Padre nostro

Nostor Pädor,
ch’a t’stè in cél,
sia bendètt al to nòmm,
véna al to règgn,
sia fat la to vlontè,
tant in cél cme in téra.
Das anca incó al nostro pan
E arnosjios i nostror débit
Cme j’arnosjèmma anca nojetor
Ai nostor debitór.
E sta miga mettros
in tentasjón,
mo zlibbros dal mäl,
in ti sécoj di secoj, e csì sia.

(Padre Nostro di Guglielmo Capacchi)

Preghiera dell’impaziente e altre…

PREGHIERE IN DIALETTO

Le preghiere in dialetto erano molto diffuse, seppure in numerose varianti, nelle nostre campagne e in tutto il nord Italia. Probabilmente lo erano perché il dialetto era l’unica lingua veramente conosciuta bene e permetteva alle persone di comprendere appieno il significato di quanto dicevano. L’origine non è nota. Sicuramente vengono da lontano. Si ipotizza che alcune derivino dalla laudi medioevali. Il prof. Giovanni Petrolini, a proposito delle preghiere scriveva:
“La gente parmense se le è tramandate sino ad oggi di famiglia in famiglia, di generazione in generazione, fedelmente, come un suo unico ma vitale patrimonio. Adesso stanno per concludere il loro lungo viaggio iniziato chissà dove chissà quando. Non sono certo rime “alate” né “divine”. Eppure un miracolo l’hanno compiuto. Sulle ali robuste della memoria popolare hanno volato per anni e anni, alcune per secoli, finché ad abbatterle non venne l’industrializzazione, la motorizzazione, l’urbanizzazione, la secolarizzazione e le altre …izzazioni: e fu l’inizio della loro fine. A ricordarle sono rimasti in pochi, pochissimi ancora le usano: per lo più è gente di campagna, vecchi donne e bambini…

 

In caso di tempesta

Nel caso che il cielo diventasse scuro e minacciasse tempesta, la “rezdora” metteva nell’aia una zappa e il “gaväl” (la paletta) con dentro le braci che toglieva dal camino. Le sistemava in modo da formare una croce e poi radunava i bambini a faceva recitare:

Santa Bärbra e san Simón
difendiss dal sajetti a dai trón,
dal fogh e dala fiama.
E dala morta subitana
liberamus Domine

Se c’erano familiari fuori casa la “rezdora” aggiungeva:
“E bendì tutt la famja”

trad.

Santa Barbara e San Simone
difendeteci dalle saette e dai tuoni
dal fuoco e dalla fiamma
e dalla morte istantanea
liberaci Signore

Venivano chiamati i bambini perché era opinione diffusa che le preghiere dei bambini valessero di più.

È interessante notare come la morte “subitana” cioè istantanea, dal momento che non dava il tempo di ricevere i sacramenti, era considerata una brutta morte.

Le bracia dovevano servire a bruciare alcune foglie di ulivo benedetto. Da questa usanza deriva il detto “Bruza l’oliva” che si usa, spesso in modo scherzoso,  quando si avvicina una persona  poco gradita come la tempesta

Preghiera del mattino

La giornata, che doveva contemplare la presenza del Signore e della Madonna, si apriva con una preghiera molto spiccia:

Dio gh’abia pärta,
al Sgnór, la Madònna
e coll bendètt Sant ch’e’ incó

Dio ne abbia parte
Il Signore, la Madonna
e il benedetto santo del giorno

PREGHIERE SUI “GENERIS” – Tante sono le preghiere “di circostanze”, senz’altro meno ortodosse di quelle facenti riferimento ad una festa o una funzione religiosa ma che esprimono comunque una sorta di devozione.

Preghiera dell’impaziente

Sarnìssa madonen’na benedètta, o fam guarir o mand’m a la vilètta. trad. Scegli madonnina benedetta: o fammi guarire a mandami alla villetta.

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Espressioni del sacro nella quotidianità

Diceva don Moroni che un tempo i segni del sacro erano molto presenti. C’erano le processioni, le novene, i rosari, le devozioni ai santi ecc. Questo faceva sì che il Signore, la Madonna e i santi, a dispetto di un catechismo un po’ “freddo”, fossero presenze vive e familiari alle quali di dava del “tu”. Fra questi “segni” del sacro ritengo si possano includere anche le preghiere in dialetto, i numerosi modi di dire e le esclamazioni che facevano riferimento a Cristo, a Dio Padre e ai santi, nonché diversi proverbi di chiara ispirazione cristiana.

I SEGNI DEL SACRO NELLA QUOTIDIANITA’ cliccare per i testi  + Audio

 

Pier Paolo Pasolini – io sono sempre più scandalizzato dalla mancanza di senso del sacro nei miei contemporanei…Enzo Bianchi – in ogni credente c’è un non credente, e in ogni non credente c’è un credente…Sergio Manghi – dagli appunti per la sua relazione “Quale spiritualità per il terzo millennio?” . Il sacro suggerisco di raccontarlo così….cliccare per il testo SERGIO MANGHI – IL SACRO

LE MAESTA’ di Lullo Cattabiani

– Vestissot ch’andèmma par Madònni. Sembra un irridere, quasi una bestemmia, ma non è cosi. È l’invito che Lullo Cattabiani, falegname della Salvarani in pensione, rivolge alla moglie affinché si prepari ad una nuova trasferta in cui, muniti di macchina fotografica, vanno in cerca di “maestà”. Tutto è cominciato, – racconta il signor Lullo, nell’anno 2009. Andando in giro per la nostra provincia mi capitava spesso di vedere “maestà” e “santi”.  Essendo cresciuto all’ombra del “duomo” dell’Oltretorrente, ”la Nonsiäda”, sotto la guida di quel bravo frate che era Padre Dionisio, queste espressioni di devozione cristiana, nelle sue varie forme, mi attraevano e decisi che sarei andato alla loro ricerca in città e nella nostra provincia. In seguito, quello che era un passatempo, divenne un vero amore. Ad oggi ne ha fotografate e censite circa 430 (g.m)

MAESTA’ IN CITTA

MAESTA’ DELLA ZONA DI ALBARETO  cliccare per  foto

 

STORIE DI PRETI

normalmente circondato da stima ma nelle storie che si raccontavano nelle campagne non di rado veniva preso in giro seppure mai in modo troppo irriverente. A volte nelle storie risaltava il fatto che il prete, avendo studiato, era spesso più “furbo” degli altri. Un tempo, anche nei modi di dire. traspariva una certa critica: «Prét ch’a lavóra e avocät franch (sincero) j én da sgnär col carbón bianch» E anche: «Al gh’à vója ‘d lavorär cme ‘n prét» ….

STORIE DI PRETI  cliccare per il testo completo