Proverbi da aggiornare

PROVERBI DA AGGIORNARE

I proverbi sono stati definiti la saggezza dei popoli e spesso è vero. Ci sono proverbi veramente di grande saggezza come ad esempio:“E’ mej un bon d’acordi che ‘na bon’na sentenza”. (E’ meglio accordarsi anche non al meglio piuttosto che andare in giudizio). Per contro vi sono proverbi che risentono del tempo che passa e andrebbero aggiornati. Si diceva ad esempio: “Cme vala ? Acsì, acsì cme ‘l doni sensa marì”. Non è più così vero che le donne senza marito siano tanto in difficoltà.

Si diceva anche: “Ne cäld ne zel in stan mej in cel”. Nel senso che l’inverno e l’estate arrivano sempre anche se pure con ritardo. Quest’anno, a quanto sembra, “Il zél” sembra restare in cielo e così avremo un altro proverbio da aggiornare.

Ma “l’aggiornamento” che mi preme sottolineare è relativo al proverbio che recita: “A guardär la lon’na a s’ va int al fos”. A guardare la luna (in alto) si va nel fosso. Andrebbe aggiornato con la versione: “A guardär la lon’na ( o pr’aria) a s’ pista …..”. A guardare in alto si pestano cacche di cane. Le strade sono piene di queste porcherie che poi essiccano e diventano che il vento solleva e noi respiriamo. E’ uno spettacolo indegno di una città civile. Oltretutto di questo schifo non si può nemmeno dare la colpa agli extra comunitari. Possibile che le autorità civili e sanitarie non possano fare nulla?

Modi di dire di Capacchi

Guglielmo Capacchi è nato in Borgo Torto nel 1931. Il padre Erminio che aveva bottega di barbiere in via Cavour gli trasmise la passione per i libri e voleva che imparasse sia il dialetto che l’italiano. Studia al Romagnosi e lingue a Bologna dove diventa professore di Lingua e Letteratura Ungherese. Parla correntemente ungherese, inglese, spagnolo e esperanto, di cui fu anche insegnante e grande sostenitore. Muore a Parma il 7 ottobre 2005. Io l’ho conosciuto il oltre 50 anni fa quando frequentavo i suoi corsi di esperanto. In seguito l’ho perso di vista per parecchi anni per poi incontrarlo di nuovo, circa 30 anni fa da quando cioè con gli amici di Parma Nostra abbiamo dato vita al Lunario Parmigiano. Ricordo che mi aveva sorpreso che uno studioso con un’apertura al nuovo come lui trovasse meritevole e degno lo studio il nostro dialetto al punto da dedicargli parecchio del suo tempo. Tutto questo in un periodo in cui gli insegnanti, con tutta la comprensione per la loro buona fede, erano impegnati a combattere o ad ignorare il dialetto, egli faceva parte di quella minoranza di studiosi e docenti che avevano capito il suo valore e quello delle nostre tradizioni.

Dal suo libro “Oh, l’é chì al formàj bón” abbiamo tratto varie spiegazioni di alcuni modi dire. Eccone alcuni:

 

PLÄR L’ OCA SÉNSA FÄRLA SIGÄR

Plär l’oca sénsa färla sigär (“Pelar l’oca senza farla strillare”) si diceva soprattutto quando per le aie giravano j ocär o ilj ocäri (“pela-oche”, uomini o donne che fossero) che le oche le spumavano davvero, anche vive. Oggi l’espressione vale per lo più in senso figurato per “fare i propri comodi e non suscitare lamentele”, “approfittare di un altro senza che questi se ne renda conto e protesti”…L’oca fa la sua comparsa in diverse espressioni del dialetto parmigiano pjan pjan a s’péla l’oca (“Pian piano si pela l’oca”), cioè “Con pazienza e tenacia si ottengono i risultati desiderati, non con la fretta”; Ecco fat al bècch a l’oca! (Ecco fatto il becco all’oca”: cioè: “ecco finito il lavoro!”….)

(Da:Oh, l’é chì al formàj bón – di G.Capacchi)

 

FÄRGON TANT CME TRICCH E BARLICCH

È curiosa la sorte toccata, in territorio parmigiano, ad un gruppo di diavoli: nomi di molti di essi sono comuni anche ad altre regioni italiane (“Bergnicche”, “Bergniffe”, “Berlicche”); altri (come “Calcabrina” o “Farfarello”) che addirittura figurano nell’Inferno dantesco, qui da noi hanno condotto vita grama. O si sono estinti del tutto, o hanno preso un diverso significato e differenti connotazioni. Farfarél nel senso di “Satana” viveva ancora in Galaverna. Invece il povero Barlìcch quello che in Toscana fa coppia con Berlocche – da noi fa lega con un Tricch, e tutt’e due, più che paura fanno pena, visto che qualunque cosa organizzino essa non riesce, va miseramente sprecata o manca di dare il benché minimo risultato, al gh’ nin fa tant cme Tricch e Barlicch (“Ha la stessa efficacia di Tricche e Berlicche”, cioè proprio niente).

(Da:Oh, l’é chì al formàj bón – di G.Capacchi)

 

És’r ordinäri cme i stras nigor

E ancora di largo uso il modo di dire ordinäri cme i stras nigor (“ordinario, o di nessun valore come gli stracci neri”), detto anche di cose vili, di roba di scarto oppure, altrettanto spesso, di persona rozza, volgare negli atteggiamenti e nel parlare. Chi ha assistito a qualche trattativa tra chi vendeva stracci o indumenti usati e chi li comprava per rivenderli, ricorderà bene i motivi che stanno all’origine del modo di dire. A Parma era frequente il grido: “Donni, a gh’é ’l strasär” (“Donne, c’è lo stracciaio!”). A poco a poco arrivavano le donne del vicinato, con le braccia cariche di roba. La prima raccomandazione dello stracciaio era: “Donni, i stras nigor a ja bzèmma da lór!” (“Donne, gli stracci neri li pesiamo da parte!”), perché il loro prezzo era il più modesto; alle cartiere interessavano soprattutto stracci o comunque tessuti di lino o di canapa. Era fatale che i cenci di quel colore diventassero sinonimo di rozzezza.

(Da:Oh, l’é chì al formàj bón – di G.Capacchi)

 

ÉSOR POVRETT CME SAN VJOLÉN

Ésor povrett (o: trid) cme San Vjolén, ch ’ al sonäva la messa con un copp (“esser scalcinato come San Violino, che suonava la messa con una tegola”), tutti lo sanno, significa “esser povero in canna”, “mancare di ogni cosa”, anche quando si vuole largheggiare e si dice che di tegole il Santo ne aveva non una, ma due. È chiaro che nessun San Violino figura, con questo nome, in alcuna edizione degli Acta Sanctorum; si tratta in realtà di un nomignolo popolare che sta ad indicare San Genesio di Roma. Questi, che in vita fu mimo, attore comico e suonatore girovago, una volta convertitosi al cristianesimo fu decapitato sotto Diocleziano e andò ad ingrossare le fila dei martiri, divenendo in seguito patrono della gente di spettacolo e, in particolare, dei guitti di piazza e dei suonatori ambulanti. Poiché normalmente lo si rappresenta con un violino in mano, l’immaginazione popolare ha associato la sua iconografia con la miseria fatta persona. Quando, come ad Albazzano, di cui è patrono, viene visto anche come protettore dei malati di epilessia (i malè dal mäl cadù), si torna a chiamarlo con il suo vero nome di San Znéz (San Genesio), quasi che la sua funzione di taumaturgo, di protettore di una categoria di infermi, gli conferisca maggiore dignità.

(da “che lavór sjor Gibartén!” di G.Capacchi)

 

“Chi gh’é la bala e la mostra”.

Significa che è il momento della verità e se c’è un inganno salta fuori. Tempo fa chiesi al prof. Guglielmo Capacchi da dove derivasse il detto ed egli mi diede questa interessante spiegazione.

Un tempo i negozi d’abbigliamento vendevano la stoffa in “tagli” dai quali poi si ricavavano i vestiti su misura. Il negoziante, di norma, teneva nel retro la “Bala” cioè la stoffa, in metratura, arrotolata e, in vetrina, ne metteva solamente una pezza, la “mostra”. Il cliente poteva pensare che la stoffa in vetrina fosse di qualità superiore rispetto quella in magazzino. Il commerciante, per fugare questo dubbio, prendeva dalla vetrina la “mostra” e, tenendola vicino alla “bala”, dalla quale avrebbe tagliato il pezzo da vendere e diceva:

“Chi gh’é la bala e chi gh’é la mostra”. Cioè non ti ho imbrogliato.

 

Modi di dire di Scaramuzza

MODI DI DIRE DI MARIO SCARAMUZZA

(Scritti con grafia  “parmigiana” per il Lunario parmigiano di Parma nostra)

L’aqua p’r i mur, e ‘l vén p’r i muradór.

L’aria fresca ‘d la matén’na la fa bén par la cantén’na.

Per tenere ben conservato il vino è necessario tenerlo al fresco. Ecco perché è utile aprire porte e finestre della cantina al mattino presto, salvo poi richiuderle quando il caldo inizia a farsi sentire.

Chi gh’à un bén p’r un värs, ‘d sicur al gh’à ‘n invärs.

(Chi ha un bene per un verso, di sicuro avrà anche l’inverso).

Anca al bò dal re al gh’à sól du coron.

Col ch’a bòjja in-t-la brónza al la sa sól al quärc’.

(La verità la può conoscere solamente chi vive o ha vissuto direttamente un avvenimento.

L’é ‘méj un can ch’a baja che ‘n leớn ch’a dorma. Si è più sicuri con un guardiano vigile, anche se debole, che con uno forte ma addormentato.

I gh’àn catè l’aqua in-t-al lat. Significa che l’hanno sorpreso in flagrante. Il detto nasce nel periodo in cui il letto veniva venduto sfuso.

L’aqua la fa sudär, e ‘l vén al fa cantä.

Il cavsi a j à vénsa chi j a fa miga.

Ecceggia l’altro:È méj un cativ d’acordi che ‘na bón’na senténsa.

Al riz al nasa in-t-l’acua e ‘l móra in-t-al vén.

(Il riso si gusta meglio se accostato ad un buon bicchiere di vino, meglio ancora se bevuto mischiato al vino nel bév’r in vén o sorbir.)

La roba robäda la gh’à poca duräda.

 

Modi di dire (a cura di G. Mezzadri)

 

I “modi di dire”, o “detti”, e i proverbi sono un’eredità preziosa dei nostri vecchi. Sono, di norma, frutto d’esperienza, osservazioni, saggezza, senso dell’umorismo. È bene però non confondere i “ditt” che sono i “detti” con “j àn ditt”, cioè con i “hanno detto” che spesso sono soltanto pettegolezzi. A metterci in guardia in questo senso c’è un detto ad hoc:

“Al ditt al va par la strada e i cojón j al tozón su”.

Le eta’ dell’uomo

“Bräga bojuda”, si diceva ai bimbi molto piccoli. Era molto calzante, quando non c’erano i pannolini e, per i neonati, venivano usati i “ciripàn”. Avevano forma triangolare e servivano a formare una “braga” e che, per motivi igienici, erano fatti bollire, dopo ogni utilizzo.

“Pista pòcci”, letteralmente “pesta pozzanghere”, si diceva dei bambini già più grandicelli che, com’è noto, amano pestare le pozzanghere.

“Gamba äd sènnor La gamba del sedano è lunga e fragile e l’epiteto era affibbiato ai ragazzini che, nell’età dello sviluppo, aumentano rapidamente in altezza e hanno spesso gambe lunghe e magre. Se il ragazzo diventava particolarmente alto poteva sentirsi dire:

“Sta ‘tént a dvintär acsì ält ch’a t’ ve a fnir in sménsa”. (Vai in semente – come fa l’erba che, se non viene tagliata diventa alta e produce la semente). Oppure:

“Vät a alvär i nì?” (vai a prendere i piccoli dai nidi?).

“Spumarén” e “spumarén’na”, i ragazzi e le ragazze lo diventano quando cominciano a guardarsi insistentemente allo specchio.

“Bacucch” o “Véc’ cme ‘l cucch” sono titoli meno ambiti e per conquistarli servono anni. Molti anni.

“Vec’ da insucär”.

Erba

L’impiego della parola “erba” nei proverbi è noto soprattutto grazie al detto “L’erba del vicino è sempre più verde”. Ma anche i nostri vecchi la utilizzavano, ad esempio, in due simpatici detti:

– “L’erba la conòssa al zgädor sénsa bärba” che sta a significare che per tagliare bene l’erba con la falce occorre esperienza e perizia. Il senso vale anche, più in generale, per ogni mestiere.

– “Va là ch ‘al conòssa l’erba ch’ fa ’l gràn!’’ Si diceva di persona furba che capisce bene ciò che gli conviene oppure no.

 

Al spussa cme ‘n endes. Endes, che deriva dal latino index, era l’uovo che veniva lasciato a lungo, nel fienile ad esempio, per indicare alle galline dove depositare. Ovviamente alla lunga marciva e se per caso si rompeva aveva una puzza nauseabonda.

Polenta sorda: Era la polenta scondita. L’aggettivo deriva dal latino “sordidum” che significa povero, squallido.

Barachér da sinalcol

Si dice per indicare uno che vuol fare il brillante ma in realtà non lo è. I “sinalcol” (cioè senza alcol) erano i tappi corona con cui venivano sigillate le bibite analcoliche.

Stär in spicncolón: Essere appesi in modo precario come i frutti che sono appesi al picciuolo.

Co’ dirala la génta!?

Una vecchia massaia diceva alla figlia che alle nove di mattina stava ancora dormendo: – A t’gh’è ancòrra il fnéstri sarädi? Co’ dirala la génta!?

Era l’epoca in cui si diceva: – La bräva donlén’na la fa ‘l lét ala matén’na. La donna acsì acsì, la fa ‘1 lét a mezdì e la donlasa la fa lét quand la s’zaqua.

Al caldén di linsój

E anche: – Al caldén di linsój al ne fa miga bòjjor la brónza. Quando non c’erano i termosifoni l’inverno era una cosa seria. Si diceva: – A vén l’inväron, a vén l’infäron. Come pure che: – La speransa di mäl vestì l’é ch’a faga un bón inväron. Questo detto ora ha soltanto un significato figurato ma un tempo lo aveva letterale.

Morire

Una perifrasi eufemistica per il verbo, non troppo simpatico, “morire” la si trova in un almanacco del 1859: A gnirà an par vuater col fur-fur ch ’el toeus su tut insem siori e povret el j’a porta pu inà del molinet.

 

Morire altra variante

Andär zo p ’r al blizgón.

Andare giù per lo scivolone. Blizgón pare fosse una via in discesa che presso l’Ospedale Vecchio conducesse direttamente alla camera mortuaria, da qui il senso di morire.

Quanta lèggna st’an’!!! (Si dicevano preoccupati i poveri quando nevicava in abbondanza)

Pit a ca’ ch’a gh’è i muradór

(I muratori, che d’inverno lavoravano poco o niente, erano considerati soggetti “pericolosi” e le massaie si preoccupavano che la polleria stazionasse vicino alla casa dove era possibile controllare meglio).

 

Per dire ai tempi antichi

Al témp äd Maria Chéca                   Maria Luigia

Al témp äd Maria Tondén’na           Maria Amalia

Al témp ‘dla Gigiasa                         Luisa Maria

Al témp äd Carlén Tri                       Carlo III di Borbone

 

Chiedere l’elemosina

Sercär la mdaja ‘dla colonica

“Colonica” è corruzione di “Cucine Economiche”, istituzione benefica patrocinata dal Comune di Parma, che distribuiva pasti per ottenere i quali occorreva esibire un gettone del valore di dieci centesimi

Se zlónga la giornäda, se scurta la gociäda.

Era il motto delle filatrici all’uscita dell’inverno quando iniziavano i lavori dei campi.

Cartelli

Non era raro che gli artigiani esponessero cartelli spiritosi che, in un qualche modo, ne evidenziavano il carattere. E’ noto quello dell’orologiaio “Cilién” che recitava: “Non entri chi ha fretta” Un altro cartello esposto da un calzolaio dell’Oltretorrente diceva: “Spàplot e zmìnciot”.

Significava apri gli occhi e fatti furbo. (Non essere minchione) Ad un tale che gli chiedeva cosa voleva dire, il calzolaio rispose:

“A vól dir che s’a ne t’sè miga co’ vól dir, a vól dir ch’a ‘n t’ si miga äd Pärma”

Sono prove…

A un tale che si lamentava dei suoi molti problemi, qualcuno disse:

“Sono prove, a s’ vèdda che ‘l Sgnór al te vól bén –

“A gh’ò piazer che ‘l Sgnór al me voja bén mo miga ch’al m’sia mat adrè!”

 

Reputasjón

In un paese viveva un tale che era malvisto perché rinomato per essere pidocchio e taccagno. La moglie, che se ne vergognava, era morta improvvisamente. I maligni commentarono: “L’é morta da la reputasjón”

Banalita’

«Co’ dizol al giornäl?» «Che chi gh’n’à, magna e chi ne gh’n’à badacia» Oppure: «Che incó la bén aj sjori, adman la va mäl aj povrètt»

Erano risposte usate per dire che non c’erano novità e anche che non c’era da aspettare.

Criteri di giudizio

Galantòmm e bón ‘d lavorär, al rispéta la mojéra, noe l’ à tirè su i fjó a l’ onór dal mónd.

Quando di una persona si poteva dare questo giudizio voleva dire era veramente a posto e il massimo della moralità.

 

Reciprocità

Mia mamma per insegnarci che esiste una reciprocità nei comportamenti usava un modo di dire che è un po’ un equivalente dell’italiano “chi la fa l’aspetti”.

Il detto era: “Gh’é tant da l’aqua al pont, cme dal pont a l’aqua “(c’è la medesima distanza dall’acqua al ponte che dal ponte all’acqua).

Non stupire perciò se vi sono zone dell’Africa in cui, per spaventare i bambini, non dicono, come noi, “attento che c’è l’uomo nero” ma, e con più ragione se guardiamo alla Storia, “Attento che c’è l’uomo bianco”.

 

Poca brigata vita beata

Angela è una volontaria, mia amica, che insegna lingua italiana in un corso per extracomunitari. Quando, nella classe più avanzata, insegna i modi di dire, chiede se esiste un equivalente nella loro lingua. Alla richiesta di quale fosse l’equivalente di “Poca brigata, vita beata” un cubano ha risposto:

“Poche scimmie, molte banane”.

Mentre il nostro vecchio detto:

 

Coll zógh antigh

L’amore umano è stato descritto in mille modi; volgari, scientifici, gentili ecc. Questa che segue è una definizione simpatica posta quasi sotto forma di indovinello e recita:

“Coll zógh antigh indo’ vón pu vón fa tri”. (Quel gioco antico dove uno più uno fa tre). Se non risulta chiaro si può aggiungere “cme fa i gat insimma ji copp”.

 

Andär par pampòggni

È un modo di dire che si usava, come alternativa, quando si voleva mandare qualcuno “a färos frizzor” o “a spasi”. Alla voce pampogna, il vocabolario Pariset recita: “Metolonta. Scarabeo stridulo, o ronzante. Sorta di insetto nocivissimo all’agricoltura”. Leggendo questo, azzardo una spiegazione su come possa essere nato questo modo di dire. Al tempo in cui non erano disponibili gli anticrittogamici e in compenso, nelle famiglie, c’erano molti bambini, questi ultimi venivano invitati ad “andär par pampòggni“ cioè ad uccidere questi insetti nocivi.

 

Suggeriemento per le massaie

Nel nome dell’anno,

nel nome del mese,

secondo le entrate

si fanno le spese.

 

Zlubbi

Da alcuni amici sono considerato uno “esperto del dialetto” e spesso mi chiedano “come si dice” e “cosa significa” un termine o un modo di dire. Quando le richieste sono di questo, normalmente, riesco a difendermi abbastanza bene ma quando si vuole risalire all’origine di una certa parola facilmente mi trovo in difficoltà come mi è capitato quando Alberto Michelotti voleva sapere da dove deriva la parola “zlubbi”. Sapevo che “un zlubbi” significa in “gran quantità” ma non ero in grado di dare la spiegazione richiesta per cui ho risposto: “Alberto non ti so rispondere ma mi documenterò”. Il suo divertente commento è stato: “Beh, alóra Giuzép, dagh adrè parchè a n’ vój miga restär ignorant par bombén”. In effetti mi sono documentato e Luciano Bertozzi mi ha confermato che deviza da diluvio, “dilùvvi”,

 

Le cose più inutili

In occasione della recente nevicata parlavo con un barista del famoso obbligo, risalente ai tempi di Maria Luigia, che obbligava i frontisti a pulire strade e marciapiedi.

Egli mi rispose che la cosa non lo preoccupava perché lui la neve non la spalava ma aspettava l’aiuto dei suoi due fratelli. Gli ho chiesto chi fossero i suoi fratelli e la risposta è stata. “Luj e agòsst”. Aggiunse poi che anche gli antichi insegnavano che le due azioni più inutili che si possano fare sono:

“Masär la genta parchè za tant i móron da ló e fär la rótta perché za tant la néva la va via da lè ’’

BÉVA ‘D J ÓVLe suocere, un tempo, per fare osservazione alle nuore quando vedevano delle ragnatele al soffitto utilizzavano il detto “Béva äd j óv!”. La giovane sposa, bevendo le uova, avrebbe alzato lo sguardo verso l’alto e così avrebbe visto le ragnatele da togliere.
Problemi al cervello

Il segno della croce, che in latino comincia con In nomine Patris un tempo era molto usato e universalmente conosciuto. Per questo, per dire a una persona che aveva qualcosa che non andava nel cervello, al posto di toccarsi la fronte, a volte si diceva anche:

Sit malè in-t-al nomine Patris?
Un rimprovero scherzoso era:

…ti e ‘l to prét! Oppure: …ti e ‘l to prét ch’a t’à batzè!In entrambi i casi si imputava al prete di avere, a suo tempo, fatto economia di sale in occasione del battesimo

 

Dóls ‘d picaja

La picaja è una parte del bovino che, quando ben cucinata e con tanto di ripieno nella tasca appositamente ricavata, risulta un ottimo piatto da sempre amato dai parmigiani. Siccome si ricava dalla pancia, per collegamento, quando di una donna si diceva: L’é dólsa äd picaja”, significava che era di facili costumi.

 

Al väz äd la méla

Stavo dicendo ad una anziana signora che ero stupito perché una persona di mia conoscenza, schivo e molto timido, dopo di essere stato solo per tutta la vita e non avere mai frequentato donne, aveva deciso di sposarsi ormai in tarda età, oltretutto con una donna molto più giovane. Il suo commento è stato: La gh’arà fat sintir al väz äd la méla”. (In questo caso la méla non è né il miele né il frutto del melo).

 

I MODI DI DIRE

Ónt äd sas, péla ‘d bissa, chi nasa cojón, mäi pu ‘l guarissa. È di Giovanni Mori la spiegazione dell’origine di questo antico modo di dire. (Unto di sasso, pelle di biscia, chi nasce coglione mai più guarisce). Ónt äd sas (unto di sasso olio di pietra) è il petrolio, che affiora anche in alcuni punti del Parmense. Il petrolio veniva usato anche nella farmacopea fino a fine ottocento, ad esempio contro i vermi intestinali (Vedi Galaverna). La péla ‘d bissa, la pelle di biscia, è considerato un potente amuleto.  Si veda Pederzani in “Proverbi e modi di dire di Parma”: “al gh’à la péla ‘d bissa in sacosa” si dice giocando a carte quando l’avversario è molto fortunato. Morale: né la medicina (ónt äd sas), né la magia (péla ‘d bissa) possono giovare a chi nasce coglione.

 

Detti vari

– “Dio nin defénda d’un guärdabas e d’un curt äd pas”.

– “Chi è lóngh a magnär, è lóngh a lavorär”.

– “Sach vód al ne sta miga in pe”.

– “Méj dal bodgär che dal spesjär”.

– “Chi gh’n’à, magna e chi ne gh’n’à badacia”.

– “Pu j én sjor, pu j én tirè”.

– “Pu j én povrètt, pu j én cativ”.

– “Chi casca in povertè, pèrda amigh e parintè”.

– “‘Na man läva ch’l’ältra e tutt il do i lävn al muz”.

– “J ost, gram anca a ròst”.

– “Bruzär al pajón”(mancare ad un impegno o ad un appuntamento).

– “Tutt i zbutón i päron inans un pas”.

 

Proverbi di Capacchi

 

Da “Proverbi e modi di dire”, di Guglielmo Capacchi (Arte Grafica Silva Editore)

Dio al ja fa, po ‘1 ja compagna Dio li fa, poi li accoppia
Gionnvi o véci, béU o brutti, un mari j al caten tutti Giovani o vecchie, belle o brutte, un marito lo trovan tutte
S’ a n’ gh’ fuss Piäzaja, povra Brutaja! Se non ci fosse Piacciaglia, povera Bruttaglia!

Cioè: povere le donne brutte, se non finissero ugualmente col piacere a qualcuno

Chi gh’ à la dota in piga, mai pu la ’n s’ marida Chi ha la dote in piega (cioè: già pronta), non si marita più
S’ a gh’ è un éèl pomm, al va in bocca a ’n gozén Se c’è un bel pomo, va in bocca a un maiale

Cioè-, le donne belle sposano gli uomini più brutti

Da moróz, al bocén da l’oli, dop spozè, gnan coll ‘dl azè Da fidanzati l’ampolla dell’olio dopo sposati, nemmeno quella dell’aceto
äd cärna in bcarìa nin vansa  mäi Carne in beccheria non ne avanza mai Tutte le donne finiscono con lo sposarsi
In ca a gh’ sta bén do donni: vunna ’d cärna e vunna ’d carta In una casa ci stan bene due donne: una di carne e una di carta
Chi n’ sa fär fógh, a n’ sa fär ca Cioè: ci si avvede delle doti di massaia della sposa novella dal modo con cui accende il fuoco
Fortón’na, e dorma Quando si è fortunati, si può star tranquilli
L’è méj nasor fortunè che sjor Meglio nascere fortunati che ricchi
Il fortórn’ni i van a pe, i mäj i van a cavàl Le fortune vanno a piedi, i mali vanno a cavallo
Ténga petlénga chi gh’ j à s’ ja ténga Tenga petlenga, chi li ha (soldi e guai) se li tenga
Tutt’ il ca i gh àn la so cróza Ogni casa ha la sua croce

Cioè: le disgrazie toccano a tutti

Lasa pur fär al Sgnór, ch’l’é dal mestér Lascia fare al Signore, ch’è del mestiere.

Cioè: la propria sorte è nelle mani di Dio; arrabattarsi troppo non serve

Si fan tant a dir « daj a coll can » tutt i gh’corr’n adrè Se cominciano a dire « dalli, a quel cane », tutti lo rincorrono
I cónt i van a fnir in contessi I conti finiscono in contesse.

Cioè: i progetti e le speranze spesso vengono delusi

O merda, o bretta rossa O merda, o berretta rossa Cioè: da una decisione coraggiosa può dipendere la rovina o la berretta cardinalizia (Battistén, 1862)
L’è pasäda a Napoleon, ch’al gh’äva i sprón d’or E’ passata a Napoleone, che aveva gli speroni d’oro.

Cioè: di dolore non si muore

Crida ti, ch’a crid an’ mi, la ridarà cuand la torà mari Piangi tu, che piango anch’io, riderà quando prenderà marito.

Si usa per burlarsi delle donne che piagnucolano per disgrazie di nessun conto

In-t-il bòtti picén’ni a gh’ sta al vén bón Nelle botti piccole sta il vino buono

E’ la versione parmigiana dell’“homo longus raro sapiens

Cärna sénsa dént 1’ à frèdd da tutt i témp Carne senza denti ha freddo in ogni tempo Neonati e vecchi soffrono il freddo
St’an bognóz, e st’ an ch’vén spóz Quest’anno brufoloso, l’anno prossimo sposo. Cioè: l’acne è propria della giovinezza
L’ è méj sudär che tòssor Meglio sudare che tossire.

Il caldo è meno nocivo del freddo

Al mäl dal zmindgón al résta in-t-al pajón Il male del dimenticone resta nel saccone.

Cioè: i dolori del parto si dimenticano presto

La pulisìa l’è méz magnär La pulizia è mezzo mangiare
Sporch e nett, fa cul e tett Equivale press’a poco a:

quel che non ammazza, ingrassa

Il pivi véci i ’n san pu sonär Le pive vecchie non san più suonare

Si dice per lamentare gli acciacchi e le limitazioni della vecchiaia

Proverbi educativi

Proverbi educativi molto utilizzati un tempo

Le mamme, un temp, utilizzavano spesso anche la saggezza dei proverbi per educare i figli. I proverbi, anche di questo tipo, sono tanti. Ne elencherò qualcuno cominciando da quelli che mia mamma amava ripetere per l’educazione di noi quattro figli per allevarci “a l’ónor dal mónd”. Nei momenti difficili, e Dio sa quanti ne ha avuti, non si perdeva d’animo. Amava ripetere: “Providensa provedarà”.

Durante la guerra aveva anche coniato una preghiera adeguata alle circostanze:

“Sgnór, jutìss a l’ingrosa che a l’imnuda an fì pu vóra”. (Aiutateci “all’ingrosso” che “al minuto” non c’è più tempo).

Per educarci al rispetto del cibo e a non sprecare ci diceva:

“Al Sgnór l’é zmontè da cavàl par tór su ‘na briza äd pan”.

(Il Signore è sceso da cavallo per raccogliere una briciola di pane).

Per inculcarci la generosità anche verso gli altri diceva:

“Tutti il bòcchi j én soréli, meno che còlla dal fóron”. (Tutte le bocche sono sorelle, meno quella del forno).

In coda al rosario serale, ci faceva recitare alcuni Pater:

“Vón a San Giusép, ch’l’é sóra ala bón’na morta, von pri malè, n’ätor par j agonizant, pri navigant e par coj che viaza in camjo con la fumära”.

Per insegnarci che Dio è amore, diceva:

“Al Sgnór al n’è miga cme nuätor. Lu l’é mizericordioz, guaj s’a‘l fiss cme nuätor!” (Il Signore non è come noi, Lui è misericordioso. Guai se fosse come noi!”).

Per dire che Dio però è anche giustizia diceva:

“Al Sgnór al ne päga miga tutt i sàbot !”

(Il Signore non paga tutti i sabati).

Quando, ad esempio, facevamo fatica a svegliarci diceva:

“Ala sira león, a la maten’na cojón.”

Un’altra bella massima l’ho sentita dire da una madre alla figlia preoccupata per la quarta gravidanza:

“Al Sgnór, al manda al cäld e ‘l frèdd second i pagn” (Il Signore manda il caldo e il freddo secondo i vestiti.- il senso figurato è che il Signore manda i compiti e le prove in base alle forze che abbiamo o che ci può dare).

ALTRI PROVERBI SAGGI

Quest’altri proverbi fanno parte della corposa raccolta che la signora Maria Godi e i suoi amici, ospiti  della casa di riposo “Bonzani” di Predarolo di Serravalle Ceno, già da qualche tempo, stanno compilando. È bello vedere questi anziani che dedicano parte del loro tempo, aiutandosi con la memoria uno dell’altro, a raccogliere proverbi, detti e tradizioni per il gusto di farlo, di farlo assieme e con la speranza, in qualche modo, di tramandarli.

“Chi maledissa al Sgnór, al gh’ n’à äd bizòggna”. (Chi maledice il Signore ne ha bisogno).

“Chi condana al pól sbaljär, chi pardon’na al ne sbalja mäi.” (Chi condanna può sbagliare. chi perdona non sbaglia mai).

“La coresjón la pól fär bombén, mo l’incoragiament al fa äd pu”.

(La correzione può fare molto ma l’incoraggiamento fa di più).

“E’ mej un cativ d’acordi che ‘na bón’na senténsa”.

(É meglio un cattivo accordo di una buona sentenza, cioè che andare in giudizio).

“Un putén al ne s’ arcordrà mäi se la ca’ l’era lustra mo se at ghe contäv dil foli.”

(Non ricorderà la casa lucida ma le favole).

“Al riddor  l’é ‘na lénngua chi capison in tutt al mónd.” (Ridere è lingua universale).

“Fa pu chi vól che chi pól.” (Fa più chi vuole che chi può).

“I ver guaj äd la vìtta i comincion quand in ca’ an gh’ manca pu njent.”’

“L’é mej un aiut che sent consìlli.” (Meglio un aiuto di 100 consigli).

“Al pan ‘d j ätor al gh’à sètt grossti”. (Il pane altrui ha 7 croste. E’ l’equivalente del dantesco “come’è duro calle…).

“Pansa pien’na l’an crèdda miga ala vóda”. (Pancia piena non crede alla vuota).