti ci mettevano la firma ma l’autore era soprattutto lui. Fabbri, a nome suo e degli amici, ma vorrei aggiungere anche a nome di tutti i parmigiani, ha concluso dicendo che il Comune di Parma e di Palanzano avrebbero il dovere di dedicargli una via o una piazza perché è stato un grande rappresentante delle valli, un grande parmigiano e un grande italiano.

CANTOR

Cacciani Ettorina

 

Medaglioni femminili del ‘900 a Parma

Ettorina Cacciani

Intervista di Enzo Terenzani (2002)

 

Protagonista incontrastata (e probabilmente insuperabile) del Teatro dialettale parmigiano, di Ettorina Cacciani si è parlato di recente in relazione alla sua de­cisione di abbandonare il pal­coscenico. Il suo percorso artistico, ini­ziato nell’ormai lontano 1957, coincide con gli anni migliori del nostro Teatro in cui, pur in presenza di tanti ottimi artisti, la Cacciani riesce a brillare di luce propria e a regalare, a noi tutti, il fascino delle sue irripetibili in­terpretazioni. Nata a Vigatto, ha vissuto a Felino fino al compimento del 20° compleanno allorché Elena Balestrazzi pure artista di rango, la in­duce ad entrare a far parte della Compagnia di Mainardi.

Contemporaneamente debutta come corista – mezzo soprano nella Scuola di canto diretta da Barsanti, esibendosi in concerti li­rici. Nel 1958 la Compagnia di Mainardi si scioglie: alcuni attori dialettali (Frigeri, Azzi, Varesi) costituiscono la Compagnia Alber­to Montacchini a cui aderiscono anche Bruno Lanfranchi e Giordana Pagliari, iniziando a rappresentare diversi testi dialettali anche fuori provincia. La Compagnia cessa l’attività nel 1971 e la Cacciani, insieme a Lanfranchi e Frigeri (solo in un secondo tempo entrano a farvi par­te anche Bellanova, Lodi e la Pagliari) aderisce alla Compagnia della Famia Pramzana. La Cacciani è, per ben 17 anni, attiva protagonista di una in­tensa attività: lei, nata in campagna ove il dialetto era, naturalmente, arioso, si dedica allo studio fonetico ed espressivo del vernacolo cittadino: si confronta continuamente coi compagni d’arte fino a raggiungere una perfezione linguistica tale da identificarla come autorevole attrice dialettale del nostro Teatro.

La Cacciani aveva nel frattempo sposato l’indimenticabile Bru­no Lanfranchi (figlio d’arte cresciuto alla scuola dell’eccellente ar­tista Paride, suo padre), costituendo così una ancor più affiatata e completa coppia artistica. Bruno però si ammala e la Cacciani, per non fargli mancare la sua presenza e le sue cure, sospende ogni attività per ben 7 anni fino alla sua morte avvenuta nel 1995. Ma il Teatro ha bisogno di lei: le pressioni della Pagliari e di Manotti, complice il suo non mai sopito amore per la recitazione, la convincono ad entrare (siamo nel 1996) a far parte della Com­pagnia Bruno Lanfranchi con Bellanova, Franca Bodria, Fabio Vi­oli, Pietro Vitali e con le due neofite Roberta Carretta e Daniela Monteverdi, vere rivelazioni per elevate inclinazioni artistiche. E subito un trionfo e una serie di recite: dal Carta canta e vilàn ronfa (Teatro Pezzani, due recite) a Bél cme ’l sol, Marionètti sen­za fil, Spozèmma anca la nona, e tanti altri spassosi libretti. Seguono poi i venerdì alla Fiaccadori, il successo a Vezzano sul Crostolo ove ricevono il superoscar per la migliore Compagnia messo in palio dal Resto del Carlino.

Nel febbraio di quest’anno Ettorina Cacciani rinuncia definiti­vamente all’attività che l’aveva consacrata artista superlativa e cer­tamente Maestra per tanti aspiranti attori che si erano succeduti al suo fianco. Ultima fatica: Spozèmma anca la nona, suo canto del cigno. Lascia il Teatro con un grosso cruccio (un doloroso magone): lo scarso interesse dei giovani verso il Teatro dialettale. Ritiene in­dispensabile puntare sulle Scuole, riabilitare il dialetto, insegnarlo come una seconda lingua per i suoi aspetti storici, tradizionali e come espressione autentica della parmigianità. In questo suo dolersi si può scorgere il desiderio (che in fondo in fondo non l’abbandona mai) che si possa, con uno sforzo co­mune, riuscire a far rifiorire il nostro Teatro dialettale con l’apporto di nuovi, entusiastici artisti e con la disponibilità di tutti quegli spazi necessari di cui abbisogna.

L’Ettorina ci mancherà, e non poco!

ADDIO A ETTORINA CACCIANI

ETTORINA CACCIANI – FOTO VARIE-

Vittorio Botti

 

 

VITTORIO BOTTI

Vittorio Botti è stato un gentiluomo nel senso più vero del termine. Per quanto si possa dir bene di lui difficilmente si riuscirà a rendere ragione del suo valore e del suo impegno, cristiano e civile, con cui ha servito, in umiltà, la nostra città. Servizi che ha sempre reso con garbo, ironia e una grande capacità di stemperare le tensioni. Ha servito la nostra città con l’impegno politico, è stato consigliere comunale, con il generoso impegno in parrocchia e, soprattutto, nella scuola. Prima come insegnante e in seguito come preside. Vittorio ha amato la scuola, i ragazzi e la nostra cultura. Basterà dire che in tempi in cui la scuola combatteva o ignorava il dialetto lui aveva iniziato ad insegnarlo ai ragazzi. Aveva capito il suo valore e quello delle nostre tradizioni. Non stupisce perciò che Botti sia stato uno dei fondatori dell’Associazione culturale “Parma Nostra”, di cui è sempre stato vicepresidente, che si prefiggeva lo scopo di salvaguardare e tramandare la nostra cultura. Ed è stato in questa associazione che l’ho conosciuto e frequentato specialmente in occasione della stesura annuale e della revisione del “Lunario Parmigiano”.  Nella redazione del “Lunario” il suo ruolo più specifico era quello di correttore del dialetto. Con pazienza lo ha insegnato anche a me. Erano belle quelle serate nelle quali scherzi e battute non mancavano.  Da oltretorrentino doc quale era, era stato presidente di “Ragas äd borogh Bartàn”, aveva la pronuncia più stretta della mia e scherzosamente gli dicevo che la sua era una pronuncia da “Capanón”. Lui controbatteva che la mia era una pronuncia da “paizàn”. Vittorio si era brillantemente laureato in ingegneria in tempo di guerra e siccome, all’epoca, sua nonna conduceva un negozio di alimentari, lo canzonavamo dicendogli che la sua era una laurea che “sapeva” anche di prosciutto. Vittorio ha regalato per anni, a tanti amici, bellissime serate nelle quali , armato di chitarra, cantava e faceva cantare le canzoni parmigiane serie o divertenti nonché canzoni melodiche di varie epoche. Altro suo fiore all’occhiello è il “Corso di dialetto parmigiano” pubblicato a puntate dalla Gazzetta di Parma e stampato in due libri che trattano cose di Parma. In questo breve ricordo ho parlato soprattutto del Botti “dialettologo” perché è il lato della sua personalità che ho conosciuto meglio ma Vittorio Botti è stato anche molto altro. La sua amicizia mancherà a molte persone.

Giuseppe Mezzadri